L’alternativa indonesiana

Nel più popoloso Paese musulmano del mondo, i leader delle organizzazioni religiose spiegano perché non sono molti i giovani a partire per i fronti della Siria e dell’Iraq. I timori di una radicalizzazione e di nuovi reclutamenti sono però concreti. L’attacco terroristico a Giacarta ha risvegliato le paure del governo e innescato l’attività delle forze di sicurezza.

Giacarta. Il ministro sorridente in maniche di camicia mostra slide in PowerPoint in una sala da banchetto. Il catering serve cattivo caffè, zuppa di lenticchie, ogni genere di curry e cassava fritta. Da febbraio, ogni mese Luhut Binsar Panjaitan, ministro indonesiano per gli Affari politici, giuridici e della sicurezza, invita la stampa locale e straniera a una colazione per fare il punto sulla lotta al terrorismo.Giacarta è stata colpita nel gennaio del 2016, dopo anni di calma, da un attentato che ha fatto otto morti – tra cui i quattro attentatori – in un centro commerciale della capitale. L’attacco ha sancito l’ingresso dello Stato Islamico nel Sud-est asiatico. Sono circa 300, spiega il ministro, gli indonesiani che sarebbero partiti per il fronte del jihad siriano: il numero, se paragonato alla popolazione islamica di 200 milioni (l’Indonesia è il più popoloso Paese musulmano al mondo), è basso. Soltanto dalla piccola Tunisia sarebbero partiti 3.000 uomini. Luhut, seguendo le sue slide, racconta gli sviluppi della guerra a Poso, nell’Isola di Sulawesi. Lì, le forze governative combattono una guerra contro gli uomini di Santoso, il ricercato numero uno tra i terroristi indonesiani, che più che un jihadista che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico ha l’aria di un sandinista fuori tempo massimo. L’esercito e le forze speciali hanno ristretto il campo di ricerca a una zona di 500 chilometri quadrati, spiega il ministro. E ancora: «Avvieremo programmi di deradicalizzazione nei villaggi. Manderemo nella zona maestri e collaboreremo su programmi di insegnamento con organizzazioni come la Muhammadiya e Nahdlatul Ulama».Muhammadiya e Nahdlatul Ulama

La Muhammadiya è la seconda organizzazione islamica sunnita in Indonesia: afferma di avere circa 29 milioni di aderenti. Nata nel 1912, è considerato un movimento riformista o modernista: seguendo gli insegnamenti dell’egiziano Muhammad ‘Abduh, vissuto al Cairo alla fine del XIX secolo, la Muhammadiya predica una purificazione della fede e un ritorno all’Islam non intaccato da tradizioni e pratiche locali, mette l’accento sul senso individuale di responsabilità morale, su un’interpretazione del Corano e degli Hadīth – i detti del Profeta dell’Islam – personale e non filtrata dagli ulema, gli esperti in materia di religione. Pone enorme attenzione all’istruzione moderna, sul modello occidentale. In Indonesia, gestisce migliaia di istituti di insegnamento superiore, non soltanto religioso, dai licei alle università.

Nahdlatul Ulama, “la Rinascita degli ulama”, o NU, è nata invece nel 1926 in reazione al rafforzarsi della corrente modernista e al propagarsi nel mondo islamico del wahhabismo saudita. I kyai – ulema – guide delle antiche scuole religiose indonesiane, pesantren, seguono un Islam tradizionale, basato non sull’interpretazione individuale, ma su un bagaglio di scritti classici di ulema mediorientali e indonesiani. Il movimento, a differenza della Muhammadiya, abbraccia le tradizioni pre-islamiche e il sufismo nella forma propugnata dal teologo e giurista Abū Hāmid al-Ghazālī (m. 1111). Se in passato la Muhammadiya rappresentava l’élite intellettuale dei centri urbani, e NU la società più rurale dell’arcipelago, oggi questa dicotomia si è persa. NU sostiene di avere circa 50 milioni di affiliati.

«Bismillah», nel nome di Dio. La breve lezione della dottoressa Ruhaini Dzuhayatin, vicerettore degli affari studenteschi all’Università Islamica Statale di Yogyakarta, inizia così. Seduta sotto la foto del presidente indonesiano Joko “Jokowi” Widodo, spiega a un gruppo di studenti, in prevalenza ragazze dai veli colorati, le opportunità di studio all’estero: Italia, Canada, Egitto, Qatar… A pochi passi dall’aula, studenti e studentesse con i loro MacBook hanno abbandonato le infradito di gomma sui gradini della moderna moschea, che usano come sala studio, seduti per terra nella penombra. Ruhaini ha una spiegazione aneddotica ma efficace sulla differenza tra le due grandi organizzazioni che danno forma all’Islam indonesiano. «Una volta, era possibile riconoscere un membro della Muhammadiya da come si vestiva: abiti occidentali invece del sarongtradizionale adottato da NU», il largo taglio di cotone colorato che, allacciato attorno alla vita cade fino alle caviglie. «I membri della Muhammadiya erano come i protestanti: il loro obiettivo era quello di individualizzare l’Islam e riportarlo all’elemento fondamentale della relazione tra l’individuo e Dio. La sostanza: preghi, e questo è abbastanza. Poi, vai avanti con la tua vita. Facevano parte di quella borghesia mercantile che non aveva tempo di stare in moschea: dopo la preghiera doveva velocemente riaprire la bottega, al contrario di una società agricola, con i tempi più dilatati, e più a contatto con le antiche tradizioni». A differenza di movimenti del mondo arabo come i Fratelli musulmani, le due organizzazioni si considerano espressioni della società civile e non hanno mai trasformato la loro presenza capillare nell’arcipelago in velleità partitiche.

LEGGI TUTTO QUI

*********************************************************

LA SPIRITUALITA’ SUFI CONTRO LO JIHADISMO

In questi mesi a causa delle vicende che si stanno svolgendo in Medio oriente si assiste ad una ondata di ritorno di paure nei confronti dell’Islam, che determinano atteggiamenti di chiusura e sospetto nei confronti dei fedeli musulmani. La mancanza di informazione e di diffusione di una cultura del pluralismo in grado di promuovere un proficuo dialogo tra fedi, ma anche tra culture, non contribuisce a favorire atteggiamenti di pacata riflessione e comprensione di quanto sta accadendo, nonché delle radici dei conflitti che un po’ ovunque stanno infiammando le aree più fragili di Europa e Africa.

Gli ordini SUFI Islamici hanno preso una chiara posizione nei confronti delle derive Jihadiste, individuando un loro preciso compito nel riuscire a rappresentare per il mondo islamico un concreto riferimento spirituale intorno al quale coagulare anche i bisogni di riconoscimento culturale e di tradizione dei musulmani. L’intervista al Presidente della federazione mondiale degli Ordini Sufi Sheikh Alaa Abul Azayem ha esplicitamente affermato in un’intervista pubblicata nel sito dell’ANSA che:”Il nostro ruolo è ormai indispensabile non solo per la sicurezza degli egiziani, ma per quella di tutto il mondo. Molti occidentali sono attratti dal salafismo militante, mentre i sufi, con la loro filosofia non violenta, possono essere un punto di equilibrio. Per questo è importante che siano presenti fra i musulmani in tutto il mondo”.

L’intervista è consultabile a questo link:

Leader Sufi: la nostra influenza è indispensabile contro lo Jihadismo

Nel sito WWW.PLURALISMORELIGIOSO.IT  è stata attivata la sezione dedicata alle confraternite SUFI presenti in Italia:

VAI ALLA PAGINA    IL SUFISMO:

 L’etimologia del termine “Sufismo”  ha radici nell’interesse tutto ottocentesco nei confronti delle religioni orientali, è stata infatti coniata per dare una etichetta alla parola araba Sūfī Tasawwuf,  che significa propriamente “farsi Sūfī”, e si riferisce a quella pratica interiore fondata su un profondo intento di vivere, nella sua esperienza essenziale, l’Islam.

Si attribuiscono al termine Sufi ben tre radici etimologiche: la prima fa derivare la parola dalla radice “sūf”, che significa “lana”, pare infatti che i primi asceti Sufi fossero presenti già in epoca preislamica, vivendo in estrema povertà e vestendosi solo con una tunica di lana semplice e rattoppata. La seconda radice etimologica pare riferirsi al termine arabo “safā’”, che significa purezza, ma anche al termine “suffa”, che designava i primi discepoli del profeta Ahl al-suffa, discepoli che furono anche conosciuti come la  “Gente della veranda”, si trattava di iniziati che avevano deciso di dedicarsi ad una pratica di devozione assoluta, basata sullo studio dei testi sacri e su una pratica di vita ascetica. Al termine Sufi si attribuisce quindi una terza derivazione dalla parola “Sufa”, invocazione riferita ad al-Ghawth ibn Murra, leggendario maestro vissuto già cinque generazioni prima del profeta, che  aveva dedicato la sua esistenza al servizio del Dio unico, prestando servizio nella Ka‘ba.

Sufi è comunque termine che viene riferito a chi decide di percorrere la via mistica che in arabo è detta “tarīq”, per giungere alla conoscenza di Dio, guidato da un maestro, shaykh, in grado di condurlo attraverso gli stati che lo avvicinano a realizzare Dio in se stesso. Propriamente il Sufismo è dunque la Via del Cuore, la Via del puro, e rappresenta il percorso mistico dell’Islam,  che conduce l’iniziato al cospetto della Presenza Divina. Non è dunque una diversa corrente dell’Islam, ma una filosofia di vita che ha come scopo di vivere appieno la spiritualità dell’Islam, esattamente come avviene nella grande tradizione della mistica cristiana e della mistica orientale. Già dai primi secoli del medioevo il Sufismo si è espresso attraverso la presenza di confraternite, che potrebbero essere assimilate all’esperienza dei grandi Ordini o Congregazioni religiose nella tradizione cristiana, portatrici dunque di una visione e una pratica di vita spirituale che si differenzia senza mai venire meno però a quanto previsto dai cinque pilastri dell’Islam. Al vertice di ogni confraternita era un Maestro che nominava i vari Maestri locali e regionali scelti fra i suoi discepoli, cioè persone capaci di trasmettere l’insegnamento, la vita spirituale e la benedizione (baraka), ereditati dal Maestro fondatore e, tramite lui, dallo stesso Profeta Maometto. I membri di ogni Confraternita si consideravano tra loro fratelli e dunque da questo era stato coniato il termine per definire l’ordine che li rappresentava.

Le origini del Sufismo

Il Sufismo si è affermato nel III secolo dell’era islamica con la scuola di Baghdad e si è via via strutturato sul pensiero di due grandi figure le quali hanno indicato due diverse strade attraverso cui praticare l’esperienza mistica nel rapporto con il divino: Junayd al-Baghdadi (m. 910), che propone un percorso secondo il quale l’unione mistica è fondamentalmente accettazione passiva della volontà divina il cui fine è l’annichilimento in ” Colui che pensiamo” e Husayn ibn Mansur al-Hallaj (858-922), discepolo di Junayd, ma che si distaccò dal maestro perchè profondamente convinto che il messaggio Sufi non dovesse rimanere ristretto ad una sola ristretta cerchia di iniziati ,ma dovesse rivolgersi a “tutti i cuori”. Husayn ibn Mansur al-Hallaj è dunque l’esponente della corrente estatica che ad una via passiva di “annientamento in Dio” privilegia una pratica rivolta alla predicazione e alla condivisione animata da compassione nei confronti di tutti gli esseri del creato.

Una sintesi delle due correnti sarà possibile attraverso la figura di Abu Hamid al-Ghazali (1058-1111), il cui approccio fu in grado di ricomporre la contraddizione tra la vita iniziatica delle confraternite Sufi e la predicazione in qualche modo “evangelica” praticata dalla corrente di Husayn ibn Mansur al-Hallaj, riuscendo a restituire riconoscimento e senso alle confraternite iniziatiche, sino ad allora frequentate da adepti. La sua visione introduce il modello del Sufi che vive una vita concreta in mezzo agli altri uomini e che presta attenzione alle esigenze della comunità musulmana e alla necessità di dare a ciascuno il livello di verità che può comprendere. La sua visione del percorso Sufi è in qualche modo all’origine di quella che sarà definita come gnosi mistica, accanto alla quale prese anche forma una via Sufi rivolta alla compassione e contatto con i fedeli che diede più consistenza e senso ai compiti propri delle Confraternite religiose.

Altri importanti maestri Sufi che occorre ricordare sono l’andaluso Muhyi-d-din Ibn ‘Arabi (1165-1240) teorico del Logos e primo sostenitore di quello che oggi potremmo definire come “universalismo religioso”, sosteneva infatti che se tutte le creature sono manifestazioni di Dio, allora gli uomini non possono che adorare Lui qualunque cosa essi adorino. Conobbe Ibn Rushd, il noto filosofo Averroè, e fu anche un dolcissimo poeta, vocazione che gli fu ispirata da una giovane e colta poetessa persiana alla quale dedicò bellissime poesie d’amore, i versi esprimevano attraverso le metafore anche il significato di profonde esperienze spirituali, velate dai contenuti di una poesia profana. Insomma non è diversa questa esperienza da quella delle poesia trobadorica e cortese, che in Occidente segnava le radici della grande poesia d’amore e mistica cui anche Dante attinse con la sua Divina Commedia.

Un altro grande e forse più conosciuto poeta Sufi fu quindi Jalal d-din Rumi (1207-1273), nativo del Khorasan, odierno Afghanistan, il più celebre dei poeti mistici persiani cantore dell’esperienza dell’Amore che comprende tutto in sé e che fa di Dio l’eterno Amato cui l’anima anela. Dopo la sua morte i suoi discepoli formarono una Confraternita detta Mawlawiyya, divenuta celebre per il suo particolare rituale del samā‘, accompagnato dalla danza dei “dervisci rotanti”. La confraternita si è fortemente sviluppata nei territori facenti parte dell’attuale Turchia. Nel 1925, a seguito delle riforme laicizzanti ordinate dal presidente turco Atatürk, l’ordine di Rumi venne proibito, e fu nuovamente reso legale soltanto nel 1954.

Solo a partire dalla seconda metà del secolo scorso, il Tasawwuf è giunto anche in occidente, sia tramite discepoli e maestri immigrati sia attraverso occidentali convertiti all’Islam. Figura rilevante di questo fenomeno per esempio è il francese René Guénon, che per mezzo delle sue opere pubblicate e della sua personale esperienza, ha dato forte impulso a tale penetrazione. L’Italia stessa ospita oggi alcune importanti Confraternite.

Le Confraternite

Le Confraternite islamiche (in arabo: ﻃﺮﻴﻘـة, ṭarīqa, pl. ṭuruq) sono quindi un tardo fenomeno del Sufismo e comparvero solo a partire dal XII secolo, come organizzazioni complesse di discepoli (murīd, pl. murīdīn) uniti sotto la guida di un Maestro, per imparare a percorrere la Via mistica e giungere ad una diretta conoscenza di Dio. Di esse si ricordano in particolare la Qādiriyya, fondata nel XII secolo da Abd al-Qadir al-Jilani e, nella stessa epoca, la Suhrawardiyya, fondata da Shihab al-Din al-Suhrawardi, così come la Rifa’iyya, fondata da Ahmad al-Rifa’i. La Shadhiliyya, fondata da Abu l-Hasan al-Shadhili nel XIII secolo, la Mawlawiyya, in turco Mevleviyyè, fondata da Jalal al-Din Rumi; la Kubrawiyya, fondata da Najm al-Din Kubrà; la Cishtiyya fondata in India da Mu’in al-Din Cishti e la Naqshbandiyya, fondata da Baha al-Din Naqshbandi, sono invece sorte nel XIII secolo.

 La Via spirituale

Il Maestro di ogni Confraternita rappresenta il modello spirituale del discepolo che presta al suo Maestro un giuramento di obbedienza. Grazie alle sue predicazioni e insegnamenti il Maestro mostra la giusta direzione, la via diritta. Il discepolo dovrà superare diversi stadi spirituali prima di raggiungere le ultime tappe: il grado supremo dell’intimità con Dio e l’annullamento di sé nel suo completo abbandono. Si tratta propriamente di un percorso mistico che avviene come nella grande tradizioni cristiana e orientale attraverso il superamento di gradi o stadi, certo è che nell’esperienza Sufi il culmine dell’esperienza è fondamentalmente un annientamento, più che una illuminazione nel senso più proprio dell’esperienza orientale. Questo cammino spirituale, costituito da diversi gradi, rappresenta la Via, il cammino che conduce a Dio. Tuttavia non sempre il discepolo riesce a raggiungere l’ultimo stadio e, più che una iniziazione e una direzione spirituale e morale, si aspetta dal Maestro benefici spirituali che derivano dal potere ultraterreno, dalla Benedizione che quest’ultimo ha ricevuto dal Fondatore e che può essere stata rinforzata dai suoi meriti personali.

Pratiche e riti

Gli adepti delle Confraternite sono musulmani che, come tali, hanno il dovere di praticare fedelmente i cinque pilastri dell’Islam, in particolare la preghiera rituale quotidiana e il digiuno del Ramadan. Tuttavia ogni Confraternita possiede una pratica specifica. Ad esempio ci sono le veglie, spesso dedicate alla lettura del Corano, i digiuni supplementari, i ritiri, le recite. Ogni Confraternita ha il proprio elemento originale: un insieme di formule, di sura (capitoli del Corano) e di preghiere dette o cantate in momenti precisi e per un certo numero di volte durante il giorno.

Le Confraternite praticano anche un altro esercizio caratteristico che aiuta coloro che lo attuano a “ricordarsi di Dio”. Questo esercizio è detto dhikr. Soli o in gruppo, i confratelli si ricordano di Dio, con la ripetizione sia di formule della professione di fede ( “Non c’è altra divinità che Dio!”), sia di uno dei più bei nomi di Dio, sia semplicemente del pronome personale “Egli” riferito a Dio. Queste esercitazioni spirituali e di preghiera rappresentano i momenti salienti della vita di Confraternita. Ognuna di esse ha il suo modo particolare per svolgere queste forme di preghiera: in piedi o seduti, con o senza l’accompagnamento di uno strumento musicale, con o senza danze.

Le confraternite Sufi in Italia sono: la tarîqa Tijâniyya; la Jamâ’at al-Fayda al-Tijâniyya; la tarîqa Shādhiliyya- ʿAlawiyya-Ismāʿīliyya; la tarîqa Naqshbandiyya – Mujadddiyya; la tarîqa Naqshbandiyya-Haqqâniyya al-‘Aliyya; la tarîqa Ahmadiyya Idrisîyya Shâdhilîyya, a Milano; la Murîdiyya, a Brescia. A queste si possono aggiungere, sempre nell’ambito del Sufismo: la Jerrahi-Halveti, a Milano, fino al 2010 guidata da Gabriele Mandel; la Tariqa Burhaniya, a Roma; la Islam Kültür Merkesi, a Milano.

Per contatti scrivere a:

[email protected]

Sezione a cura di Alessandra Luciano