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Il progetto “From EurHope to EurHome” è un movimento ecumenico di giovani Europei.

Il nostro obbiettivo è quello di raggiungere l’unità dei Cristiani vivendo la Parola di Gesù Cristo.

Al momento i partecipanti coinvolti nel progetto appartengono a diverse confessioni:

Romano e Greco Cattolici, Ortodossi, Luterani e Anglicani.

Provengono da tutta europa:

Italia, Romania, Danimarca, Svezia, Inghilterra e Ungheria.

Una domanda fondamentale dei nostri meeting è:

“Perchè siamo divisi se stiamo così bene insieme?”

 

CAMPO ECUMENICO 2014

Elia MatteucciElia Matteucci

La frase più bella che ho sentito nei 4 campi ecumenici che ho avuto la provvidenza per parteciparci è “se stiamo così bene assieme perché siamo divisi?”. I giorni dopo il Campo Ecumenico per molti, quasi per tutti, è un vuoto inspiegabile. Ti alzi la mattina da solo. Ti ritrovi da solo dopo pranzo, il pomeriggio… …la sera quando esci con gli amici senti che ti manca qualcosa, di grosso. Quel qualcosa di grosso, quel vuoto che provi dentro è ciò che solo noi riuscivamo a creare al Centro Giovanni Paolo II…solo noi, solo Amore! Mancano quelle persone, quelle anime che ti rallegravano semplicemente con un ciao o con un sorriso la giornata. Quei rapporti che non ci sentiamo di chiamare “amicizie”… …ma “fratelli e sorelle”. Perché siamo fratelli e sorelle, per questo stiamo troppo bene assieme! Teniamo forte ogni buongiorno, ogni sorriso, ogni scherzo, ogni esperienza vissuta assieme… …perché il nostro cuore in quei giorni si è rinforzato e ricolorato di rosso porpora… …ed ora senza più quelle emozioni è logico che rilascia liquidi, dagli occhi… …ogni lacrima vale un attimo di quei giorni! Questa cosa è bellissima. Cerchiamo di ricordare quei giorni, quegli attimi, che ci facevano sentire in pace con il mondo e con noi stessi. Soprattutto nei momenti più bui perché la nostra anima è rifugiata lì, a Loreto. Ricordatevi. Ripensateci. Riparlatene. E fate ciò che abbiamo imparato a fare là, ciò che Dio ci ha insegnato. “Che tutti siano uno”.

TUTTE LE INFO E LE TESTIMONIANZE QUI

 

L’alternativa indonesiana

Nel più popoloso Paese musulmano del mondo, i leader delle organizzazioni religiose spiegano perché non sono molti i giovani a partire per i fronti della Siria e dell’Iraq. I timori di una radicalizzazione e di nuovi reclutamenti sono però concreti. L’attacco terroristico a Giacarta ha risvegliato le paure del governo e innescato l’attività delle forze di sicurezza.

Giacarta. Il ministro sorridente in maniche di camicia mostra slide in PowerPoint in una sala da banchetto. Il catering serve cattivo caffè, zuppa di lenticchie, ogni genere di curry e cassava fritta. Da febbraio, ogni mese Luhut Binsar Panjaitan, ministro indonesiano per gli Affari politici, giuridici e della sicurezza, invita la stampa locale e straniera a una colazione per fare il punto sulla lotta al terrorismo.Giacarta è stata colpita nel gennaio del 2016, dopo anni di calma, da un attentato che ha fatto otto morti – tra cui i quattro attentatori – in un centro commerciale della capitale. L’attacco ha sancito l’ingresso dello Stato Islamico nel Sud-est asiatico. Sono circa 300, spiega il ministro, gli indonesiani che sarebbero partiti per il fronte del jihad siriano: il numero, se paragonato alla popolazione islamica di 200 milioni (l’Indonesia è il più popoloso Paese musulmano al mondo), è basso. Soltanto dalla piccola Tunisia sarebbero partiti 3.000 uomini. Luhut, seguendo le sue slide, racconta gli sviluppi della guerra a Poso, nell’Isola di Sulawesi. Lì, le forze governative combattono una guerra contro gli uomini di Santoso, il ricercato numero uno tra i terroristi indonesiani, che più che un jihadista che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico ha l’aria di un sandinista fuori tempo massimo. L’esercito e le forze speciali hanno ristretto il campo di ricerca a una zona di 500 chilometri quadrati, spiega il ministro. E ancora: «Avvieremo programmi di deradicalizzazione nei villaggi. Manderemo nella zona maestri e collaboreremo su programmi di insegnamento con organizzazioni come la Muhammadiya e Nahdlatul Ulama».Muhammadiya e Nahdlatul Ulama

La Muhammadiya è la seconda organizzazione islamica sunnita in Indonesia: afferma di avere circa 29 milioni di aderenti. Nata nel 1912, è considerato un movimento riformista o modernista: seguendo gli insegnamenti dell’egiziano Muhammad ‘Abduh, vissuto al Cairo alla fine del XIX secolo, la Muhammadiya predica una purificazione della fede e un ritorno all’Islam non intaccato da tradizioni e pratiche locali, mette l’accento sul senso individuale di responsabilità morale, su un’interpretazione del Corano e degli Hadīth – i detti del Profeta dell’Islam – personale e non filtrata dagli ulema, gli esperti in materia di religione. Pone enorme attenzione all’istruzione moderna, sul modello occidentale. In Indonesia, gestisce migliaia di istituti di insegnamento superiore, non soltanto religioso, dai licei alle università.

Nahdlatul Ulama, “la Rinascita degli ulama”, o NU, è nata invece nel 1926 in reazione al rafforzarsi della corrente modernista e al propagarsi nel mondo islamico del wahhabismo saudita. I kyai – ulema – guide delle antiche scuole religiose indonesiane, pesantren, seguono un Islam tradizionale, basato non sull’interpretazione individuale, ma su un bagaglio di scritti classici di ulema mediorientali e indonesiani. Il movimento, a differenza della Muhammadiya, abbraccia le tradizioni pre-islamiche e il sufismo nella forma propugnata dal teologo e giurista Abū Hāmid al-Ghazālī (m. 1111). Se in passato la Muhammadiya rappresentava l’élite intellettuale dei centri urbani, e NU la società più rurale dell’arcipelago, oggi questa dicotomia si è persa. NU sostiene di avere circa 50 milioni di affiliati.

«Bismillah», nel nome di Dio. La breve lezione della dottoressa Ruhaini Dzuhayatin, vicerettore degli affari studenteschi all’Università Islamica Statale di Yogyakarta, inizia così. Seduta sotto la foto del presidente indonesiano Joko “Jokowi” Widodo, spiega a un gruppo di studenti, in prevalenza ragazze dai veli colorati, le opportunità di studio all’estero: Italia, Canada, Egitto, Qatar… A pochi passi dall’aula, studenti e studentesse con i loro MacBook hanno abbandonato le infradito di gomma sui gradini della moderna moschea, che usano come sala studio, seduti per terra nella penombra. Ruhaini ha una spiegazione aneddotica ma efficace sulla differenza tra le due grandi organizzazioni che danno forma all’Islam indonesiano. «Una volta, era possibile riconoscere un membro della Muhammadiya da come si vestiva: abiti occidentali invece del sarongtradizionale adottato da NU», il largo taglio di cotone colorato che, allacciato attorno alla vita cade fino alle caviglie. «I membri della Muhammadiya erano come i protestanti: il loro obiettivo era quello di individualizzare l’Islam e riportarlo all’elemento fondamentale della relazione tra l’individuo e Dio. La sostanza: preghi, e questo è abbastanza. Poi, vai avanti con la tua vita. Facevano parte di quella borghesia mercantile che non aveva tempo di stare in moschea: dopo la preghiera doveva velocemente riaprire la bottega, al contrario di una società agricola, con i tempi più dilatati, e più a contatto con le antiche tradizioni». A differenza di movimenti del mondo arabo come i Fratelli musulmani, le due organizzazioni si considerano espressioni della società civile e non hanno mai trasformato la loro presenza capillare nell’arcipelago in velleità partitiche.

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LA SPIRITUALITA’ SUFI CONTRO LO JIHADISMO

In questi mesi a causa delle vicende che si stanno svolgendo in Medio oriente si assiste ad una ondata di ritorno di paure nei confronti dell’Islam, che determinano atteggiamenti di chiusura e sospetto nei confronti dei fedeli musulmani. La mancanza di informazione e di diffusione di una cultura del pluralismo in grado di promuovere un proficuo dialogo tra fedi, ma anche tra culture, non contribuisce a favorire atteggiamenti di pacata riflessione e comprensione di quanto sta accadendo, nonché delle radici dei conflitti che un po’ ovunque stanno infiammando le aree più fragili di Europa e Africa.

Gli ordini SUFI Islamici hanno preso una chiara posizione nei confronti delle derive Jihadiste, individuando un loro preciso compito nel riuscire a rappresentare per il mondo islamico un concreto riferimento spirituale intorno al quale coagulare anche i bisogni di riconoscimento culturale e di tradizione dei musulmani. L’intervista al Presidente della federazione mondiale degli Ordini Sufi Sheikh Alaa Abul Azayem ha esplicitamente affermato in un’intervista pubblicata nel sito dell’ANSA che:”Il nostro ruolo è ormai indispensabile non solo per la sicurezza degli egiziani, ma per quella di tutto il mondo. Molti occidentali sono attratti dal salafismo militante, mentre i sufi, con la loro filosofia non violenta, possono essere un punto di equilibrio. Per questo è importante che siano presenti fra i musulmani in tutto il mondo”.

L’intervista è consultabile a questo link:

Leader Sufi: la nostra influenza è indispensabile contro lo Jihadismo

Nel sito WWW.PLURALISMORELIGIOSO.IT  è stata attivata la sezione dedicata alle confraternite SUFI presenti in Italia:

VAI ALLA PAGINA    IL SUFISMO:

 L’etimologia del termine “Sufismo”  ha radici nell’interesse tutto ottocentesco nei confronti delle religioni orientali, è stata infatti coniata per dare una etichetta alla parola araba Sūfī Tasawwuf,  che significa propriamente “farsi Sūfī”, e si riferisce a quella pratica interiore fondata su un profondo intento di vivere, nella sua esperienza essenziale, l’Islam.

Si attribuiscono al termine Sufi ben tre radici etimologiche: la prima fa derivare la parola dalla radice “sūf”, che significa “lana”, pare infatti che i primi asceti Sufi fossero presenti già in epoca preislamica, vivendo in estrema povertà e vestendosi solo con una tunica di lana semplice e rattoppata. La seconda radice etimologica pare riferirsi al termine arabo “safā’”, che significa purezza, ma anche al termine “suffa”, che designava i primi discepoli del profeta Ahl al-suffa, discepoli che furono anche conosciuti come la  “Gente della veranda”, si trattava di iniziati che avevano deciso di dedicarsi ad una pratica di devozione assoluta, basata sullo studio dei testi sacri e su una pratica di vita ascetica. Al termine Sufi si attribuisce quindi una terza derivazione dalla parola “Sufa”, invocazione riferita ad al-Ghawth ibn Murra, leggendario maestro vissuto già cinque generazioni prima del profeta, che  aveva dedicato la sua esistenza al servizio del Dio unico, prestando servizio nella Ka‘ba.

Sufi è comunque termine che viene riferito a chi decide di percorrere la via mistica che in arabo è detta “tarīq”, per giungere alla conoscenza di Dio, guidato da un maestro, shaykh, in grado di condurlo attraverso gli stati che lo avvicinano a realizzare Dio in se stesso. Propriamente il Sufismo è dunque la Via del Cuore, la Via del puro, e rappresenta il percorso mistico dell’Islam,  che conduce l’iniziato al cospetto della Presenza Divina. Non è dunque una diversa corrente dell’Islam, ma una filosofia di vita che ha come scopo di vivere appieno la spiritualità dell’Islam, esattamente come avviene nella grande tradizione della mistica cristiana e della mistica orientale. Già dai primi secoli del medioevo il Sufismo si è espresso attraverso la presenza di confraternite, che potrebbero essere assimilate all’esperienza dei grandi Ordini o Congregazioni religiose nella tradizione cristiana, portatrici dunque di una visione e una pratica di vita spirituale che si differenzia senza mai venire meno però a quanto previsto dai cinque pilastri dell’Islam. Al vertice di ogni confraternita era un Maestro che nominava i vari Maestri locali e regionali scelti fra i suoi discepoli, cioè persone capaci di trasmettere l’insegnamento, la vita spirituale e la benedizione (baraka), ereditati dal Maestro fondatore e, tramite lui, dallo stesso Profeta Maometto. I membri di ogni Confraternita si consideravano tra loro fratelli e dunque da questo era stato coniato il termine per definire l’ordine che li rappresentava.

Le origini del Sufismo

Il Sufismo si è affermato nel III secolo dell’era islamica con la scuola di Baghdad e si è via via strutturato sul pensiero di due grandi figure le quali hanno indicato due diverse strade attraverso cui praticare l’esperienza mistica nel rapporto con il divino: Junayd al-Baghdadi (m. 910), che propone un percorso secondo il quale l’unione mistica è fondamentalmente accettazione passiva della volontà divina il cui fine è l’annichilimento in ” Colui che pensiamo” e Husayn ibn Mansur al-Hallaj (858-922), discepolo di Junayd, ma che si distaccò dal maestro perchè profondamente convinto che il messaggio Sufi non dovesse rimanere ristretto ad una sola ristretta cerchia di iniziati ,ma dovesse rivolgersi a “tutti i cuori”. Husayn ibn Mansur al-Hallaj è dunque l’esponente della corrente estatica che ad una via passiva di “annientamento in Dio” privilegia una pratica rivolta alla predicazione e alla condivisione animata da compassione nei confronti di tutti gli esseri del creato.

Una sintesi delle due correnti sarà possibile attraverso la figura di Abu Hamid al-Ghazali (1058-1111), il cui approccio fu in grado di ricomporre la contraddizione tra la vita iniziatica delle confraternite Sufi e la predicazione in qualche modo “evangelica” praticata dalla corrente di Husayn ibn Mansur al-Hallaj, riuscendo a restituire riconoscimento e senso alle confraternite iniziatiche, sino ad allora frequentate da adepti. La sua visione introduce il modello del Sufi che vive una vita concreta in mezzo agli altri uomini e che presta attenzione alle esigenze della comunità musulmana e alla necessità di dare a ciascuno il livello di verità che può comprendere. La sua visione del percorso Sufi è in qualche modo all’origine di quella che sarà definita come gnosi mistica, accanto alla quale prese anche forma una via Sufi rivolta alla compassione e contatto con i fedeli che diede più consistenza e senso ai compiti propri delle Confraternite religiose.

Altri importanti maestri Sufi che occorre ricordare sono l’andaluso Muhyi-d-din Ibn ‘Arabi (1165-1240) teorico del Logos e primo sostenitore di quello che oggi potremmo definire come “universalismo religioso”, sosteneva infatti che se tutte le creature sono manifestazioni di Dio, allora gli uomini non possono che adorare Lui qualunque cosa essi adorino. Conobbe Ibn Rushd, il noto filosofo Averroè, e fu anche un dolcissimo poeta, vocazione che gli fu ispirata da una giovane e colta poetessa persiana alla quale dedicò bellissime poesie d’amore, i versi esprimevano attraverso le metafore anche il significato di profonde esperienze spirituali, velate dai contenuti di una poesia profana. Insomma non è diversa questa esperienza da quella delle poesia trobadorica e cortese, che in Occidente segnava le radici della grande poesia d’amore e mistica cui anche Dante attinse con la sua Divina Commedia.

Un altro grande e forse più conosciuto poeta Sufi fu quindi Jalal d-din Rumi (1207-1273), nativo del Khorasan, odierno Afghanistan, il più celebre dei poeti mistici persiani cantore dell’esperienza dell’Amore che comprende tutto in sé e che fa di Dio l’eterno Amato cui l’anima anela. Dopo la sua morte i suoi discepoli formarono una Confraternita detta Mawlawiyya, divenuta celebre per il suo particolare rituale del samā‘, accompagnato dalla danza dei “dervisci rotanti”. La confraternita si è fortemente sviluppata nei territori facenti parte dell’attuale Turchia. Nel 1925, a seguito delle riforme laicizzanti ordinate dal presidente turco Atatürk, l’ordine di Rumi venne proibito, e fu nuovamente reso legale soltanto nel 1954.

Solo a partire dalla seconda metà del secolo scorso, il Tasawwuf è giunto anche in occidente, sia tramite discepoli e maestri immigrati sia attraverso occidentali convertiti all’Islam. Figura rilevante di questo fenomeno per esempio è il francese René Guénon, che per mezzo delle sue opere pubblicate e della sua personale esperienza, ha dato forte impulso a tale penetrazione. L’Italia stessa ospita oggi alcune importanti Confraternite.

Le Confraternite

Le Confraternite islamiche (in arabo: ﻃﺮﻴﻘـة, ṭarīqa, pl. ṭuruq) sono quindi un tardo fenomeno del Sufismo e comparvero solo a partire dal XII secolo, come organizzazioni complesse di discepoli (murīd, pl. murīdīn) uniti sotto la guida di un Maestro, per imparare a percorrere la Via mistica e giungere ad una diretta conoscenza di Dio. Di esse si ricordano in particolare la Qādiriyya, fondata nel XII secolo da Abd al-Qadir al-Jilani e, nella stessa epoca, la Suhrawardiyya, fondata da Shihab al-Din al-Suhrawardi, così come la Rifa’iyya, fondata da Ahmad al-Rifa’i. La Shadhiliyya, fondata da Abu l-Hasan al-Shadhili nel XIII secolo, la Mawlawiyya, in turco Mevleviyyè, fondata da Jalal al-Din Rumi; la Kubrawiyya, fondata da Najm al-Din Kubrà; la Cishtiyya fondata in India da Mu’in al-Din Cishti e la Naqshbandiyya, fondata da Baha al-Din Naqshbandi, sono invece sorte nel XIII secolo.

 La Via spirituale

Il Maestro di ogni Confraternita rappresenta il modello spirituale del discepolo che presta al suo Maestro un giuramento di obbedienza. Grazie alle sue predicazioni e insegnamenti il Maestro mostra la giusta direzione, la via diritta. Il discepolo dovrà superare diversi stadi spirituali prima di raggiungere le ultime tappe: il grado supremo dell’intimità con Dio e l’annullamento di sé nel suo completo abbandono. Si tratta propriamente di un percorso mistico che avviene come nella grande tradizioni cristiana e orientale attraverso il superamento di gradi o stadi, certo è che nell’esperienza Sufi il culmine dell’esperienza è fondamentalmente un annientamento, più che una illuminazione nel senso più proprio dell’esperienza orientale. Questo cammino spirituale, costituito da diversi gradi, rappresenta la Via, il cammino che conduce a Dio. Tuttavia non sempre il discepolo riesce a raggiungere l’ultimo stadio e, più che una iniziazione e una direzione spirituale e morale, si aspetta dal Maestro benefici spirituali che derivano dal potere ultraterreno, dalla Benedizione che quest’ultimo ha ricevuto dal Fondatore e che può essere stata rinforzata dai suoi meriti personali.

Pratiche e riti

Gli adepti delle Confraternite sono musulmani che, come tali, hanno il dovere di praticare fedelmente i cinque pilastri dell’Islam, in particolare la preghiera rituale quotidiana e il digiuno del Ramadan. Tuttavia ogni Confraternita possiede una pratica specifica. Ad esempio ci sono le veglie, spesso dedicate alla lettura del Corano, i digiuni supplementari, i ritiri, le recite. Ogni Confraternita ha il proprio elemento originale: un insieme di formule, di sura (capitoli del Corano) e di preghiere dette o cantate in momenti precisi e per un certo numero di volte durante il giorno.

Le Confraternite praticano anche un altro esercizio caratteristico che aiuta coloro che lo attuano a “ricordarsi di Dio”. Questo esercizio è detto dhikr. Soli o in gruppo, i confratelli si ricordano di Dio, con la ripetizione sia di formule della professione di fede ( “Non c’è altra divinità che Dio!”), sia di uno dei più bei nomi di Dio, sia semplicemente del pronome personale “Egli” riferito a Dio. Queste esercitazioni spirituali e di preghiera rappresentano i momenti salienti della vita di Confraternita. Ognuna di esse ha il suo modo particolare per svolgere queste forme di preghiera: in piedi o seduti, con o senza l’accompagnamento di uno strumento musicale, con o senza danze.

Le confraternite Sufi in Italia sono: la tarîqa Tijâniyya; la Jamâ’at al-Fayda al-Tijâniyya; la tarîqa Shādhiliyya- ʿAlawiyya-Ismāʿīliyya; la tarîqa Naqshbandiyya – Mujadddiyya; la tarîqa Naqshbandiyya-Haqqâniyya al-‘Aliyya; la tarîqa Ahmadiyya Idrisîyya Shâdhilîyya, a Milano; la Murîdiyya, a Brescia. A queste si possono aggiungere, sempre nell’ambito del Sufismo: la Jerrahi-Halveti, a Milano, fino al 2010 guidata da Gabriele Mandel; la Tariqa Burhaniya, a Roma; la Islam Kültür Merkesi, a Milano.

Per contatti scrivere a:

[email protected]

Sezione a cura di Alessandra Luciano

 

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Assisi, 18 – 20 Settembre 2016

SETE DI PACE – RELIGIONI E CULTURE IN DIALOGO

SPIRITO DI ASSISI 1986-2016 

30 anni di dialogo interreligioso ed ecumenico

 

Cos’è lo “Spirito di Assisi”, 30 anni di pace

Ad Assisi dal 18 al 20 settembre 2016, sarà celebrato il 30° anniversario della storica giornata del 27 ottobre 1986 voluta da san Giovanni Paolo II, che rappresentò la sorgente di quello “Spirito di Assisi” che si è diffuso da allora in tanti angoli del mondo.

A trenta anni di distanza, ancora una volta, uomini e donne di religione e di cultura si ritroveranno ad Assisi, nella città che San Giovanni Paolo II ebbe a definire “il luogo che la serafica figura di san Francesco ha trasformato in un centro di Fraternità universale”. Il meeting intende raccogliere le sfide del mondo contemporaneo attraverso un dialogo sincero e fattivo, per generare un clima di fiducia, di rispetto e collaborazione, tanto prezioso alla costruzione di un futuro migliore per l’umanità

Il meeting del 30° Spirito di Assisi” si svolge, come è ormai tradizione , attraverso un assemblea plenaria di Inaugurazione, nel pomeriggio di domenica 18 settembre, a cui faranno seguito il lunedì e il martedì mattina, in tre sessioni, circa 30 panel sui temi emergenti del dialogo interreligioso e della giustizia e pace nelle società contemporanee. i tre giorni saranno conclusi da una cerimonia finale in piazza, dove sarà proclamato e firmato un comune appello appello di pace.

I partecipanti previsti, nazionali e internazionali, saranno oltre 400 oltre ad alcune migliaia di convegnisti presenti ai diversi momenti dell’incontro.

L’evento commemorativo, quest’anno, viene promosso dalla Diocesi di Assisi, dalle famiglie Francescane, dalla comunità sant’Egidio insieme ad altri movimenti e aggregazioni ecclesiali, in collaborazione con la conferenza espiscopale Umbra, la Regione Umbria e il Comune di Assisi. Vedrà la partecipazione di leaders delle chiese cristiane e delle grandi religioni, di esponenti del mondo politico e culturale internazionale oltre a rappresentanti di governi provenienti da diverse aree del mondo.

Il meeting di Assisi 2016 avrà luogo, significativamente, nel corso dell’Anno Santo della Misericordia, voluto da Papa Francesco. Si colloca sulla scia di innumerevoli altri incontri nazionali e internazionali vissuti nel trentennio nello “spirito di Assisi”, promossi dalla Comunità Sant’Egidio e da altre aggregazioni ecclesiali.

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Quale futuro per la casa comune?    

Esperienze e Riflessioni Interreligiose su uomo e ambiente

 


Il Convegno ha lo scopo di leggere a tre voci, buddhista, induista e cristiana, gli aspetti antropologici ed economici della crisi del nostro tempo. Ma, soprattutto, vorrà dare testimonianza del fatto che, nella diversità di percorsi, è possibile la collaborazione fra religioni. Siamo convinti, infatti, che mettendo a disposizione i propri doni interiori e risorse concrete, si può contribuire ad arricchire i futuri orientamenti educativi, spirituali, etici e sociali. In ascolto delle domande del nostro tempo.

file attached   brochure_maggio_2016.pdf

 

 

Il Papa incontra leader religiosi -- Foto (c) L'Osservatore Romano)
Un’occasione d’incontro, apertura e fattiva collaborazione nel segno della solidarietà. Questo il senso del Giubileo indetto da Papa Francesco, alla vigilia dell’apertura ufficiale delle celebrazioni, emerso al convegno “Cristiani e musulmani per la misericordia”, svoltosi a Roma e organizzato da Fnsi, Articolo21 e Associazione Giornalisti Amici di padre Dall’Oglio.

Dialogo in quanto relazione fatta di gesti e di azioni concrete, sinonimo del “fare insieme” e non soltanto del sedersi a un tavolo per discutere le proprie opinioni. Ha avuto una radice nelle riflessioni di Papa Francesco sul dialogo interreligioso l’incontro “Cristiani e musulmani per la misericordia”. Sul “vivere insieme” si sofferma Antoine Courban, esperto di relazioni islamo-cristiane all’università Saint Joseph di Beirut, in Libano:

Per troppo tempo abbiamo lasciato il dialogo tra islam e cristianesimo solo tra le mani dei teologi. Abbiamo tentato invano di trovare un denominatore comune il più semplice e basico possibile. Ma questo non è vivere insieme. Dopo gli attentati di Parigi, la natura e il quadro del dialogo tra islam e cristianesimo – e in generale del dialogo interreligioso – deve porsi in termini di diritto pubblico, affinché si possa “organizzare” il vivere insieme. Penso e spero che l’Anno della misericordia sia l’occasione unica, a partire da Roma, per iniziative e parole profetiche, perché è proprio di questo che abbiamo bisogno oggi per diminuire la tensione interreligiosa. In questo momento ci sono diversi tipi di terrorismo: c’è il terrorismo religioso; quello profano, secolare, laico; c’è il terrorismo ideologico; c’è un terrore nazionalista; c’è pure un terrore islamofobico. Tutto questo è un terrore globale. Il mondo in questo momento è diviso in due parti. Da una parte ci sono i radicali – a prescindere dalle religioni, dalle ideologie – e i più violenti sono i ‘Daesh’. E dall’altra parte ci sono i moderati. Il mio appello è, in primo luogo, a scrivere ad ogni costo una “Carta della convivenza nel Mediterraneo” e, in secondo luogo, a dire: “Moderati di tutti i Paesi, uniamoci!”.

A cinquant’anni dalla Dichiarazione conciliare “Nostra aetate”, documento fondamentale per la promozione delle relazioni di rispetto, amicizia e dialogo con le altre religioni, Mohammad Sammak, segretario generale dell’Islamic spiritual summit di Beirut, spiega il significato del concetto di misericordia nella religione islamica:

R. – “Mercy” is the name of God, in Islam, and “Compassionate” is also the name of God. And each verse …
“Misericordia” è il nome di Dio nell’islam, assieme a “compassionevole”. Ogni verso del Corano inizia così: “Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Compassionevole”. Questo è il quadro delle relazioni tra Dio e il Creato e dovrebbe essere anche la cornice dei rapporti tra tutti gli esseri umani. Ora, se questi principi non sono rispettati da chi parla di islam o fraintende l’islam, questa è un’altra cosa. Viviamo una situazione in cui questi principi non sono rispettati da alcuni che si dicono musulmani, ma mostrano un’immagine diversa dell’islam. Questo è il motivo per cui c’è una reale contraddizione tra quello che l’islam dice e la maniera con cui queste persone si comportano.

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Cristiani e musulmani sono fratelli

 papa-africa

Lo ha ribadito Papa Francesco alla Moschea centrale di Bangui a Koudoukou dove ha incontrato la Comunità Musulmana nella repubblica Centro Africana.

 

Dobbiamo dunque considerarci come tali, comportarci come tali. Sappiamo bene che gli ultimi avvenimenti e le violenze che hanno scosso il vostro Paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi.

Chi dice di credere in Dio dev’essere anche un uomo o una donna di pace. Cristiani, musulmani e membri delle religioni tradizionali hanno vissuto pacificamente insieme per molti anni”

 

- LEGGI ANCHE: Il Papa in Africa, lotta alla strumentalizzazione delle religioni

 

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Il Papa e l'imam di Koudoukou nella Moschea di Bangui, nella Repubblica Centrafricana

Il Papa e l’imam di Koudoukou nella Moschea di Bangui, nella Repubblica Centrafricana

Il no alla ‘teologia politica’, ribadito dal Papa in Africa

02/12/2015 12:31Secondo Massimo Borghesi, docente di filosofia morale all’Università di Perugia, il filo rosso che ha legato le tre tappe del viaggio africano di Francesco è stata la condanna alla ‘teologia politica’

 

Il Papa con l'imam di Bangui

Il Papa con l’imam di Bangui

Card. Filoni: anche musulmani aprano Porta Santa della misericordia

02/12/2015 12:02Una nuova speranza per la pace, il dialogo e la giustizia: Così il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha definito il viaggio di Papa Francesco in Kenya, Uganda e Centrafrica.

 

PAPA  FRANCESCO IN VISITA ECUMENICA

ALLA CHIESA LUTERANA DI ROMA

«Non costruire muri ma pregare e servire»

 

 

A Parigi «anche il nome di Dio usato per chiudere il cuore»

Dopo Parigi «che fare? Parlare chiaro, pregare e servire». Il Pontefice ha evocato con queste parole la tragedia degli attacchi terroristici nella conversazione spontanea con i fedeli della chiesa luterana di Roma, rispondendo a una donna che gli chiedeva che cosa fare per evitare che le persone non si rassegnino alla miseria e non costruiscano nuovi muri. «L’uomo – ha sottolineato – dal primo momento, se leggiamo le Scritture è un grande costruttore di muri, dalle prime pagine della Genesi vediamo questo». Secondo il Papa «c’è una fantasia dietro i muri umani: diventare come Dio. La Torre di Babele è proprio l’atteggiamento di dire: “Noi siamo i potenti, voi fuori”. C’è la superbia del potere nell’atteggiamento proposto nelle prime pagine della Genesi, per escludere si va in questa linea».

 

Papa Bergoglio ha aggiunto: «L’egoismo umano vuol difendersi, difendere il proprio potere. Ma in quel difendersi si allontana dalla fonte della ricchezza. I muri alla fine sono come un suicidio, ti chiudono. È una cosa brutta avere un cuore chiuso e oggi lo vediamo».

 

«Il muro è il monumento all’esclusione – ha spiegato – Sapete come fare a evitare i muri? Bisogna parlare chiaro, pregare e servire. Fate gli ultimi, lavate i piedi, prestate servizio ai fratelli e alle sorelle, ai più bisognosi».

 

«Che cosa mi piace di più nell’essere papa? Fare il parroco»

«La cosa che mi piace di più» nell’essere Papa «è fare il parroco» ma anche «stare con i bambini, parlare con loro, perché si impara tanto da loro». Così papa Francesco ha invece risposto alla domanda di un bambino di 9 anni: «Cosa ti piace di più dell’essere Papa?».

«La risposta è semplice – ha detto Jorge Mario Bergoglio – se io ti chiedo cosa ti piace più di un pasto tu mi rispondi il dolce. In realtà però di un pasto si deve mangiare tutto. A me non piace molto il lavoro di ufficio, ma devo farlo». Ma «la cosa che mi piace di più è fare il parroco, e quando ero rettore della facoltà di Teologia, c’era una parrocchia accanto alla facoltà di cui ero parroco: mi piaceva tanto insegnare il catechismo ai bambini e la domenica fare la messa con i bambini, c’erano 250 bambini ed era difficile che tutti stessero in silenzio, ma il dialogo con loro mi piaceva molto, perché i bambini sono concreti, non fanno domande teoriche».

«Fare il papa con lo stile del parroco, del pastore. Mi sento bene quando visito gli ammalati, quando parlo con le persone che sono disperate, tristi, e amo tanto andare in carcere. Ma non che mi portino in galera eh!», ha riso Francesco. «Ogni volta che io entro in un carcere mi domando “perché loro? e io no” – ha ribadito – e lì sento la salvezza di Gesù Cristo, perché è lui che mi ha salvato, io non sono più peccatore di lui, e lui mi ha preso per mano». «Se un Papa non fa il parroco, il vescovo, il pastore, sarà una persona importante, intelligente, avrà influsso nella società ma – conclude – nel suo cuore penso non sia felice».

 

Ai luterani: è giunto il tempo di «chiederci perdono»

Soffermandosi sul rapporto tra cattolici e luterani, nell’omelia, sviluppata dal passo evangelico secondo Matteo (25,31-46) e tutta pronunciata parlando «a braccio», «Ci sono stati tempi brutti fra noi, cattolici e luterani. Pensate alle persecuzioni fra noi con lo stesso battesimo. Dobbiamo chiederci perdono per questo, perdono dello scandalo della divisione».

Nella predica ha rilevato: «Nel giorno del Giudizio non ti sarà chiesto se sei andato a messa, ma se la tua vita l’avrai usata per fare muri o per servire. Tutti noi battezzati, luterani e cattolici, siamo in questa scelta: il sevizio, l’essere servo». Si è domandato Francesco: «Ma noi luterani e cattolici, da che parte saremo, a destra o a sinistra? Ma ci sono stati tempi brutti eh fra noi – ha sottolineato – le persecuzioni tra noi, con lo stesso battesimo… ci siamo anche bruciati vivi, dobbiamo chiederci perdono per quello scandalo della divisione, perdono, tutti, luterani con cattolici».

 

Quando «condividiamo la cena del Signore – ha osservato – ricordiamo e imitiamo il Signore Gesù. La cena del Signore ci sarà. Il banchetto finale della nuova Gerusalemme. Mi domando: condividere la cena del Signore è il fine di un cammino o il viatico per camminare insieme? In un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze tra noi, che abbiamo la stessa dottrina. Mi domando: “Ma non abbiamo lo stesso battesimo?” E se sì dobbiamo camminare insieme».

 

«Una fede, un battesimo, un Signore, così disse Paolo – ha evidenziato – Non oserò mai dare il permesso perché non è competenza mia. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso e non posso dire di più». Il Pontefice ha riconosciuto di essere consapevole che «non c’è un’altra scelta, oltre la scelta di servizio che lui ci ha indicato essendo servo, il servo del Signore. Mi piace per finire chiedere che lui sia il servo della vita, che ci aiuti a camminare insieme, a lavorare insieme, ad amarci insieme con vero amore; “padre siamo diversi perché i nostri libri dogmatici dicono una cosa e i vostri ne dicono un’altra”, ma un grande vostro ha detto un giorno che c’è l’ora della grazia riconciliata, di quel Dio che è venuto da noi per servire».

 

Prima della predica, rispondendo alla domanda di una donna luterana sposata con un cristiano, aveva detto: «Quando lei si sente peccatrice e suo marito si sente peccatore lei guarda il Signore e chiede perdono. Suo marito fa lo stesso. Quando pregate insieme quel battesimo cresce, diviene forte. Quando insegnate ai vostri figli chi è Gesù, fate lo stesso, sia in lingua luterana che in lingua cattolica».

 

E’ TEMPO DI CHIEDERCI:

PERCHE’ GIOVANI  DAI   20 AI 25 ANNI  

TROVANO NELLA BRUTALITA’  IDEOLOGICA

DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

UN SENSO,  UN RUOLO,

UNA FORMA  VALOROSA 

DI VITA E… DI MORTE ????

QUALE VUOTO DI SENSO

RIEMPIE

IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO?

NELLA SOCIETA’  OCCIDENTALE DOVE QUESTI GIOVANI

SPESSO SONO  NATI E CRESCIUTI???

E’ TEMPO DI CHIEDERCELO

SE VOGLIAMO SALVARE  NON SOLO NOI POTENZIALI VITTIME,

MA ANCHE I GIOVANI CARNEFICI ….

DAL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

 

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«No! No allo Stato religioso!»

Il grido di un intellettuale musulmano contro il pensiero islamista e le derive estremiste diventa oggi dopo il massacro di Parigi più attuale che mai

Farag Foda | sabato 14 novembre 2015

Il jihadismo che ha colpito il cuore di Parigi viene da lontano, dalla pretesa ideologica di identificare religione e politica per creare con la violenza uno Stato islamico.
Lo denunciava con forza già nel 1986 l’intellettuale egiziano laico Farag Foda (1945-1992) in questo brano che proponiamo ora per la sua attualità. L’autore smonta la tesi per cui l’Islam richiederebbe l’identificazione tra religione e Stato e prevede che questa ideologia, se non arrestata, costerà al mondo un prezzo molto alto. Un prezzo che per Foda coincise con la vita stessa: fu assassinato al Cairo nel 1992 da due islamisti radicali. «Loro hanno il loro modo di ragionare e noi il nostro, loro hanno un passato verso cui fuggono e da cui noi fuggiamo, loro hanno un futuro da cui fuggono e verso cui noi ci protendiamo». Parole più che attuali oggi.

“Gli islamisti ritengono che mescolare religione e Stato sia un obbligo religioso, che l’Islam sia religione e Stato e che chiunque accetti la fede e rifiuti lo Stato rinneghi necessariamente un insegnamento di fede. E con questo insegnamento di fede intendono il fatto che essa organizzerebbe le modalità di governo e le questioni politiche.

Di questa pretesa però non portano mai le prove. Non per questo tacciono, ma anzi vagano senza meta per monti e per valli. Ti rinviano al Corano. Ma se gli dici che il Corano non ne fa parola, che non tratta di come si debba scegliere il governante e non chiarisce la natura del regime di governo, ti rimandano allashûrâ [“consultazione”] . Se gli domandi come la interpretano, e in che misura sia obbligatoria per il governante, si dividono in tutto tranne che nell’ostilità verso di te e si disputano su tutto tranne che sul dichiararti miscredente. Ti rimandano alla Sunna , ma se gli dici che l’epoca del Profeta è legata alla sua persona e non è una prova per le generazioni seguenti (perché dove si trova oggi un governante che [come il Profeta] non parli mosso da passione e riceva rivelazioni divine sul da farsi?), ti scaraventano addosso il governo dei Califfi ben guidati . E se provi a discutere con loro o ad analizzare le cose, danno letteralmente di matto dicendo che sei entrato nelle regioni sacre. Se provi a obiettare con argomenti logici, fanno i finti logici dichiarando che la ragione non ha parte in queste cose e se gli metti di fronte gli errori compiuti dai Compagni, gli uni si stracceranno le vesti chiamando Dio in loro soccorso e gli altri risponderanno che gli errori dei musulmani non sono una prova contro l’Islam. E in questo hanno ragione, ma chi mai ha detto che stiamo obiettando all’Islam?

L’Islam è nel cuore e nella ragione insieme. Noi qui stiamo solo protestando contro la loro pretesa di poter governare per mezzo dell’Islam e questo è ben diverso; perché l’Islam, a nostro avviso, è religione e non è Stato (nel senso moderno della struttura dello Stato), è coscienza e non è spada (nel senso antico della spada). Per cui, se il nostro contraddittore invoca l’Islam come religione, non dobbiamo far altro che sottometterci reverenti, alla religione e non al nostro contraddittore, alla fede e non a colui che parla in suo nome. Ma quando viene a dirci che vuole governare per mezzo dell’Islam, non dovremmo neppure chiedergli un esempio, perché lui non sta parlando nel vuoto e non è dal vuoto che noi gli replichiamo. Il nostro testimone contro di lui è l’esperienza e il fatto che, a quanto pare, in più di mille anni di storia non ci sia un esempio positivo da portare o un modello chiaro da invocare.

A questo punto non resta loro che tornare alla carica con l’appello per lo Stato religioso, chiudendo gli occhi, mutilando la storia, alterando i fatti, falsificando gli eventi, gridando di fronte alle realtà storiche che sono “storielle giudaiche” (isrâ’îliyyât) e di fronte agli argomenti logici che sono incursioni sioniste, e alzando di fronte alla forza della prova la spada del takfîr [l’accusa di miscredenza]. Non hanno alternativa. Non ci importa di loro e non riescono a diminuire di un soffio la nostra fede che loro sono in errore o forse preda delle loro ambizioni e che noi abbiamo ragione e siamo nel vero. Non dovremmo occuparci di loro, non fosse che… e ahimè per questo “non fosse che”!

[…] Perdonatemi l’espressione eccessiva, ma la nostra tragedia è che siamo troppo divisi, incapaci di raggiungere la meta, con lo sguardo sempre rivolto indietro tanto che penso che l’avanti sia stato creato per altri, non per noi, che il futuro sia proprietà esclusiva di altri e che la speranza sia una moneta rara e di cui è vietata la circolazione. Spesso mi domando perché sia così e credo di avere una risposta che contiene molti elementi di verità e che si può sintetizzare in questo modo: abbiamo ricevuto [questi valori] da altri e non abbiamo pagato nessun prezzo per essi. Ogni cosa ha il suo prezzo, la democrazia, la laicità, la civiltà, i diritti umani, tutto ha un prezzo. Il mondo civilizzato ha pagato un prezzo per tutte queste cose. Per arrivare dove si trova ora ha dovuto attraversare mari di sangue e camminare sopra i cadaveri di migliaia di vittime. Per questo si tiene ben strette queste cose e non le molla, sapendo bene la fatica e la serietà, il sudore e il sangue che hanno richiesto. Noi invece abbiamo ricevuto tutte queste cose senza sforzo, ce le hanno trasmesse i pionieri [delle riforme]. Difenderle ci risulta difficile e non ci importa granché di perderle parzialmente o totalmente. Sono assolutamente certo che pagheremo il prezzo tra poco, a meno che ogni coscienza libera non si risvegli e ogni patriota desideroso di veder progredire il proprio Paese gridi con quanta voce ha in gola: “No! No allo Stato religioso! No al rifiuto della laicità! No al mescolare le carte tra politica e religione!” E tutte queste espressioni sono alla fine sinonimi.

Grideranno alla miscredenza. Ma per favore, chi sono loro per giudicare se uno è miscredente o no,chi sono loro per escludere le persone da una religione in cui crediamo e a cui ci consacriamo nel nostro intimo, non vedendo in essa altro che amore e tolleranza, non spade sguainate, sudari insanguinati e distese di tombe!

Loro hanno il loro modo di ragionare e noi il nostro, loro hanno un passato verso cui fuggono e da cui noi fuggiamo, loro hanno un futuro da cui fuggono e verso cui noi ci protendiamo. In comune tra noi e loro c’è solo una patria che noi sogniamo unita e che loro sognano dilacerata e di cui anzi detestano la semplice esistenza. E non potrebbero detestarla non fosse che… e ahimè per questo “non fosse che”!”

(Farag Foda, Hiwârât hawl al-‘almâniyya [Dialoghi sulla laicità], Cairo 1986, pp. 12-15, trad. Martino Diez)

 

Preghiera ecumenica ore 9.30

 Giovedì 12 novembre la prima parte della giornata sarà nel segno dell’incontro fra le confessioni cristiane e le altre fedi. Alle 9.30 è in programma la preghiera ecumenica presieduta da S.E. mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, con le meditazioni di padre Georgij Blatinskij, arciprete della Chiesa ortodossa russa di Firenze, e della pastora Letizia Tomassone della Chiesa valdese di Firenze.  Alle 10.20 il dialogo con Joseph Levi, rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze, e Izzeddin Elzir, imam di Firenze e presidente dell’UCOII (Unione Comunità Islamiche d’Italia).

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“Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. 

 «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227).Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’«Ecce homo» di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva.”

(Papa Francesco discorso ai partecipanti al convengo)

foto di Convegno Ecclesiale Nazionale Firenze 2015.

Le religioni e la difesa della natura

CON I LORO precetti basati sui testi sacri, Ebraismo, Cristianesimo, Islam e religioni orientali possono contribuire a un cambiamento delle abitudini, delle pratiche e delle politiche sociali, nel rispetto della sostenibilità, portando a un più ampio riconoscimento della responsabilità umana nella continuità della vita sul pianeta. La radice degli insegnamenti che possono favorire un migliore atteggiamento dell’uomo rispetto all’ambiente è contenuta proprio nei testi sacri. Ma qual è quella più “green”? “Al di là delle religioni orientali che sono più intimiste e vedono l’uomo come uno degli elementi naturali che costiuiscono il Creato, tutte e tre le religioni monoteiste hanno alla base un atteggiamento comune di rispetto nei confronti dell’ambiente basto sulla corresponsabilità dell’uomo, la transnazionalità e la solidarietà intergenerazionale”, spiega Maria Rosaria Piccinni, docente di Diritto e religioni nei Paesi del Mediterraneo presso il Dipartimento jonico dell’Università degli Studi di Bari e autrice del saggio La tutela dell’ambiente nel diritto delle religioni
“Esaminando i testi è forse l’Ebraismo la religione che più delle altre ha sviluppato l’argomento declinandolo in casi pratici con indicazioni modernissime e sorprendenti”, afferma Piccinni, “tuttavia, se dobbiamo invece parlare di attuazione pratica dei precetti, è l’Islam ad avere una maggiore incisività sui comportamenti ‘green’ dei fedeli anche perché nel mondo islamico spesso i precetti religiosi coincidono con le leggi dello Stato”.Ma torniamo ai testi. Nella religione ebraica sono moltissimi i precetti con indicazioni pratiche che invitano al rispetto dell’ambiente. “Nel libro di numeri, il Pentateuco, troviamo il primo esempio di pianificazione urbanistica che”, sottolinea la docente, “tra le altre cose sancisce il divieto di installare attività produttive nei centri abitati. Concerie, tintorie, stalle o altre attività che potevano inquinare dovevano restare lontane da dove si viveva. Era vietato alzare muri che potessero privare della luce, sciogliere calce nelle strade”. E ancora: “Il comando di Bal-Tashchit vietava di tagliare gli alberi, deviare i fiumi, sprecare l’acqua. Anche l’alimentazione Kasher”, aggiunge Piccinni, “ha origine nel rispetto degli animali che andavano macellati in un modo che ne limitasse al minimo le sofferenze. E i pulcini non andavano allontanati dalla chioccia per lo stesso motivo. L’anno sabbatico in cui l’uomo non doveva lavorare, serviva per far riposare i campi e non sfruttare troppo gli animali, così come il riposo del sabato per contemplare la bellezza del Creato e ricordarsi che la natura dà tutto ciò che serve per tutti”.Anche dal Cristianesimo arriva il messaggio “a coltivare e custodire il Creato”, spiega Piccinni. “A livello di testi come sappiamo il Vecchio Testamento è in comune con la religione ebraica ma nei Vangeli non c’è un riferimento specifico al rapporto dell’uomo con la natura. Abbiamo personaggi simbolo come San Francesco che hanno sempre evidenziato l’importanza del rispetto di animali e natura. E forte è in epoca contemporanea l’impegno della Santa Sede a livello internazionale. Dall’adesione alla Carta della Terra delle Nazioni Unite, all’enciclica di papa Benedetto XVI Caritas in veritate l’impegno per una base etica del rispetto dell’ambiente da parte della chiesa Cattolica è fortissimo”.

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Documento: Enti religiosi e tutela dell’ambiente *

SOMMARIO: 1. Premessa – 2. Verso una concreta assunzione di responsabilità della Chiesa cattolica in materia ambientale – 3. L’impegno delle Diocesi in materia di tutela ambientale – 4. L’impegno della Chiesa cattolica nella tutela dell’ambiente come espressione del principio di collaborazione con lo Stato per il bene del Paese e per la promozione dell’uomo – 5. La partecipazione degli enti religiosi alla costruzione di una “democrazia ambientale” – 6. Enti religiosi e diritto di accesso alle informazioni ambientali – 7. Enti religiosi e tutela giurisdizionale degli interessi diffusi in materia ambientale – 8. Riflessioni conclusive. Confessioni religiose e accesso alla giustizia ambientale.

PER LEGGERLO TUTTO FAI CLICK:  QUI

 

 

 

 

 

Riflettere sul tema del dialogo interreligioso e su come la multireligiosità abbia modificato i principali ambiti del vivere quotidiano, come la scuola, il lavoro e la sanità. Questo l’obiettivo della 2^ Conferenza nazionale ‘Cosmocity – Migrazioni, religioni e città interculturali. Le celebrazioni di Divali: un’occasione per promuovere il dialogo interreligioso’, che si terrà a Roma il prossimo 10 novembre 2015.

L’evento è organizzato da Programma integra, in collaborazione con Religions for Peace, Fondazione Roma Solidale, Master di I livello in Religioni e mediazione culturale dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, Associazione Pontieri del dialogo, Fondazione ISKCON Italia e Tathata Edizioni.

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La giornata si articolerà in due sessioni, una mattutina e una pomeridiana.

La sessione mattutina prevede una serie di interventi sul tema del dialogo interreligioso, in particolare si rifletterà su come la presenza nel nostro paese di differenti comunità migranti e religiose abbia modificato la struttura sociale e su come questo fenomeno si rifletta nei vari ambiti del vivere quotidiano quali i luoghi di lavoro, gli ospedali e la scuola. Durante la sessione pomeridiana verrà proiettato un lungometraggio sul tema del dialogo interreligioso selezionato tra i contributi del Religion Today Film Festival. Seguirà una sessione di interventi dei principali rappresentanti delle comunità religiose presenti nella Capitale.

La giornata si concluderà con un incontro simbolico per celebrare ‘Divali – festa della luce’, una ricorrenza religiosa di origine induista che simboleggia la vittoria del bene sul male, e festività nazionale in India e in altri Paesi del Sud-Est asiatico, ormai celebrata pubblicamente anche dalle comunità immigrate in alcuni Paesi occidentali.

La Conferenza si terrà il 10 novembre, a partire dalle ore 10, presso l’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma La Sapienza, Piazzale Aldo Moro, 5.

Per partecipare è necessario inviare una email di prenotazione all’indirizzo [email protected]

A breve verrà pubblicato il programma della giornata.

Per informazioni:
Programma integra
tel. 0678850299
e-mail: [email protected]
www.programmaintegra.it

 

http://www.programmaintegra.it/wp/2015/10/2-conferenza-nazionale-cosmocity-migrazioni-religioni-e-citta-interculturali-online-il-programma/

 

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CIPMO: 68 ARTISTI PER LA PACE IN MEDIO ORIENTE

 

 

20151020_161915L’asta di Arte contemporanea che CIPMO- Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente - organizza insieme a Sotheby’s,  per giovedì 22 ottobre alle ore 18 a Milano, presso lo stupendo UniCredit Pavilion in Piazza Gae Aulenti (un luogo che sta diventando sempre più il cuore pulsante della nuova Milano)) non è certo una delle solite aste commerciali.

L’asta, promossa dal grande storico dell’Arte Arturo Schwarz, sarà introdotta da Enrico Mentana, direttore del Tg La7; a condotta l’asta un battitore d’eccezione,Filippo Lotti, numero uno di Sotheby’s Italia.
L’asta è a sostegno del Progetto “Mediterranean Peace Channels, Il progetto crea occasioni riservate di incontro, lontane dai riflettori, tra esponenti delle società civili israeliana, palestinese e araba. Vi partecipano donne, insegnanti, giornalisti, giovani leader, policy maker, sindaci, esperti.
Il progetto crea altresì canali di contatto e conoscenza tra scuole italiane e mediterranee, consentendo ainsegnanti e studenti di Istituti superiori milanesi di entrare in comunicazione e lavorare insieme con classi di Istituti di Egitto, Israele, Marocco, Palestina, Tunisia, Turchia.
Pare strano, in questi giorni in cui il Medio Oriente è lacerato da scontri sanguinosi e da repressioni incapaci di garantire la sicurezza, che si parli di “Mediterranean Peace Channels”. Ma è proprio questa quotidianità così dolorosa a dimostrare Le diplomazie da sole non bastano a fare la pace, che la pace va costruita anche dal basso, a livello di società civile.
Chi scrive ha speso metà dei suoi anni (ne ho oramai quasi 70) a costruire momenti in cui le parti in conflitto si confrontano con l’umanità dell’Altro, la riconoscono, cercano di comprenderla, senza mai ignorare lo scontro esistente, ma cercando le strade per affrontarlo e risolverlo. Ma portare avanti questo impegno è divenuto sempre più faticoso e difficile, tra i continui tagli pubblici, e la difficoltà di vendere” agli sponsor privati una cosa così impalpabile e difficile come è la pace.
Bisogna essere un po’ pazzi, o almeno avere molta fantasia, E allora è venuta l’idea di rivolgersi, per sostenere questo impegno, ad una categoria di persone che di fantasia ne hanno per mestiere, e talora anche un po’ di pazzia, ma di quella buona. Gli artisti. E ancora una volta gli artisti hanno risposto, generosamente, artisti famosi e meno famosi, 68 artisti che hanno donato le loro opere, perché, come proclama l’asta, “La pace nutre la vita”.
Basta guardare la Galleria Fotografica delle opere online per vedere quanto sono belle: (tra gli altri, hanno donato la roro opera maestri come  Enrico Baj, Mario Ceroli, Sandro Chia, Ugo Nespolo, Mimmo Paladino, Luca Pignatelli, Fabrizio Plessi, Concetto Pozzati). Tra di loro, ve ne è una di Enzo Carpi, dono di Adelina Aletti, che ha una storia particolare: lo ha avuto in dono suo padre proprio dall’artista, che si rifugiava a casa sua per sottrarsi ai nazisti e alle limitazioni imposte agli ebrei dalle leggi sulla razza. Un dono che ci onora e ci commuove, che sarà battuto all’inizio dell’asta. Le opere sono già esposte e visibili presso il Pavilion Unicredit.
 

IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO  

DELLA PROMULGAZIONE DELLA

DICHIARAZIONE CONCILIARE  

“NOSTRA AETATE”  

Piazza San Pietro Mercoledì, 28 ottobre 2015

Selfie "interreligioso" con il Papa - REUTERS

Ricordare insieme i 50 anni della Nostra Aetate
“Nelle Udienze Generali – ha esordito Papa Francesco – ci sono spesso persone o gruppi appartenenti ad altre religioni; ma oggi questa presenza è del tutto particolare, per ricordare insieme il 50° anniversario della Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra ætate sui rapporti della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane. Questo tema stava fortemente a cuore al beato Papa Paolo VI, che già nella festa di Pentecoste dell’anno precedente la fine del Concilio, aveva istituito il Segretariato per i non cristiani, oggi Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Esprimo perciò la mia gratitudine e il mio caloroso benvenuto a persone e gruppi di diverse religioni, che oggi hanno voluto essere presenti, specialmente a quanti sono venuti da lontano”.

Aggiornamento della Chiesa nella fedeltà
“Il Concilio Vaticano II è stato un tempo straordinario di riflessione, dialogo e preghiera per rinnovare lo sguardo della Chiesa Cattolica su se stessa e sul mondo. Una lettura dei segni dei tempi in vista di un aggiornamento orientato da una duplice fedeltà: fedeltà alla tradizione ecclesiale e fedeltà alla storia degli uomini e delle donne del nostro tempo. Infatti Dio, che si è rivelato nella creazione e nella storia, che ha parlato per mezzo dei profeti e compiutamente nel suo Figlio fatto uomo (cfr Eb 1,1), si rivolge al cuore ed allo spirito di ogni essere umano che cerca la verità e le vie per praticarla”.

“Il messaggio della Dichiarazione Nostra ætate è sempre attuale. Ne richiamo brevemente alcuni punti:
- la crescente interdipendenza dei popoli (cfr n. 1);
- la ricerca umana di un senso della vita, della sofferenza, della morte, interrogativi che sempre accompagnano il nostro cammino (cfr n. 1);
- la comune origine e il comune destino dell’umanità (cfr n. 1);
- l’unicità della famiglia umana (cfr n. 1);
- le religioni come ricerca di Dio o dell’Assoluto, all’interno delle varie etnie e culture (cfr n. 1);
- lo sguardo benevolo e attento della Chiesa sulle religioni: essa non rigetta niente di ciò che in esse vi è di bello e di vero (cfr n. 2);
- la Chiesa guarda con stima i credenti di tutte le religioni, apprezzando il loro impegno spirituale e morale (cfr n. 3);
- la Chiesa, aperta al dialogo con tutti, è nello stesso tempo fedele alle verità in cui crede, a cominciare da quella che la salvezza offerta a tutti ha la sua origine in Gesù, unico salvatore, e che lo Spirito Santo è all’opera, quale fonte di pace e amore”.

Fiamma accesa ad Assisi da Giovanni Paolo II
“Sono tanti gli eventi, le iniziative, i rapporti istituzionali o personali con le religioni non cristiane di questi ultimi cinquant’anni, ed è difficile ricordarli tutti. Un avvenimento particolarmente significativo è stato l’Incontro di Assisi del 27 ottobre 1986. Esso fu voluto e promosso da san Giovanni Paolo II, il quale un anno prima, dunque trent’anni fa, rivolgendosi ai giovani musulmani a Casablanca auspicava che tutti i credenti in Dio favorissero l’amicizia e l’unione tra gli uomini e i popoli (19 agosto 1985). La fiamma, accesa ad Assisi, si è estesa in tutto il mondo e costituisce un permanente segno di speranza”.

Ebrei e cristiani: da nemici ad amici e fratelli
“Una speciale gratitudine a Dio merita la vera e propria trasformazione che ha avuto in questi 50 anni il rapporto tra cristiani ed ebrei. Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli. Il Concilio, con la DichiarazioneNostra ætate, ha tracciato la via: “sì” alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo; “no” ad ogni forma di antisemitismo e condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano”.

Rapporto con i musulmani: rispetto reciproco e libertà di coscienza
“La conoscenza, il rispetto e la stima vicendevoli costituiscono la via che, se vale in modo peculiare per la relazione con gli ebrei, vale analogamente anche per i rapporti con le altre religioni. Penso in particolare ai musulmani, che – come ricorda il Concilio – «adorano il Dio unico, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini» (Nostra ætate, 5). Essi si riferiscono alla paternità di Abramo, venerano Gesù come profeta, onorano la sua Madre vergine, Maria, attendono il giorno del giudizio, e praticano la preghiera, le elemosine e il digiuno (cfr ibid.). Il dialogo di cui abbiamo bisogno non può che essere aperto e rispettoso, e allora si rivela fruttuoso. Il rispetto reciproco è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso: rispettare il diritto altrui alla vita, all’integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e di religione”.

udienza-28-10-2015

Collaborare con chi non professa alcuna religione
“Il mondo guarda a noi credenti, ci esorta a collaborare tra di noi e con gli uomini e le donne di buona volontà che non professano alcuna religione, ci chiede risposte effettive su numerosi temi: la pace, la fame, la miseria che affligge milioni di persone, la crisi ambientale, la violenza, in particolare quella commessa in nome della religione, la corruzione, il degrado morale, le crisi della famiglia, dell’economia, della finanza, e soprattutto della speranza”.

La grande risorsa della preghiera
“Noi credenti non abbiamo ricette per questi problemi, ma abbiamo una grande risorsa: la preghiera. E noi credenti preghiamo. Dobbiamo pregare. La preghiera è il nostro tesoro, a cui attingiamo secondo le rispettive tradizioni, per chiedere i doni ai quali anela l’umanità”.

No a fondamentalismo
“A causa della violenza e del terrorismo si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni. In realtà, benché nessuna religione sia immune dal rischio di deviazioni fondamentalistiche o estremistiche in individui o gruppi (cfr Discorso al Congresso USA, 24 settembre 2015), bisogna guardare ai valori positivi che esse vivono e che esse propongono, e che sono sorgenti di speranza. Si tratta di alzare lo sguardo per andare oltre. Il dialogo basato sul fiducioso rispetto può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, e soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione a chi è escluso. Possiamo camminare insieme prendendoci cura gli uni degli altri e del creato. Tutti i credenti di ogni religione. Insieme possiamo lodare il Creatore per averci donato il giardino del mondo da coltivare e custodire come un bene comune, e possiamo realizzare progetti condivisi per combattere la povertà e assicurare ad ogni uomo e donna condizioni di vita dignitose”.

Giubileo Misericordia, occasione per lavorare insieme nelle opere di carità
“Il Giubileo Straordinario della Misericordia, che ci sta dinanzi, è un’occasione propizia per lavorare insieme nel campo delle opere di carità. E in questo campo, dove conta soprattutto la compassione, possono unirsi a noi tante persone che non si sentono credenti o che sono alla ricerca di Dio e della verità, persone che mettono al centro il volto dell’altro, in particolare il volto del fratello o della sorella bisognosi. Ma la misericordia alla quale siamo chiamati abbraccia tutto il creato, che Dio ci ha affidato perché ne siamo custodi, e non sfruttatori o, peggio ancora, distruttori. Dovremmo sempre proporci di lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato (cfr Enc. Laudato si’, 194), a partire dall’ambiente in cui viviamo, dai piccoli gesti della nostra vita quotidiana”.

Pregare gli uni per gli altri
“Cari fratelli e sorelle, quanto al futuro del dialogo interreligioso, la prima cosa che dobbiamo fare è pregare. E pregare gli uni per gli altri: siamo fratelli! Senza il Signore, nulla è possibile; con Lui, tutto lo diventa! Possa la nostra preghiera – ognuno secondo la propria tradizione – possa aderire pienamente alla volontà di Dio, il quale desidera che tutti gli uomini si riconoscano fratelli e vivano come tali, formando la grande famiglia umana nell’armonia delle diversità. Grazie”.

Sintesi offerta da:

http://it.radiovaticana.va/news/2015/10/28/udienza_generale_sul_dialogo_interreligioso_ampia_sintesi/1182550

 

LEGGI TUTTO IL TESTO SU:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20151028_udienza-generale.html

 

 

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Da 29 anni camminiamo insieme

nello Spirito di Assisi

Da 29 anni camminiamo insieme nello Spirito di Assisi - Il programma

Prosegue il cammino, fatto essenzialmente di dialogo in un clima di preghiera e di confronti fraterni, partito dallo storico evento attraverso cui San Giovanni Paolo II nel 1986 radunò ad Assisi i rappresentanti delle religioni di tutto il mondo.

In attesa e in preparazione allo speciale anniversario che si avrà il prossimo anno – come annunciato dal Vescovo di Assisi in visita a Tirana – presentiamo il programma di questo 29° anno di “Spirito di Assisi”, a cui seguirà una raccolta di contenuti di approfondimento e relative alle ultime celebrazioni.

MARTEDÌ 27 OTTOBRE

Ore 15.00

Sacro Convento — Museo del Tesoro

Visita alla Mostra di acqueforti di Marc Shagall e la Bibbia

Guida la visita: P. Silvestro Bejan, Direttore del CEFID

Ore 16.30

Basilica Papale di San Francesco — Sala Frate Elia

Invocazioni dei “Figli di Abramo” per la Pace

Introduzione:

Fratel Daniele Moretto, Monastero di Bose “San Masseo” – Assisi

Guidano la Preghiera:

Per gli Ebrei: Rav Joseph Levi, Rabbino Capo di Firenze

Per i Cristiani: Mons. Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo di Assisi

Per i Musulmani:

Imam Abdel Qader, Imam di Perugia e Fondatore UCOII

Imam Nader Akkad, Imam di Trieste e Delegato nazionale per il Dialogo Interreligioso dell’UCOII

Intermezzi Musicali

Ore 21.00

Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli

Preghiera Ecumenica per la Pace

Guidano la Preghiera:

Per i Cattolici: Mons. Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi

Per gli Ortodossi:

P. Ionut Radu, Parroco della Comunità ortodossa romena di Perugia

P. Vladimir Laiba, Presbitero della Chiesa Ortodossa del Patriarcato Ecumenico, Vice Parroco a Roma

Per gli Anglicani: Father David Faulks, Francescano Anglicano e Presbitero della Diocesi di Leicester (Inghileterra)

MERCOLEDÌ 28 OTTOBRE

Ore 9.00-12.00

Basilica Papale di San Francesco – Salone Papale

Le Religioni in dialogo per ricercare percorsi di Pace

Convegno teologico sul tema: “La Pace ferita. Travisamento di Dio, sfiguramento dell’uomo. L’alternativa della Misericordia”

Saluti:

P. Mauro Gambetti, Custode del Sacro Convento

Antonio Lunghi, Sindaco di Assisi

Don Romano Piccinelli, Preside dell’ITA

Relatori:

Shahrzad Houshmand, Teologa Musulmana, Docente alla Pontificia Università Gregoriana di Roma

Francesco Testaferri, Docente Stabile Ordinario di Teologia Fondamentale all’Istituto Teologico di Assisi

Vittorio Robiati Bendaud, Coordinatore delle attività culturali della Fondazione Maimonide

Modera:

Mons. Domenico Sorrentino, Arcivescovo -Vescovo di Assisi — Nocera Umbra – Gualdo Tadino

TESTIMONIANZE e DIALOGO con i Relatori

Interventi da segnalare in precedenza al Moderatore
(AssisiOfm)

 

 

 

 

“Sotto la spada di Cesare”

Roma, 10-12 dicembre 2015, Pontificia Università Urbaniana

Incontro internazionale

sulla risposta dei cristiani alla persecuzione.

L’incontro è organizzato dal:

 Centro per i Diritti Civili e Umani dell’università di Notre Dame

e dal

Progetto per la Libertà Religiosa

presso il

Centro Berkley per la Religione, la Pace e gli Affari Mondiali

della Georgetown University.

 

Parteciperà all’incontro anche l’organizzazione  Oasis, per il dialogo cristiano-islamico nel Mediterraneo.

 

L’integrazione in Europa passa attraverso il dialogo

Comprendere meglio la propria identità religiosa per sanare i conflitti interconfessionali; la guerra in Siria “rischia di continuare anche più di dieci anni”; in Giordania un laboratorio per il confronto tra fedi. Sono questi i temi affrontati nel corso dell’incontro Raccontarsi e lasciarsi raccontare. A che serve il dialogo interreligioso realizzato nell’ambito del progetto Conoscere il meticciato, governare il cambiamento.

 

“In Siria la guerra potrebbe durare più di dieci anni”

Francesca Miglio - Intervista a Bassam Tibi, professore emerito all’università di Goettingen

“Il mondo arabo ha bisogno dei cristiani”, parola di musulmano

Bishara Ebeid - parla il vice direttore del Royal Institute for Inter-Faith Studies Amer al-Hafi

Il dialogo islamo-cristiano e le sue influenze sulla Chiesa di oggi

Andrea Pacini - Cristiani e musulmani devono imparare a “guardarsi negli occhi” in modo nuovo

Islam in Europa: senza il dialogo non ci sarà una vera integrazione

Giorgio Bernardelli - Una relazione costruttiva può nascere soltanto da identità solide e capaci di riconoscersi a vicenda

 

Il riconoscimento per aver cercato di costruire un dialogo democratico nel Paese dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2011

 I membri del Quartetto per il dialogo in Tunisia (Afp)

Il quartetto è formato da quattro organizzazioni della società civile: il sindacato generale dei lavoratori Ugtt, il sindacato patronale Utica, l’Ordine degli avvocati e la Lega Tunisina per i Diritti Umani. Nato nell’estate del 2013, «quando il processo di democratizzazione rischiava di frantumarsi per gli omicidi politici e un diffuso malcontento sociale», il quartetto -si legge nella motivazione del premio assegnato dal comitato norvegese dei Nobel- «ha dato vita a un processo politico pacifico alternativo in un momento in cui il Paese era sull’orlo della guerra civile»; ed è stato «determinante per consentire alla Tunisia, nel giro di pochi anni, di creare un sistema costituzionale di governo che garantisce i diritti fondamentali di un’intera popolazione, a prescindere dal sesso dalle convinzioni politiche e dal credo religioso. La Tunisia deve affrontare significative sfide politiche, economiche e di sicurezza», sottolinea il Comitato del Nobel. «Più di ogni altra cosa – si legge nella conclusione delle motivazioni – il premio vuole essere un incoraggiamento al popolo tunisino» e il Comitato spera «serva come esempio da seguire per altri paesi».
«È una grande gioia e un motivo di orgoglio per la Tunisia, ma anche una speranza per il mondo arabo», ha detto il responsabile dell’Ugtt, il potente sindacato dei lavoratori, che è uno dei componenti del quartetto. «È un messaggio che il dialogo può condurci sul giusto cammino: è un messaggio per la nostra regione, perché deponga le armi e si sieda a parlare al tavolo del negoziato».

 

PREGHIERA INTERRELIGIOSA:

BASTA VIOLENZA ANIMATA DA FONDAMENTALISMI RELIGIOSI

 Memorial di Ground Zero, New York, Venerdì, 25 settembre 2015

 Alle ore 11.30 di questa mattina, il Santo Padre Francesco si è recato al Ground Zero Memorial di New York dove ha avuto luogo l’Incontro Interreligioso. Al Suo arrivo insieme all’Arcivescovo di New York Card. Timothy M. Dolan, il Papa ha deposto una corona di fiori in prossimità della fontana sud e ha salutato individualmente 20 familiari di soccorritori caduti l’11 settembre 2001. Quindi il Santo Padre e il Cardinale sono entrati nell’edificio del Memoriale e scesi al piano -4, per raggiungere la Foundation Hall, dove si trovavano già presenti 12 leader religiosi. L’incontro interreligioso si è aperto con la presentazione del Card. Dolan e le riflessioni del Rabbino e dell’Imam Khalid Latif. Il Santo Padre ha recitato quindi la Preghiera per la Pace. Successivamente, dopo la lettura di 5 meditazioni sulla pace (indù, buddista, sikh, cristiana, musulmana) e la preghiera ebraica per i defunti, Papa Francesco ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito…

(fonte: http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2015/09/incontro-interreligioso-al-ground-zero.html)

PREGHIERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

O Dio dell’amore, della compassione e della riconciliazione,
rivolgi il Tuo sguardo su di noi, popolo di molte fedi e tradizioni diverse,
che siamo riuniti oggi in questo luogo,
scenario di incredibile violenza e dolore.

Ti chiediamo nella Tua bontà
di concedere luce e pace eterna
a tutti coloro che sono morti in questo luogo—
i primi eroici soccorritori:
i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia,
addetti ai servizi di emergenza e personale della Capitaneria di Porto,
insieme a tutti gli uomini e le donne innocenti,
vittime di questa tragedia
solo perché il loro lavoro e il loro servizio
li ha portati qui l’11 settembre 2001.

Ti chiediamo, nella Tua compassione
di portare la guarigione a coloro i quali,
a causa della loro presenza qui in quel giorno,
soffrono per le lesioni e la malattia.
Guarisci, anche la sofferenza delle famiglie ancora in lutto
e di quanti hanno perso persone care in questa tragedia.
Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza.

Ricordiamo anche coloro
che hanno trovato la morte, i feriti e quanti hanno perso i loro cari
in quello stesso giorno al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania.
I nostri cuori si uniscono ai loro
mentre la nostra preghiera abbraccia il loro dolore e la loro sofferenza.

Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento:
pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne
e pace tra le Nazioni della terra.
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio.

Dio della comprensione,
sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia,
cerchiamo la Tua luce e la Tua guida
mentre siamo davanti ad eventi così tremendi.
Concedi a coloro le cui vite sono state risparmiate
di poter vivere in modo che le vite perdute qui
non siano state perdute in vano.
Confortaci e consolaci,
rafforzaci nella speranza
e concedici la saggezza e il coraggio
di lavorare instancabilmente per un mondo
in cui pace e amore autentici regnino
tra le Nazioni e nei cuori di tutti.

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Suscita in me diversi sentimenti, emozioni, trovarmi qui a Ground Zero, dove migliaia di vite sono state strappate in un atto insensato di distruzione. Qui il dolore è palpabile. L’acqua che vediamo scorrere verso questo centro vuoto, ci ricorda tutte quelle vite che stavano sotto il potere di quelli che credono che la distruzione sia l’unico modo di risolvere i conflitti. E’ il grido silenzioso di quanti hanno sofferto nella loro carne la logica della violenza, dell’odio, della vendetta. Una logica che può causare solo dolore, sofferenza, distruzione, lacrime.

L’acqua che scorre giù è simbolo anche delle nostre lacrime. Lacrime per le distruzioni di ieri, che si uniscono a quelle per tante distruzioni di oggi. Questo è un luogo in cui piangiamo, piangiamo il dolore provocato dal sentire l’impotenza di fronte all’ingiustizia, di fronte al fratricidio, di fronte all’incapacità di risolvere le nostre differenze dialogando. In questo luogo piangiamo per la perdita ingiusta e gratuita di innocenti, per non poter trovare soluzioni per il bene comune. E’ acqua che ci ricorda il pianto di ieri e il pianto di oggi.

Qualche minuto fa ho incontrato alcune famiglie dei primi soccorritori caduti in servizio. Nell’incontro ho potuto constatare ancora una volta come la distruzione non è mai impersonale, astratta o solo di cose; ma che soprattutto ha un volto e una storia, è concreta, possiede dei nomi. Nei familiari, si può vedere il volto del dolore, un dolore che ci lascia attoniti e grida al cielo.

Ma, a loro volta, essi mi hanno saputo mostrare l’altra faccia di questo attentato, l’altra faccia del loro dolore: la potenza dell’amore e del ricordo. Un ricordo che non ci lascia vuoti. Il nome di tante persone care sono scritti qui dove c’erano le basi delle torri, e così li possiamo vedere, toccare e mai più dimenticarli.

Qui in mezzo al dolore lacerante, possiamo toccare con mano la capacità di bontà eroica di cui è anche capace l’essere umano, la forza nascosta a cui sempre dobbiamo fare appello. Nel momento di maggior dolore, sofferenza, voi siete stati testimoni dei più grandi atti di dedizione e di aiuto. Mani tese, vite offerte. In una metropoli che può sembrare impersonale, anonima, di grandi solitudini, siete stati capaci di mostrare la potente solidarietà dell’aiuto reciproco, dell’amore e del sacrificio personale. In quel momento non era una questione di sangue, di origine, di quartiere, di religione o di scelta politica; era questione di solidarietà, di emergenza, di fraternità. Era questione di umanità. I pompieri di New York sono entrati nelle torri che stavano crollando senza fare tanta attenzione alla propria vita. Molti sono caduti in servizio e col loro sacrificio hanno salvato la vita di tanti altri.

Questo luogo di morte si trasforma anche in un luogo di vita, di vite salvate, un canto che ci porta ad affermare che la vita è sempre destinata a trionfare sui profeti della distruzione, sulla morte, che il bene avrà sempre la meglio sul male, che la riconciliazione e l’unità vinceranno sull’odio e sulla divisione.

In questo luogo di dolore e di ricordo, mi riempie di speranza l’opportunità di associarmi ai leader che rappresentano le molte religioni che arricchiscono la vita di questa città.

Spero che la nostra presenza qui sia un segno potente delle nostre volontà di condividere e riaffermare il desiderio di essere forze di riconciliazione, forze di pace e giustizia in questa comunità e in ogni parte del mondo. Nelle differenze, nelle discrepanze è possibile vivere un mondo di pace.

Davanti ad ogni tentativo di rendere uniformi è possibile e necessario riunirci dalle diverse lingue, culture, religioni e dare voce a tutto ciò che vuole impedirlo. Insieme oggi siamo invitati a dire: “no” ad ogni tentativo uniformante e “sì” ad una differenza accettata e riconciliata.

Per questo scopo abbiamo bisogno di bandire i nostri sentimenti di odio, di vendetta, di rancore. E sappiamo che ciò è possibile soltanto come un dono del cielo. Qui, in questo luogo della memoria, ciascuno nella sua maniera, ma insieme. Vi propongo di fare un momento di silenzio e preghiera. Chiediamo al cielo il dono di impegnarci per la causa della pace. Pace nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole, nelle nostre comunità. Pace in quei luoghi dove la guerra sembra non avere fine. Pace sui quei volti che non hanno conosciuto altro che dolore. Pace in questo vasto mondo che Dio ci ha dato come casa di tutti e per tutti. Soltanto, pace. Preghiamo in silenzio.

Così la vita dei nostri cari non sarà una vita che finirà nell’oblio  ma sarà presente ogni volta che lottiamo per essere profeti di ricostruzione, profeti di riconciliazione, profeti di pace.

 

 

 

 

CENACOLO SINDERESI

Università Gregoriana

 

Il Cenacolo Sinderesi è un percorso di formazione annuale all’Impegno Socioeconomico e Politico, attivo da quattro anni presso il Centro Fede e Cultura “Alberto Hurtado” della Pontificia Università Gregoriana e rivolto a giovani persone – fino ai 35 anni – animate da un’intelligente passione civile.

L’esperienza si configura come un autentico laboratorio culturale che richiede l’impegno dell’attiva partecipazione di tutti; anzitutto, e da protagonisti, dei giovani coinvolti; non meno dei docenti, in un compito maieutico che aiuti gli studenti ad entrare con competenza nelle tematiche proposte.

Segue icona cliccabile Scheda e agenda del Percorso Sinderesi 2014-2015  Per consultare la scheda e l’agenda del Percorso Sinderesi 2014-2015

È organizzato anzitutto in 24 ore di laboratorio per tutti i partecipanti, per otto sabati, tra ottobre e maggio, con incontri di tre ore, a modo di brain storming, sui temi elencati nel programma annuale. Inoltre ci saranno percorsi individuali, all’interno dei gruppi da costituire, per una partecipazione piena e “da protagonista” alla ricerca e confronto comuni. Il tutto confluirà in una pubblicazione, di qualità, il cui si offriranno i risultati del lavoro.

Negli incontri mensili di ottobre, novembre e dicembre viene offerto un largo scenario di riferimento, e un’adeguata “cassetta degli attrezzi” entro cui chiamare i giovani partecipanti ad approfondire, nella modalità di sottogruppi di lavoro, il tema Religioni e politica accostando le principali tradizioni religiose dell’umanità (Cristianesimo, Ebraismo, Islam, Buddhismo e Induismo), sotto la supervisione di rappresentanti o studiosi delle comunità spirituali di riferimento e in collaborazione con il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede dei paesi selezionati.

Leggi la presentazione, click:  qui

Vedi il video di presentazione, click:  qui

 

VI  PRESENTIAMO   INOLTRE  LA LEZIONE MAGISTRALIS  DI

TEOLOGIA DELLE RELIGIONI DEL  Card. Karl Josef Becker

 

 

 

 

CENTRO ECUMENICO INTERNAZIONALE

 MONACHE BRIGIDINE DI FARFA

Santa Brigida

In un’epoca in cui le Confessioni religiose stanno superando le vecchie inimicizie e in modo sempre più visibile si avvicina l’una all’altra, in un momento storico in cui si tende ad abbattere le barriere politiche e costruire un’Europa unita, il centro Internazionale Brigidino intende essere un luogo d’incontro per persone di diversi contesti confessionali e culturali.

Dal 6 ottobre 1993 il Centro Internazionale di Farfa dell’Ordine del SS. Salvatore di S. Brigida, ha costituito un Comitato Accademico nel quale si coltiva il dialogo fra uomini e donne, sacerdoti e Vescovi, cattolici e luterani.

E’ una fondazione a servizio dell’unità nata da un’intuizione di Madre Tekla; la sua  azione culturale, religiosa e civile è lo scopo della sua presenza per “…incidere nei rapporti tra le persone con particolare riferimento al dialogo fra culture, religioni e Chiese diverse…”.

Il centro brigidino di Farfa, benedetto dalla visita di Giovanni Paolo II, si ispira alla spiritualità e all’azione di Santa Brigida e di San Benedetto, nella certezza che la preghiera e il dialogo sono le vie privilegiate per arrivare a costituire un solo ovile sotto un solo pastore.

Dalla pubblicazione degli atti dei convegni ecumenici, svoltisi dal 1995 ad oggi, i partecipanti e ogni credente sentono l’invito a superare le barriere per dire con la Santa svedese: “Signore, mostrami la via e disponimi a seguirla”.

Sotto l’ispirazione brigidina, la residenza ospita incontri a tutti i livelli fra cattolicesimo e protestantesimo, soprattutto il Luteranesimo, fornendo un contesto favorevole allo scambio culturale fra il sud d’Europa, in grande maggioranza cattolica, e il Nord Europa prevalentemente protestante.

L’intento è quello di risvegliare negli Europei la consapevolezza del loro comune patrimonio spirituale, teologico, filosofico e culturale, e di incoraggiare una migliore conoscenza reciproca in questo periodo storico in cui forte è l’anelito all’unità che supera l’isolamento e l’autarchia confessionale e nazionalistica, ma ciò non esaurisce le finalità del centro e non ne costituisce il punto centrale.

Il Centro è motivato innanzitutto dalla convinzione che la Cristianità è Una e che l’impegno delle Chiese nel movimento Ecumenico, in un mondo sempre più secolarizzato, è cruciale non soltanto nella prospettiva della loro credibilità, ma anche della loro sopravvivenza in quanto Chiesa. In altre parole, è la visione ecumenica il principio chiave del Centro Internazionale Brigidino di Farfa Sabina.

Per andare sul sito clicca   qui

[email protected]

 

IL 29 MARZO  SCORSO

SI E’ TENUTA A ROMA

UNA IMPORTANTE INIZIATIVA:

 

http://www.federtrek.org/files/e-Locandina-Camminando-Insieme-per-Credere–2015.pdf

 

Partiremo dalla Grande Moschea di Roma , con tappe a San Pietro,   a Palazzo Giustiniani, dove fu firmata la Carta Costituzionale che sancisce i principi di pace, libertà e rispetto che sono alla base della nostra democrazia, quindi alla Sinagoga,  arrivo davanti Cimitero Acattolico,  presso la Piramide Cestia,  luogo dove riposano uomini e donne di fedi e convinzioni diverse.

Un pellegrinaggio cittadino , perché camminare è la velocità migliore per comprendere al meglio la realtà che ci circonda, per imparare a conoscere se stessi e gli altri, condividendo idealmente il percorso comune della vita.

 

http://www.romamultietnica.it/news/intercultura-sp-14179/item/12389-camminando-insieme-per-credere-dal-dialogo-all-accoglienza/12389-camminando-insieme-per-credere-dal-dialogo-all-accoglienza.html

 

 

Elio Toaff (Livorno30 aprile 1915 – Roma19 aprile 2015)

Papa Giovanni Paolo II (a sinistra) ed Elio Toaff (a destra) nella sinagoga di Roma il 13 aprile 1986

È stato considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica in Italia dal secondo dopoguerra sino ai primi anni duemila.

Elio Toaff nacque a Livorno il 30 aprile 1915. Studiò presso il Collegio Rabbinico della sua città natale sotto la guida del padre, Alfredo Toaff, rabbino della città. Frequentò al tempo stesso l’Università di Pisa presso la facoltà di Giurisprudenza, dove poté laurearsi nel 1938 nei tempi stabiliti, in quanto l’introduzione delle leggi razziali fasciste, precludeva agli ebrei l’ingresso alle università ed espelleva gli studenti fuori corso, ma consentiva di completare gli studi a chi ne fosse giunto al termine. L’anno successivo completò gli studi rabbinici laureandosi in teologia al Collegio rabbinico di Livorno, ottenendo il titolo di rabbino maggiore. Fu nominato rabbino capo di Ancona, dove rimase dal 1941 al 1943.

Dopo l’8 settembre 1943, con la recrudescenza della violenza nazista e le prime deportazioni italiane per i lager, Toaff, sua moglie Lia Luperini e il loro figlio Arielfuggirono in Versilia scampando all’assassinio in casa per l’aiuto del parroco della vicina chiesa che lo salvò avvertendolo dell’agguato, facendolo poi fuggire con l’aiuto di famiglie cattoliche e alterando le generalità sui loro documenti, girovagando tra mille insidie. Più volte Toaff scampò alla morte per mano nazista (in un’occasione scampò ai nazisti rifugiandosi a Città di Castello di cui è cittadino onorario dal 1999). Entrò nella Resistenza combattendo sui monti e vedendo con i propri occhi le atrocità ai danni di civili inermi.

Dopo la guerra fu rabbino di Venezia, dal 1946 al 1951, insegnando anche lingua e lettere ebraiche presso l’Università di Ca’ Foscari.

 Nel 1951 divenne rabbino capo di Roma. Oltre al suo ruolo spirituale, ha ricoperto diverse cariche nella comunità ebraica italiana: presidente della Consulta rabbinica italiana per molti anni, direttore del Collegio rabbinico italiano e dell’istituto superiore di studi ebraici, direttore dell’Annuario di Studi Ebraici. Inoltre è membro dell’Esecutivo della Conferenza dei rabbini europei fin dalla fondazione nel 1957 e dal 1988 è entrato a far parte del Praesidium.

Nel 1987, Toaff pubblicò una sua autobiografia: Perfidi giudei, fratelli maggiori (Mondadori, Milano).

L’8 ottobre 2001 Elio Toaff, all’età di 86 anni, annunciò le proprie dimissioni dalla carica di Rabbino Capo di Roma per lasciare spazio e opportunità ai più giovani. La decisione venne comunicata dal Toaff stesso nella Sinagoga di Roma al termine delle preghiere per il «Oshannà Rabbah». Il successore alla carica è stato Riccardo Di Segni.

Nel 2005 Elio Toaff è stato proposto alla carica di senatore a vita. Toaff si è spento il 19 aprile 2015 nella sua abitazione di Roma pochi giorni prima del suo centesimo compleanno.

 

Contributo al dialogo ebraico-cristiano

Importanti sono stati da sempre i rapporti di Toaff con il mondo cattolico e il suo impegno per il dialogo ebraico-cristiano. Scriveva Toaff:

« Grazie all’insegnamento e all’esempio di mio padre, io imparai a non avere pregiudizi nei confronti dei sacerdoti cattolici. Nel periodo delle leggi razziali e della guerra… furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole… Fra loro ci fu padre Benedetto, nobile e generoso cappuccino, che con incrollabile dedizione riuscì a salvare migliaia di ebrei. »

Il 10 ottobre 1958, nella circostanza della morte di papa Pio XII, Toaff affermò: “Più che in ogni altra occasione, abbiamo avuto l’opportunità di sperimentare la grande compassione e la grande generosità di questo papa durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando sembrava non ci fosse per noi più alcuna speranza”.

Nella sua autobiografia Toaff ricorda con particolare calore gli anni del pontificato di Giovanni XXIII, l’esperienza del Concilio Vaticano II con l’approvazione della dichiarazione Nostra aetate e l’amicizia che in quegli anni lo legò al card. Augustin Bea e a padre Cornelius Adriaan Rijk. Toaff ricorda ancora come “la notte in cui Giovanni XXIII entrò in agonia, sentii imperioso il bisogno di unirmi ai tanti cattolici che vegliavano in preghiera a piazza San Pietro”.[4]. Le associazioni per il dialogo ebraico-cristiano in Italia – dal Segretariato Attività Ecumeniche alle Amicizie ebraico-cristiane, ai Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli - troveranno sempre in Toaff un interlocutore attento, sensibile e partecipe.

Un primo incontro di Toaff con Papa Giovanni Paolo II avvenne l’8 febbraio 1981 a Roma nella canonica delle chiesa di San Carlo ai Catinari, vicina al ghetto di Roma. Nel 1986 il Papa espresse il suo desiderio di visitare la Sinagoga di Roma. L’invito fu accolto e il 13 aprile 1986 Toaff fu protagonista dello storico incontro con Papa Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma. Scriveva Toaff:

« Insieme entrammo nel Tempio. Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento… L’applauso scoppiò [nuovamente] irrefrenabile quando [il papa] disse: “Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire, i nostri fratelli maggiori“. »

 

Il rapporto di Toaff con Giovanni Paolo II si mantenne stretto fino alla morte del pontefice, in occasioni di incontri pubblici e privati. Toaff è una delle tre sole persone nominate nel testamento spirituale di Giovanni Paolo II, assieme al segretario don Stanisław Dziwisz e a Joseph Ratzinger, suo successore.

Opere

 

 

APRIL 2015

  • 2
    • Maundy Thursday - Christian
  • 3
    • Good Friday - Christian
    • Mahavir Jayanti ** - Jain
  • 4-11
    • Pesach (Passover) * - Jewish  (begins sundown on 3)
  • 4
    • Therevadin New Year ** - Buddhist
    • Hanuman Jayanti ** - Hindu
    • Lazarus Saturday - Orthodox Christian
  • 5
    • Easter - Christian
    • Palm Sunday - Orthodox Christian
  • 10
    • Holy Friday - Orthodox Christian
  • 12
    • Pascha (Easter) - Orthodox Christian
  • 14
    • Baisakhi - New Year - Sikh
  • 16
    • Yom HaShoah * - Jewish  (begins sundown on 15)
  • 21
    • First Day of Ridvan * - Baha’i   (begins sundown on 20)
  • 23
    • St. George Day - Christian
  • 24
    • Yom Ha’Atzmaut * - Jewish   (begins sundown on 23)
  • 29
    • Ninth Day of Ridvan * - Baha’i   (begins sundown on 28)

 

 

MAY 2015

  • 1
    • Beltane – Samhain * - Wicca/Pagan northern and southern hemispheres  (begins sundown on April 30)
  • 2
    • Twelfth Day of Ridvan * - Baha’i  (begins sundown on 1)
  • 4
    • Visakha Puja - Buddha Day ** - Buddhist
  • 7
    • Lag B’Omer * - Jewish
    • National Day of Prayer USA - Interfaith
  • 2
    • Ascension of Jesus - Orthodox Christian
  • 13
    • Lailat al Miraj * - Islam  (begins sundown on 12)
  • 21
    • Declaration of the Bab * - Baha’i   (begins sundown on 20)
  • 24-25
    • Shavuot * - Jewish   ( begins sundown on 23)
  • 24
    • Pentecost - Christian
  • 29
    • Ascension of Baha’u'llah * - Baha’i   ( begins sundown on 28)
  • 31
    • Pentecost - Orthodox Christian
    • Trinity Sunday - Christian

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