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Entries tagged with “buddismo”.


Quale futuro per la casa comune?    

Esperienze e Riflessioni Interreligiose su uomo e ambiente

 



Il Convegno ha lo scopo di leggere a tre voci, buddhista, induista e cristiana, gli aspetti antropologici ed economici della crisi del nostro tempo. Ma, soprattutto, vorrà dare testimonianza del fatto che, nella diversità di percorsi, è possibile la collaborazione fra religioni. Siamo convinti, infatti, che mettendo a disposizione i propri doni interiori e risorse concrete, si può contribuire ad arricchire i futuri orientamenti educativi, spirituali, etici e sociali. In ascolto delle domande del nostro tempo.

file attached   brochure_maggio_2016.pdf

 

 

MESSAGGIO INVIATO AI BUDDISTI

PER LA FESTA DEL VESAKH 2013

Cristiani e buddisti: amore, difesa e promozione della vita umana

 

Cari amici buddisti,

1. A nome del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, vorrei estendere a tutti voi i miei sentiti saluti ed auguri in occasione della celebrazione della festa di Vesakh, che offre a noi cristiani l’opportunità di rinnovare il nostro dialogo amicale e la stretta collaborazione con le differenti tradizioni che voi rappresentate.

2. Papa Francesco, proprio all’inizio del suo ministero, ha riaffermato la necessità del dialogo e dell’amicizia tra i seguaci di differenti religioni, facendo notare che “La Chiesa è (…) consapevole della responsabilità che tutti portiamo verso questo nostro mondo, verso l’intero creato, che dobbiamo amare e custodire. E noi possiamo fare molto per il bene di chi è più povero, di chi è debole e di chi soffre, per favorire la giustizia, per promuovere la riconciliazione, per costruire la pace” (Incontro con i Rappresentanti delle chiese e delle comunità ecclesiali, e di altre religioni, 20 marzo 2013). Il Messaggio della Giornata Mondiale della Pace 2013, intitolato “Beati gli operatori di Pace”, nota: “Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita” (Messaggio per la Giornata della Pace 2013, n. 4).

3. Desidero esprimere il sincero rispetto della Chiesa cattolica per la vostra nobile tradizione religiosa. Spesso notiamo una consonanza con valori espressi anche nei vostri libri religiosi: rispetto per la vita, contemplazione, silenzio, semplicità (cf. Verbum Domini, n. 119). Il nostro autentico dialogo fraterno esige che noi buddisti e cristiani facciamo crescere ciò che abbiamo in comune, e specialmente il profondo rispetto per la vita che condividiamo.

4. Cari amici buddisti, il vostro primo precetto vi insegna ad astenersi dal distruggere la vita di ogni essere senziente, proibendo così l’uccisione di se stessi e degli altri. La pietra angolare della vostra etica risiede nell’amorevole gentilezza verso tutti gli esseri. Noi cristiani crediamo che il nocciolo dell’insegnamento morale di Gesù è duplice: l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Gesù dice: “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi; rimanete nel mio amore” E poi: “Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1823). E il quinto comandamento cristiano, “Non uccidere”, è in perfetta armonia con il vostro primo precetto. La Nostra Aetate insegna che “la Chiesa cattolica nulla rigetta di ciò che è vero e santo in queste religioni” (NA, n. 2). Penso, perciò, che sia urgente creare, sia per i buddisti che per i cristiani, sulla base dell’autentico patrimonio delle nostre tradizioni religiose, un clima di pace per amare, difendere e promuovere la vita umana.

5. Come tutti sappiamo, malgrado questi nobili insegnamenti sulla santità della vita umana, il male contribuisce in diverse forme alla disumanizzazione della persona, attenuando il senso di umanità degli individui e delle comunità. Questa tragica situazione esige che noi, buddisti e cristiani, uniamo le forze per smascherare le minacce alla vita umana e risvegliare la coscienza etica dei nostri rispettivi seguaci per generare una rinascita spirituale morale degli individui e delle società al fine di essere veri operatori di pace, amando, difendendo e promuovendo la vita umana in tutte le sue dimensioni.

6. Cari amici buddisti, continuiamo a collaborare con rinnovata compassione e fraternità per alleviare le sofferenze della famiglia umana, tutelando la sacralità della vita umana. E’ in questo spirito che vi rinnovo l’augurio di una pacifica e gioiosa festa di Vesakh.

Jean-Louis Cardinal Tauran

Presidente

 

Vesak

Il Vesak è la ricorrenza in cui si celebrano la nascita, l’illuminazione e la dipartita di Buddha Shakyamuni. Si tratta della festa buddhista più importante, festeggiata dai buddhisti di tutto il mondo e di tutte le tradizioni.

La festa del Vesak tradizionalmente cade nel plenilunio di Maggio, anche se in molte tradizioni viene data particolare importanza all’intero mese di Maggio (in alcune tradizioni all’intero mese di Giugno).

Il Vesak è l’unica festività Buddhista prevista dall’Intesa, in cui si è scelto, per semplicità, di far corrispondere tale evento all’ultimo fine settimana del mese di Maggio.

Per l’UBI il festeggiamento del Vesak è da sempre stato un appuntamento fondamentale: un momento di incontro tra i vari Centri e le rispettive comunità di praticanti, un momento di preghiera comune, un momento di studio ed approfondimento del Buddhismo e delle sue relazioni con la società italiana ed anche un momento di festa e di gioia per aver incontrato gli Insegnamenti del Buddha.
http://www.vesak.it/

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Un’elezione «storica» quella di di Papa Francesco. Così il Dalai Lama ha espresso, in un messaggio indirizzato al nuovo Santo Padre e pubblicato sul suo sito, il suo saluto e il suo «senso di gioia» augurandosi di poter incontrare presto il nuovo capo della Chiesa di Roma.

Il leader dei buddisti tibetani ha scritto di non essere un esperto di santi cattolici ma, essendo anche stato ad Assisi per l’incontro interreligioso, conosce San Francesco e si è detto «toccato» dalla scelta del cardinale Bergoglio di assumere il nome del poverello d’Assisi come suo nome per il pontificato.

«La sua disciplina – scrive il Dalai Lama riferendosi a San Francesco – la semplicità della sua vita e il suo amore per tutte le creature sono qualità che io trovo altamente ispiranti. Sono veramente toccato nel sapere che è questo il nome scelto dal Papa».

Il Dalai Lama ricorda di aver già incontrato tre pontefici, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e di aspettare un incontro con il nuovo Papa. «Sono stato molto contento di aver incontrato i suoi immediati predecessori – ha scritto il Dalai Lama rivolgendosi a Papa Francesco – con i quali ho avuto conversazioni amichevoli durante gli ultimi 40 anni circa, così come ho avuto scambi con i miei fratelli e sorelle cristiani. Spero di avere l’onore di incontrare anche lei qualche volta nel prossimo futuro».

Di Georges Anawati..

Georges Anawati, un padre domenicano e figura di rilievo negli studi di teologia islamica (Kalam), filosofia araba e storia delle scienza islamica (in particolare la farmacia), concesse a due professori egiziani, Mahmoud Azab e Hoda Issa, una lunga intervista pochi mesi prima di morire, nel gennaio del 1994.

L’intervista, caratterizzata da una mescolanza di arabo dialettale e francese, è stata pubblicata originariamente al Cairo nel 1998 in lingua araba.

In questa intervista l’autore ripercorre le tappe del suo cammino umano e spirituale, dalla decisione di entrare nell’ordine domenicano, all’impegno scientifico e per il dialogo interreligioso, delinea i principali tratti della filosofia arabo-islamica e ripercorre cinquant’anni di vita culturale in Egitto.

Questa traduzione è preceduta da una prefazione scritta da J-J Pérennès, attuale segretario dell’IDEO (Insitut Dominicain d’Etudes Orientales) – Cairo ed è la prima in lingua occidentale.

Leggi qui la recensione di P. Maurice Borrmans.

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L’ultimo libro di padre Luciano Mazzocchi. Leggi tutta l’intervista qui

 

A CURA DI FEDERICO TAGLIAFERRI

Padre Luciano Mazzocchi è un missionario saveriano, vissuto a lungo in Giappone (1963-1982), profondo conoscitore del buddismo Zen. In seguito ha svolto vari incarichi in Italia, in particolare a Mazara del Vallo (Trapani), tra i pescatori tunisini musulmani. Nel 1995 ha fondato “La Stella del mattino”, una piccola oasi dove ascoltare il Vangelo nel silenzio Zen. Attualmente è cappellano e missionario della comunità giapponese a Milano. Autore di molti libri che indagano il rapporto tra il cristianesimo e il buddismo. 

 Cominciamo dal suo ultimo libro, “Delle onde e del mare”. Che cosa l’ha spinta a scriverlo?

Incontro molte persone che sono afflitte da sensi di colpa perché sentono dubbi proprio verso i dogmi in cui sono cresciuti, che fanno parte della loro vita. Dubitano, e nello stesso tempo non riescono a liberarsi completamente da tali principi religiosi, nello specifico cristiani. Il loro dubbio si fa cronico e il sottofondo della loro coscienza conflittuale. La mia vita ha percorso un itinerario simile al loro. Il libro si rivolge dunque alle tante persone che sentono il cristianesimo come parte di sé  ma che sono visitate da tanti dubbi. Ma il dubbio fa parte della verità! Ho pensato che la testimonianza di un missionario che conosce il buddismo per esperienza personale potesse aiutare queste persone. Molti lettori mi hanno detto di essere stati incoraggiati dalla lettura del libro che, ripeto, è un itinerario verso la verità, passo dopo passo lungo la via del dubbio. Nel libro sono confluiti tanti incontri diversi da me avuti nel corso degli anni, ricordo in particolare la convivenza a Reggio Calabria per un anno con il monaco Zen Koho Watanabe, e poi, ancora, con altri monaci per lunghi periodi. Con il monaco Zen italiano Jiso Forzani, il sodalizio dura da oltre 15 anni. Il gruppo di monaci Zen con cui ho fatto amicizia e stretto un rapporto durevole mi fu presentato in origine dalla Conferenza episcopale giapponese.

 

Chi sono e quanti sono i buddisti in Italia?

Coloro che si definiscono buddisti in Italia sono oggi circa 100-150 mila. Per un terzo circa fanno riferimento al movimento Soka Gakkai, che si può definire una pratica “di meditazione e di spada” (ora quest’ultima parola viene adoperata nel senso dell’atteggiamento dell’uomo, ma in origine si riferiva proprio all’uso delle armi). Si tratta in realtà di un tradimento del buddismo originario, così come i Testimoni di Geova lo sono del cristianesimo originario. Entrambi questi movimenti assoggettano la religione ai messaggi negativi della vita di oggi (successo, affermazione personale, ecc.). Il praticante Soka Gakkai ha una meta da raggiungere e la religione è lo strumento per farlo. Nel buddismo originario, invece, il punto centrale della dottrina è il distacco e la libertà interiore. A parte i casi suddetti, in Italia ci sono molte persone che, pur rimanendo radicate nella loro cultura o tradizione religiosa, hanno la forza di aprirsi al buddismo approdato dall’Oriente. Esempio ne sono i gruppi e i movimenti impegnati nella difesa dell’ambiente e della nonviolenza. Ho avuto modo di scorrere una lista di circa 300 di questi movimenti in Italia: sono molti di più quelli che fanno riferimento al buddismo rispetto ai gruppi cristiani! Credo di poter affermare che fra 30-40 anni il buddismo sarà di casa in Italia: bisogna vedere cosa uscirà da questo incontro…

 

Chi è attratto dal buddismo, che cosa vi trova?

La meditazione che s’insegna nel buddismo aiuta a capire che tante montature si smontano, l’acqua fangosa diventa limpida. Nel cristianesimo si vuole spiegare tutto e perfino il momento del silenzio viene introdotto prima dalla parola, anzi da molte parole. Nel buddismo, invece, tacendo e meditando ciascuno tocca dentro di sé un inizio di liberazione e di salvezza. Iniziare dal silenzio, come l’esistenza! Viene da pensare che il buddismo sia più vicino al Vangelo di tanti aspetti del cristianesimo. Ho avuto la bella sorpresa di conoscere tanti buddisti che hanno riscoperto il cristianesimo che avevano conosciuto male. Hanno conosciuto il cristianesimo accedendovi nel silenzio. Io personalmente sono stato guidato a conoscere lo Zen come via che tocca nel vivo la mia anima, da un frate domenicano giapponese, Oshida Shigeto, morto nel 2002. Padre Oshida conobbe il Vangelo di Cristo in un modo molto particolare: durante la seconda guerra mondiale conoscendo dei militari cristiani. Era un praticante assiduo della meditazione Zen, ma in guerra sentiva la meditazione e la ricerca del vuoto come infiltrata di una certa ipocrisia di fronte ai mali del mondo. Così scoprì Dio, l’oltre ogni nostra esperienza. Aveva intuito che la pace e la concentrazione della meditazione Zen non sono l’esperienza ultima, ma che oltre c’è Dio. E Dio lo intravide in Gesù che muore invocando il perdono. Il perdono di Gesù verso coloro che l’avevano messo in croce è il vuoto del vuoto, lo Zen dello Zen.

 

Come definirebbe il suo ruolo di missionario in Italia?

Bisogna intendere che cosa significa essere missionari. Uscire da casa propria è sempre un bene, s’intende: apre la mente, arricchisce le esperienze. Ma la ragione fondamentale che costituisce ogni credente missionario è il fatto che Dio è sempre più grande del cuore dell’uomo, sempre più grande della sua comprensione della fede e del suo modo di praticarla. Quindi la Chiesa è essenzialmente missionaria: testimone di una fede che supera sempre la sua testimonianza e la dimensione dei suoi dogmi. Essere cristiani da oltre 2000 anni, come è per la Chiesa italiana, non è tutto; bisogna andare oltre. I dogmi della Chiesa non “esauriscono” Dio. La fede è sempre in aggiornamento. Purtroppo, oggi manca l’ascolto, la disponibilità ad ascoltare e si preferisce testimoniare una fede che si esaurisce nella tradizione. Oggi, la sfida per la Chiesa italiana è testimoniare una fede che va oltre la cultura italiana, di cui la Chiesa si sente prima benefattrice. In questo l’approdo del buddismo in Italia è occasione di grazia. Io mi pongo in questa prospettiva nei confronti del buddismo. Noi cristiani abbiamo favorito la ricerca teologica, privilegiando la mente; il buddismo ha fatto del corpo l’ambiente dove l’uomo sperimenta la sua religiosità. Aborrisco l’idea che il cristianesimo sia perfetto: mi priverebbe del patrimonio originale e non sostitutivo del cristianesimo, che Dio ha distribuito nelle tradizioni religiose non cristiane. Sperimento che il cristianesimo ha bisogno del buddismo. Ricordo la disquisizione tra cattolici e protestanti circa le opere e la fede, ora finalmente superata riconoscendo che non ci sono le opere senza la fede o viceversa. I buddisti pensano che il cristiano sia scarso di fede, perché ritengono che nelle opere dei cristiani non ci sia gratuità e che essi compiano le opere per andare in Paradiso, quindi per calcolo. Il buddismo è distacco anche dal voler andare in Paradiso, è stare in piedi senza appoggiarsi a nulla. In questo senso, il buddismo è una vera fede. Io, missionario cristiano, insegno loro a vivere questo puro distacco immergendosi nella storia. Li invito a non entrare nell’imperturbabilità del nirvana, finché tutto passi nel Regno di Dio, nella risurrezione all’ultimo giorno. Li invito a passar di mano il nirvana a Dio, nel cui Regno il più piccolo è il più grande.  Quindi riassumerei la mia esperienza così. In primo luogo la mia storia: sono capitati dei fatti, e io ci sono finito dentro, trovandovi un terreno fertile, dove sono germogliati dei semi. In secondo luogo, vedo in tanti cristiani un interesse latente e forte verso il buddismo, che non osano lasciare emergere. In me trovano comprensione e un’indicazione di cammino. Di questo sono contento, e mi basta. Aggiungo che sono stato chiamato dal cardinale Joseph Ratzinger (all’epoca in cui era Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – ndr.) per spiegare il mio ruolo e le mie posizioni: ho ricevuto una lettera che dice che il mio tentativo può proseguire.

 

Lei ha conosciuto bene tre grandi tradizioni religiose, il cristianesimo, il buddismo e l’islam. Hanno qualcosa in comune?

Sì, hanno in comune la fede nell’Assoluto di cui fanno esperienza attraverso modalità differenti, ma concomunicanti. Esaminiamo le loro tre pratiche fondamentali. Nell’islam è l’adorazione, professione della totale sottomissione a Dio del credente, affidandosi completamente alla Provvidenza. Nel buddismo è la meditazione, il silenzio originario, incontaminato dal pensiero illusorio dell’uomo. Nel cristianesimo è l’eucaristia, la transustanziazione di Dio puro spirito e della materia del pane e del vino nel Cristo. L’Assoluto e il relativo si offrono oltre se stessi e diventano una cosa sola: la carità. Dio è carità, la materia è carità. L’eucaristia è il loro “uno” dinamico. Ciò è significato nel pane e nel vino: lavorìo dell’universo che alimenta la nostra vita, così la nostra vita si offrono alla redenzione dell’universo. È Cristo! Queste sono le tre manifestazioni dell’Assoluto: Dio nell’islam, il nirvana nel buddismo, Cristo nel cristianesimo.

 

Qual è il suo ruolo nella diocesi di Milano?

Nel 1995, fui presentato al cardinale Carlo Maria Martini da padre Marini, all’epoca superiore generale dei missionari saveriani, la congregazione a cui appartengo. All’inizio la mia sede era nell’Abbazia di Chiaravalle, vicino a Milano. Poi, dopo vari spostamenti, mi fu chiesto di assumere la responsabilità della cappellania giapponese, incarico che svolgo tuttora. È un incarico ufficiale, che mi inserisce nell’organigramma della diocesi. Risiedo a Milano in un luogo che ho cercato di trasformare in una piccola oasi dove ascoltare il Vangelo nel silenzio Zen: l’ho chiamata “La stella del mattino”. Qui si possono condividere con fratelli e sorelle il Vangelo, lo Zazen, la preghiera, il lavoro, la Parola, il silenzio. Ho inoltre in progetto l’apertura, nel prossimo autunno, di una casa a Desio (donata ai missionari saveriani) che sarà un luogo residenziale di dialogo interculturale e interreligioso, di studio e di riflessione.

  

In conclusione, come può riassumere il senso del suo impegno?

Nel libro parlo molto dell’eucaristia. È un tema centrale nella mia vita. Certo l’avevo appresa nel catechismo  ma oggi la comprendo di più: essa è Dio che diventa pane, è il pane che diventa il corpo di Dio. L’eucaristia è Cristo. Gesù si è sentito onorato diventando pane. Un invito anche per noi a diventare un pezzo di pane. La teologia mette sempre lo spirito al di sopra della materia, ma la vera casa di Dio è un pezzo di pane. In questa prospettiva cerco di trovare la liberazione sia dallo spiritualismo, sia dal materialismo, in un bel connubio di spirito e corpo.

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Dalla news-letter di RELIGIONS FOR PEACE:

Il 19 marzo  davanti alla scuola ebraica “ OZAR HATORAH “di Tolosa, un killer ha aperto il fuoco sui bambini fermi al punto di raduno come tutte le mattine. Hanno perso la vita il professore Yonathan Sandler di 30 anni, rabbino che insegnava in questa scuola,  ed i suoi  due figli Arieh  di 6 anni e Gabriel di 3. E’ stata uccisa anche una bimba di 8 anni, Miriam Monsenego, figlia del direttore dell’istituto. Un adolescente di 17 anni è stato gravemente ferito e si trova in fin di vita all’ospedale di Tolosa. 

 Uccidere dei bambini ha una tragica motivazione genocida.

Uccidere un maestro di Torah è voler cancellare una tradizione che ricorda, non solo al suo popolo, di non uccidere, perché l’Uomo è fatto ad immagine dell’Eterno e di “Avere a cuore per l’altro quanto si ha a cuore per sé stessi”  perché solo questo permette di vivere insieme in pace.

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 “Ogni qual volta troviamo

difronte alla violenza un nome religioso

dobbiamo CHIARIRE A TUTTI

che non siamo difronte alla vera religione”

(Giovanni Paolo II)

 

In questa circostanza desideriamo riproporre il documento:  Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoà”. Documento della Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo presieduta dal Cardinale Edward Idris Cassidy, 16 marzo 1998

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L’OCCIDENTE TACE SULLE IMMOLAZIONI IN TIBET

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DI SARANSH SEHGAL
Asia Times Online

Leggi tutto l’articolo qui

 

In Cina sono sempre di più i monaci buddisti tibetani che ricorrono all’immolazione come segno di protesta contro la repressione della libertà religiosa da parte di Pechino. I suicidi, tuttavia, non sono riusciti ad attirare l’attenzione globale sulla questione tibetana.

Gli osservatori del Tibet lo attribuiscono alla crescita allo status di superpotenza economica della Cina, e per questo le delegazioni dei governi occidentali e asiatici evitano l’argomento con Pechino.

Dal febbraio 2009 sono almeno ventotto i tibetani a essersi dati fuoco in un’ondata di proteste e negli ultimi tre mesi sono quindici sono i casi riportati nella regione dell’Himalaya. Questo ha portato i tibetani in esilio a lanciare una protesta mondiale contro le politiche culturali e religiose cinesi contro il Tibet. Comunque, nessun governo straniero è disposto a fare pressioni su Pechino.

“Con l’incremento del potere economico cinese ed il declino dell’Occidente, la causa tibetana rischia di essere limitata a una piccola parte della società civile. In passato i governi occidentali prestavano anche solo formalmente una certa attenzione verso i diritti dei tibetani. Come la Cina ha alzato la posta, le intenzioni occidentali di destabilizzazione sono scomparse”, così ha scritto in una e-mail ad Asia Times Online Dibyesh Anand, professore associato dei relazioni internazionali alla London’s University of Westminster.

(…) Alla vigilia dell’anniversario della fallita rivolta tibetana del 1959, sono state organizzate forti proteste dai tibetani e dai loro gruppi di supporto, dalla capitale dell’esilio a Dharamsala, in India, fino a Times Square di New York. Scioperi della fame, veglie, proteste e rabbia popolare sono state testimoniate in ogni comunità tibetana nel mondo.

I paesi confinanti con la Cina, come Nepal e India, sembrano aver ceduto al potere economico e all’influenza cinese e fanno del loro meglio per prevenire qualsiasi attivismo anti-Cina sul loro territorio. (…)

Ma per gli esuli tibetani, per il movimento Free Tibet, il supporto internazionale e soprattutto il supporto delle grandi potenze come gli Stati Uniti sono molto importanti. Ora la comunità dei tibetani in esilio a Dharamsala comincia a discutere e dibattere su come riconquistare l’attenzione internazionale e il supporto alla loro causa, vedendo che anche le proteste più estreme e le immolazioni vengono largamente trascurate.

Lobsang Wangyal, un imprenditore tibetano in esilio che vive in India, dice: “Da molto tempo i tibetani in Tibet non sono felici sotto il dominio cinese. Le immolazioni dicono che fanno sul serio, ma il mondo sta prestando poca attenzione. Questo ci dà la sensazione che venticinque tibetani che mettono a repentaglio la propria vita non siano ancora sufficienti e che ci sia bisogno di altre vite da sacrificare…

 

GUARDA IL SERVIZIO DEL TG2 QUI

“LA CINA E’ POTENTE:  CI RESTA SOLO LA FORZA DELLA VERITA’ “   QUI

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http://www.italiatibet.org/

 

 

Le parole di Paolo Pobbiati, ex presidente della sezione italiana di Amnesty International:  “Palden  Gyatso , 33anni  vissuto in un carcere  del governo cinese, ha la capacità di lasciare una traccia profonda in chi lo incontra, non soltanto per la drammaticità della sua storia, ma anche per la grande nobiltà d’animo e per la dignità che questo omino tutto pelle e ossa, senza denti e con gli occhi brillanti, gravemente segnato nel corpo e nello spirito, è in grado di mostrare”.  “Ho cercato invano in lui una traccia di odio o di risentimento: una volta gli chiesi direttamente cosa provava per i suoi carcerieri. Mi rispose di non avere nessun sentimento di vendetta nei confronti delle guardie, di capire che ubbidivano solamente agli ordini e di non avere risentimento nemmeno con il popolo cinese, perché anche lui patisce. Ma aggiunse che avrebbe proprio voluto chiedere ai governanti cinesi se non si vergognano a fare queste cose che non succedono in nessun altro paese del mondo”.

PALDEN GYATSO

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Messaggio del Pontificio Consiglio
per il Dialogo Interreligioso:
amicizia e rispetto,
"via d'oro" per la pace



Il dialogo fra le diverse fedi è la “scelta alternativa” per la pace. È la convinzione che il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso esprime nel Messaggio per la prossima festa buddista del Vesahk, che la maggior parte dei Paesi orientali celebrerà in date diverse tra aprile e maggio.

La via è “d’oro” perché punta ai valori più alti: la pace, il bene comune. Ed è una via che si sceglie di percorrere nel rispetto reciproco. Offrire questa testimonianza al mondo è mostrare che popoli e fedi diverse possono vivere in concordia. È lo spirito di fondo che pervade il Messaggio del dicastero pontificio per il Dialogo Interreligioso, inviato agli “amici buddisti” alla vigilia dell’annuale festa del Vesahk. “Nel mondo d’oggi, segnato da forme di secolarismo e fondamentalismo che sono spesso nemiche della vera libertà e dei valori spirituali, il dialogo interreligioso – si legge nel Messaggio – può essere la scelta alternativa con la quale troviamo la ‘via d’oro’ per vivere in pace e lavorare insieme per il bene comune”. Il dialogo, si afferma, “è anche un potente stimolo a rispettare i fondamentali diritti umani della libertà di coscienza e della libertà di culto. Quando la libertà religiosa è effettivamente riconosciuta, la dignità della persona umana è rispettata nella sua radice”.

Il Messaggio, firmato dal cardinale Jean-Louis Tauran e dall’arcivescovo Pierluigi Celata, presidente e segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, si sofferma sul rapporto fra pace, verità e libertà. “Condizione necessaria per perseguire una pace autentica – si legge – è l’impegno a cercare la verità”. Questa naturale “tensione umana verso la verità – asserisce il dicastero vaticano – offre ai seguaci delle diverse religioni una felice opportunità di incontro in profondità e di crescita nel reciproco apprezzamento per i doni di ciascuno”. E le ricadute sociali sono altrettanto importanti, perché la “sincera ricerca” di ciò che è vero e buono rafforza la coscienza morale e le istituzioni civili, mentre “la giustizia e la pace sono fermamente stabilite”.

Il Messaggio si conclude con l’augurio che la celebrazione del Vesakh sia “fonte di arricchimento spirituale” e “occasione per dare nuovo slancio alla ricerca della verità”, al fine di “mostrare compassione verso tutti coloro che soffrono” e l’impegno a “vivere insieme in armonia”. La festa del Vesakh è caratterizzata da una data mobile. Quest'anno sarà celebrata, secondo le differenti tradizioni, l'8 aprile in Giappone e il 10 maggio in Corea, Cina, Taiwan, Vietnam, Singapore per i buddisti “mahayana”. Il 17 maggio verrà celebrata invece per i buddisti della scuola "theravada", in Paesi come la Thailandia, lo Sri Lanka, la Cambogia, la Birmania, il Laos ecc.

Fonte notizia:  Radio Vaticana

Vesakh: la festa del Risveglio. Per saperne di più  leggi qui

ZEN E CRISTIANESIMO
Attraverso un confronto fra
il Maestro Doghen e Francesco d'Assisi

 

Titoli cliccabili

Prefazione

1. Il dialogo interreligioso

2. Francesco d'Assisi
2. 1. L'Europa medioevale.
2. 2. Fonti per la ricerca su Francesco.
2. 3. Il periodo giovanile.
2. 4. La conversione.
2. 5. Francesco, il Santo.

3. Fratelli e sorelle creature
3. 1. Francesco amato dalle creature.
3. 2. Il Cantico delle creature.
3. 3. Il significato di "fratello".

4. Il mondo di Doghen
4. 1. Sfondo storico e religioso.
4. 2. Lo Zen in Cina nel periodo Sung.
4. 3. La vita di Doghen.
4. 4. Le opere e il pensiero Zen di Doghen.

5. Essere un tutt'uno con l'universo e le creature
5. 1. Il "cuore" secondo Doghen.
5. 2. Il cielo, la terra e io abbiamo la stessa radice, tutti gli esseri e io siamo un corpo solo.
5. 3. I monti, i fiumi e la terra. Il sole, la luna e le stelle.

6. Un tentativo di confronto
6. 1. Il Dio cristiano, il Mu dello Zen.
6. 2. Pratica e Satori.
6. 3. Responsabilita' di un credente.

7. BIBLIOGRAFIA


 

 Il luogo del mese

“Seimeizan”

Montagna della vita
 
La scintilla che lo fa nascere è l’incontro provvidenziale tra il missionario cattolico Franco Sottocornola e il monaco buddista Furukawa. Dopo anni di gestazione, nel 1987, su una collina sovrastante la cittadina di Kikusui, nell’isola giapponese di Kyushu, nasce il «Seimeizan»,
centro di spiritualità e dialogo interreligioso.

 

 

   
Il centro rispecchia in tutto le caratteristiche culturali e spirituali della tradizione giapponese, soprattutto, l’assunzione di tre elementi classici: la natura, la montagna, la via del tè. Vivere in mezzo alla natura, sentita come luogo sacro, significa vivere in un contesto di esperienza religiosa. La montagna è luogo di silenzio e d’incontro con Dio. Il silenzio caratterizza molte volte gli incontri interreligiosi che si svolgono al Seimeizan. Il desiderio di stare insieme, di comunicare l’esperienza mistica non ha bisogno di parole.   Nella cerimonia del tè, servito dal padrone di casa, i componenti del gruppo (non più di 7 persone) non si guardano in faccia, ma tutti guardano la tazza: bere insieme il tè è segno di pace, è un momento che crea nel gruppo uguaglianza e rispetto, gioia di stare insieme.   La comunità cristiana del Seimeizan (5 persone in tutto) opera in stretta collaborazione con il tempio buddista della vicina città di Tamana.  Nel corso del primo anno di attività circa 2000 persone sono salite alla “Montagna della vita”: semplici visitatori, ma anche gruppi sia cristiani che buddhisti, sia giapponesi che europei e americani, gruppi di universitari interessati ad un approfondimento del rapporto tra cristianesimo e buddhismo, religiose impegnate in campo educativo o assistenziale. Il dialogo interreligioso che il centro propone unisce l’approfondimento teorico su base scientifica e l’esperienza pratica del monachesimo che aiuta a scoprire negli eventi quotidiani la presenza di Dio.
 
 

“Gli abitanti del luogo, tutti appartenenti al cosiddetto Buddhismo della Terra Pura, ci hanno accolto molto cordialmente. Con gli anni hanno cominciato a considerarci un po' il "loro" tempio. è divenuta ormai tradizione che ogni anno, a maggio, il gruppo degli anziani si riunisca a Shinmeizan per un'intera giornata. In occasione del Natale, su esplicita richiesta dei bambini del villaggio, organizziamo una veglia natalizia alla quale partecipano attivamente. Da parte nostra, siamo invitati a partecipare ai più importanti momenti di vita civile e religiosa della comunità locale.   A questi rapporti quotidiani, di buon vicinato, se ne affiancano altri, più specifici, con persone, templi e istituzioni buddhiste e shintoiste, con movimenti religiosi più recenti. Nelle vicinanze si trovano templi del Buddhismo Tendai e del Buddhismo Zen con i quali intratteniamo da anni buoni rapporti di amicizia e di collaborazione. Anche con l’Omoto e il Tenrikyo, movimenti di matrice shintoista, siamo altrettanto aperti all'incontro e alla collaborazione interreligiosa.
 

   

Questa rete di contatti ha trovato una sua felice espressione nell'incontro biennale di preghiera per la pace che da oltre 14 anni si celebra a Shinmeizan. La partecipazione è molto sentita e  negli anni  ha avuto una positiva ricaduta anche sulle rispettive comunità religiose. 
(Maria A. De Giorgi)

 Maria A. De Giorgi è missionaria, laureata in psicopedagogia, teologa e studiosa del pensiero spirituale giapponese. È giunta in Giappone nel 1985. Dal 1987 al 1994 ha prestato il suo servizio presso il centro Shinmeizan. Dopo aver conseguito il dottorato in teologia all'Università Gregoriana di Roma ha ripreso il suo servizio in Giappone al centro. E' autrice di libri a carattere interreligioso tra i quali: "Seimeizan. Frammenti di un dialogo fra cristiani e buddhisti in Giappone".    Per approfondire: qui

 

 

Io non mi posso togliere
i sandali di paglia


I sandali di paglia li porto da dieci anni.
Per salvare condannati a morte innocenti,
io solo, solo città, villaggi percorro senza sosta,
supplicando, invocando.
Ben cento milioni di esseri umani ci sono qui,
non si facciano restare isolati condannati a morte innocenti!
Forse fra vent'anni, fra trent'anni
un giorno tutti, consapevoli, verranno a salvarli.
Io ci credo e oggi e domani
cammino, cammino, per tutta la vita cammino.
Una società che non sappia difendere
la vita di un sol uomo,
io non riesco a crederci!
Una società che non mandi a morte innocenti,
io vorrei crederci, vorrei testimoniarla,
altrimenti io non verrei salvato, non potrei vivere.
Io non mi posso tegliere i sandali di paglia.

                                    Tairyu Furukawa (1971)
 
 
 

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