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Elio Toaff (Livorno30 aprile 1915 – Roma19 aprile 2015)

Papa Giovanni Paolo II (a sinistra) ed Elio Toaff (a destra) nella sinagoga di Roma il 13 aprile 1986

È stato considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica in Italia dal secondo dopoguerra sino ai primi anni duemila.

Elio Toaff nacque a Livorno il 30 aprile 1915. Studiò presso il Collegio Rabbinico della sua città natale sotto la guida del padre, Alfredo Toaff, rabbino della città. Frequentò al tempo stesso l’Università di Pisa presso la facoltà di Giurisprudenza, dove poté laurearsi nel 1938 nei tempi stabiliti, in quanto l’introduzione delle leggi razziali fasciste, precludeva agli ebrei l’ingresso alle università ed espelleva gli studenti fuori corso, ma consentiva di completare gli studi a chi ne fosse giunto al termine. L’anno successivo completò gli studi rabbinici laureandosi in teologia al Collegio rabbinico di Livorno, ottenendo il titolo di rabbino maggiore. Fu nominato rabbino capo di Ancona, dove rimase dal 1941 al 1943.

Dopo l’8 settembre 1943, con la recrudescenza della violenza nazista e le prime deportazioni italiane per i lager, Toaff, sua moglie Lia Luperini e il loro figlio Arielfuggirono in Versilia scampando all’assassinio in casa per l’aiuto del parroco della vicina chiesa che lo salvò avvertendolo dell’agguato, facendolo poi fuggire con l’aiuto di famiglie cattoliche e alterando le generalità sui loro documenti, girovagando tra mille insidie. Più volte Toaff scampò alla morte per mano nazista (in un’occasione scampò ai nazisti rifugiandosi a Città di Castello di cui è cittadino onorario dal 1999). Entrò nella Resistenza combattendo sui monti e vedendo con i propri occhi le atrocità ai danni di civili inermi.

Dopo la guerra fu rabbino di Venezia, dal 1946 al 1951, insegnando anche lingua e lettere ebraiche presso l’Università di Ca’ Foscari.

 Nel 1951 divenne rabbino capo di Roma. Oltre al suo ruolo spirituale, ha ricoperto diverse cariche nella comunità ebraica italiana: presidente della Consulta rabbinica italiana per molti anni, direttore del Collegio rabbinico italiano e dell’istituto superiore di studi ebraici, direttore dell’Annuario di Studi Ebraici. Inoltre è membro dell’Esecutivo della Conferenza dei rabbini europei fin dalla fondazione nel 1957 e dal 1988 è entrato a far parte del Praesidium.

Nel 1987, Toaff pubblicò una sua autobiografia: Perfidi giudei, fratelli maggiori (Mondadori, Milano).

L’8 ottobre 2001 Elio Toaff, all’età di 86 anni, annunciò le proprie dimissioni dalla carica di Rabbino Capo di Roma per lasciare spazio e opportunità ai più giovani. La decisione venne comunicata dal Toaff stesso nella Sinagoga di Roma al termine delle preghiere per il «Oshannà Rabbah». Il successore alla carica è stato Riccardo Di Segni.

Nel 2005 Elio Toaff è stato proposto alla carica di senatore a vita. Toaff si è spento il 19 aprile 2015 nella sua abitazione di Roma pochi giorni prima del suo centesimo compleanno.

 

Contributo al dialogo ebraico-cristiano

Importanti sono stati da sempre i rapporti di Toaff con il mondo cattolico e il suo impegno per il dialogo ebraico-cristiano. Scriveva Toaff:

« Grazie all’insegnamento e all’esempio di mio padre, io imparai a non avere pregiudizi nei confronti dei sacerdoti cattolici. Nel periodo delle leggi razziali e della guerra… furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole… Fra loro ci fu padre Benedetto, nobile e generoso cappuccino, che con incrollabile dedizione riuscì a salvare migliaia di ebrei. »

Il 10 ottobre 1958, nella circostanza della morte di papa Pio XII, Toaff affermò: “Più che in ogni altra occasione, abbiamo avuto l’opportunità di sperimentare la grande compassione e la grande generosità di questo papa durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando sembrava non ci fosse per noi più alcuna speranza”.

Nella sua autobiografia Toaff ricorda con particolare calore gli anni del pontificato di Giovanni XXIII, l’esperienza del Concilio Vaticano II con l’approvazione della dichiarazione Nostra aetate e l’amicizia che in quegli anni lo legò al card. Augustin Bea e a padre Cornelius Adriaan Rijk. Toaff ricorda ancora come “la notte in cui Giovanni XXIII entrò in agonia, sentii imperioso il bisogno di unirmi ai tanti cattolici che vegliavano in preghiera a piazza San Pietro”.[4]. Le associazioni per il dialogo ebraico-cristiano in Italia – dal Segretariato Attività Ecumeniche alle Amicizie ebraico-cristiane, ai Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli - troveranno sempre in Toaff un interlocutore attento, sensibile e partecipe.

Un primo incontro di Toaff con Papa Giovanni Paolo II avvenne l’8 febbraio 1981 a Roma nella canonica delle chiesa di San Carlo ai Catinari, vicina al ghetto di Roma. Nel 1986 il Papa espresse il suo desiderio di visitare la Sinagoga di Roma. L’invito fu accolto e il 13 aprile 1986 Toaff fu protagonista dello storico incontro con Papa Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma. Scriveva Toaff:

« Insieme entrammo nel Tempio. Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento… L’applauso scoppiò [nuovamente] irrefrenabile quando [il papa] disse: “Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire, i nostri fratelli maggiori“. »

 

Il rapporto di Toaff con Giovanni Paolo II si mantenne stretto fino alla morte del pontefice, in occasioni di incontri pubblici e privati. Toaff è una delle tre sole persone nominate nel testamento spirituale di Giovanni Paolo II, assieme al segretario don Stanisław Dziwisz e a Joseph Ratzinger, suo successore.

Opere

 

 

 

Musulmane in Oslo

 

OSLO – Mano nella mano, col calare della sera e la fine del giorno di shabbat centinaia di musulmani norvegesi hanno formato un ‘anello di pace’ a protezione della principale sinagoga di Oslo. Un gesto simbolico lanciato quasi casualmente su Facebook da giovani scandinavi di fede islamica all’indomani degli attacchi terroristici di Copenaghen che hanno colpito uno dei tempi ebraici della capitale danese causando anche la morte di un uomo.

All’appello postato sul social network da una giovane musulmana, Hajdar Ashrad, 17 anni, hanno risposto anche non islamici in una mobilitazione che è andata al di là delle aspettative, soprattutto se si pensa che in Norvegia gli ebrei sono una netta minoranza (non più di un migliaio) a fronte dei musulmani che sono arrivati a contare quasi 200 mila presenze in un Paese di neanche 5.5 milioni di abitanti.

Organizzata in modo da finire con il termine dello shabbat, per consentire anche agli ebrei usciti dalla sinagoga di unirsi al cerchio di pace, la manifestazione ha preso il via in un clima di solidarietà e unione, fra strette misure di sicurezza che il governo di Oslo ha deciso dopo gli attentati di Copenaghen, stabilendo anche che la strada che conduce al tempio resterà per sempre chiusa al traffico.

Su Facebook del resto i giovani organizzatori erano stati chiari e determinati: Se i jihadisti vogliono usare violenza nel nome dell’Islam – avevano scritto a inizio settimana – devono prima passare attraverso noi musulmani. Poiché l’Islam significa proteggere i nostri fratelli e sorelle a prescindere dalla loro religione, significa superare l’odio e non sprofondare allo stesso livello dei nemici… Noi musulmani vogliano dimostrare che disprezziamo profondamente ogni tipo di odio nei confronti degli ebrei formando un cerchio umano attorno alla sinagoga“.

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Il 14 settembre 2014 si celebra la 15esima Giornata Europea della Cultura Ebraica. Sono trentasette le località italiane che aderiscono all’iniziativa, proponendo un ricco cartellone di eventi per riscoprire le comunità ebraiche e il ruolo della figura femminile nell’ebraismo

giornata ebraismo 2014

La Giornata nasce con l’obiettivo di avvicinare il grande pubblico a tutte quelle testimonianze che gli ebrei hanno lasciato nella nostra cultura: dal linguaggio alla musica, dalla letteratura alla gastronomia, dall’architettura all’urbanistica. Tracce che in questa edizione forniranno lo spunto anche per riflettere sulle questioni di genere.

A Ferrara, dove vive la più antica Comunità della diaspora, le celebrazioni prendono il via venerdì 12 settembre e si protrarranno fino a domenica, per un weekend all’insegna della cultura e dello spettacolo. Bologna non vuole essere da meno, e propone, tra visite alla sinagoga e mostre, laboratori su cinema ed ebraismo rivolti a tutte le età, così come Torino, dove è stata allestita un’esposizione sul ruolo della donna nella società ebraica e sono in programma degustazioni a tema. Sia a Milano che a Roma sono attese musiche e parole per riflettere sull’ebraismo: dal 13 al 16 settembre la città meneghina ospiterà “Jewish and the city”, rassegna culturale promossa dalla Comunità ebraica di Milano, mentre la Capitale farà da location al grande Festival internazionale di Letteratura e Cultura ebraica, dal 13 al 17 settembre 2014. Al centro dell’indagine, l’analisi di testimonianze al femminile e il rapporto tra ebraismo e arte

http://urbanpost.it/giornata-europea-della-cultura-ebraica-2014-eventi-in-tutta-italia

Festival della Letteratura e cultura ebraica con dibattiti, libri, danza e cucina

Cinque giorni di incontri, dibattiti, libri, danza, cucina: da sabato al Ghetto torna il Festival internazionale di Letteratura e cultura ebraica, alla sua settima edizione, e il tema di quest’anno è la famiglia. Quella israelitica nella capitale peraltro continua a crescere con la 18esima sinagoga della città inaugurata prima dell’estate ai Parioli, come ha ricordato Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana.

L’apertura del Festival – a cura di Ariela Piattelli, Raffaella Spizzichino e Shulim Vogellmann – sabato sera è affidata alla Notte della Cabbalà, dalle 21 alle 2 del mattino, tra degustazioni, danze, musica e incontri con la possibilità di visitare il Tempio maggiore e il Museo ebraico dalle 22 all’1. Tra gli appuntamenti, alle 20.45 al palazzo della Cultura l’inaugurazione della mostra “Vita di famiglia: le memoria delle immagini”, con foto dall’archivio della Deputazione ebraica di assistenza sociale. Alle 21 l’incontro tra la scrittrice Elena Lowenthal e Fania Oz-Salzberger, figlia di Amos Oz. Alle 22.45 famiglia e bioetica saranno al centro della conversazione tra il giornalista Antonio Monda e il rabbino capo Riccardo Di Segni. Per la musica, alle 22 in largo 16 ottobre 1943 il concerto della stella della world musica israeliana Idan Rachel.

Idan Raichel: “La mia musica, ponte fra le religioni”

Domenica – in quella che è anche la Giornata europea della Cultura ebraica, quest’anno dedicata al tema della donna – alle 12 la conversazione sulla cucina kosher tra la chef Laura Ravaioli e il giornalista Luca Zanini. “Sfido chiunque a sapere che la pasta e ceci appartiene a questa tradizione”, dice curiosa Michela Di Biase, presidente della commissione Cultura di Roma Capitale. Alle 17 alla Casa dei Teatri la presentazione del libro “Critica del Teatro puro” di Alessandro Fersen e alle 21 ancora Monda incontra la scrittrice Elizabeth Strout. Fersen torna lunedì con l’inaugurazione della mostra dedicata al suo teatro alle 18.30 nei giardini del Tempio maggiore. Alle 19.30 l’incontro tra Carmen Llera Moravia e Lia Levi e alle 21 tra Monda ed Ennio Morricone su “C’era una volta in America”.

Martedì 16 alle 19 ebraismo e cristianesimo si confronteranno sul tema della famiglia nel dibattito tra il rabbino Roberto Colombo e il teologo Piero Stefani e alle 21 l’incontro tra Lara Crinò e Jami Attenberg.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/09/09/news/al_ghetto_torna_il_festival_internazionale_della_letteratura_e_cultura_ebraica-95306714/

 

Carissime sorelle e fratelli

sono fra Antonio Salinaro OFM, 

che insieme al consiglio nazionale per il dialogo ecumenico e interreligioso dell’ordine dei frati minori, (COMPI)

vi informiamo che dal 8 aprile al 10 aprile ad Assisi “casa Leonori,- Santa Amria degli Angeli-, 

ci sarà un convegno di dialogo interreligioso dal titolo “io Credo”:  un cristiano, un musulmano e un ebreo,  testimoniano cosa significa credere nella loro fede.

vi ringrazio calorosamente e fraternamente!

fra Antonio Salinaro OFM

Depliant:

Io credo

esecutivo

 

 

Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto


La storia dei “Giusti tra le Nazioni”, uomini e donne che ignorarono le leggi naziste, si opposero all’opinione pubblica e osarono fare ciò che era giusto


ROMA, Wednesday, 16 January 2013 (Zenit.org).

In preparazione alla “Giornata della Memoria”, in programma il 27 gennaio prossimo, riprendiamo la prefazione al volume I giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto, di Sir Martin Gilbert, edito da Città Nuova.

Sir Martin Gilbert è uno dei più grandi storici viventi  famoso come biografo ufficiale di Winston Churchill e come uno dei più noti studiosi dell’Olocausto, ha pubblicato 72 libri di cui molti tradotti anche in italiano.

Per i servizi resi alla Storia britannica e alle relazioni internazionali, nel 1995 è stato insignito dell’ordine dell’Impero Britannico dalla Regina Elisabetta II. Gilbert è anche fellow onorario del Merton College dell’Università di Oxford.

Rischiò di perdere la vita durante gli attentati del 7 luglio 2005 nella metropolitana di Londra.

Abraham Foxman, che è stato salvato dalla sua bambinaia a Vilnius, ha detto all’incontro dei «bambini nascosti» a Gerusalemme: «Per più di cinquant’anni dopo l’Olocausto i sopravvissuti hanno dato testimonianza del male, della brutalità e della bestialità. Tocca a noi oggi, alla nostra generazione, portare una testimonianza di bontà, giacché ognuno di noi è la prova vivente che persino all’inferno, in quell’inferno chiamato Olocausto, vi fu la bontà, la gentilezza, nonché l’amore e la compassione».

 

17  GENNAIO

 GIORNO PER IL DIALOGO TRA EBREI E CATTOLICI

 

LA SETTIMA PAROLA:
«NON COMMETTERE ADULTERIO»   
Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei
 
 
Presentazione
 
Nel cammino di fraterno dialogo e stima tra la Chiesa in Italia e il Popolo ebraico, l’incontro tra il Papa e la Comunità ebraica di Roma nel Tempio Maggiore, il 17 gennaio 2010, ha suggellato positivamente le tappe fin qui percorse, indicando nuovi obiettivi, mostrando di voler andare oltre
turbolenze e incertezze che hanno talora suscitato dubbi sull’effettiva consistenza del dialogo cristiano-ebraico odierno. Nella sua visita alla Sinagoga di Roma Benedetto XVI, ha voluto sottolineare in maniera ancora più chiara quanto aveva già affermato nella sinagoga di Colonia sulla comune responsabilità che gli ebrei e i cristiani hanno di fronte alle “Dieci parole”: «In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o Dieci Comandamenti (cfr Es 20,1-17; Dt 5,1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei Cristiani.
Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19,17)». In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza che si aprono davanti a ebrei e cristiani, uniti da comuni aspirazioni.
Vorremmo ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo. …
 
 

file attached   Sussidio.pdf

 

S’intitola “Matrimonio omosessuale, omogenitorialità ed adozione” il documento inviato lo scorso ottobre dal Gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim al presidente, François Hollande, al primo ministro, Jean-Marc Ayrault, ed a tutti i ministri francesi ( http://www.scribd.com/doc/110325519/Mariage-homosexuel-homoparentalite-et-adoption-Ce-que-l-on-oublie-souvent-de-dire-Essai-de-Gilles-Bernheim-Grand-Rabbin-de-France ).

 

Nel testo   l’autore si presenta come «il referente e il portavoce dell’ebraismo francese nella sua dimensione religiosa. La mia posizione — aggiunge — riflette la solidarietà che mi lega alla comunità nazionale cui appartengo». Di seguito una  traduzione italiana dell’ultimo capitolo, intitolato «La visione biblica della complementarietà uomo-donna», del documento stesso.

di Gilles Bernheim

La complementarietà uomo-donna è un principio strutturante nell’ebraismo, in altre religioni, nelle correnti di pensiero non religiose, nell’organizzazione della società, come pure nell’opinione di una vastissima maggioranza della popolazione. Questo principio, per me, trova il proprio fondamento nella Bibbia. Per altri, può trovare il proprio fondamento altrove. Mi concentrerò qui sulla visione biblica, che non esclude altre visioni. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1, 27). Il racconto biblico fonda la differenza sessuale sull’atto creatore. La polarità maschile-femminile attraversa tutto ciò che esiste, dall’argilla a Dio. Fa parte del dato primordiale che orienta la vocazione rispettiva — l’essere e l’agire — dell’uomo e della donna.

La dualità dei sessi appartiene alla costituzione antropologica dell’umanità.

Così, ogni persona è portata, prima o poi, a riconoscere che possiede solo una delle due varianti fondamentali dell’umanità e che l’altra le sarà per sempre inaccessibile.

La differenza sessuale è quindi un segno della nostra finitezza.

Io non sono tutto l’umano.

 Un essere sessuato non è la totalità della sua specie, ha bisogno di un essere dell’altro sesso per produrre il suo simile.

La Genesi vede la somiglianza dell’essere umano con Dio solo nell’unione dell’uomo e della donna (1, 27) e non in ognuno di essi preso separatamente.

Ciò suggerisce che la definizione dell’essere umano è percettibile solo nella congiunzione dei due sessi. Di fatto ogni persona, a motivo della sua identità sessuale, viene rinviata al di là di se stessa. Dal momento in cui prende coscienza della propria identità sessuale, ogni persona umana si vede così messa a confronto con una sorta di trascendenza.

 È obbligata a pensare al di là di se stessa e a riconoscere come tale un altro essere inaccessibile, essenzialmente simile a lei, desiderabile e mai totalmente comprensibile.

L’esperienza della differenza sessuale diventa così il modello di ogni esperienza della trascendenza che designa un rapporto indissolubile con una realtà assolutamente inaccessibile. Su questa base si può comprendere perché la Bibbia utilizzi volentieri la relazione tra l’uomo e la donna come metafora del rapporto tra Dio e l’uomo; non perché Dio è maschile e l’uomo femminile, ma perché la dualità sessuale dell’uomo è ciò che esprime più chiaramente un’alterità insormontabile anche nel rapporto più stretto.

È importante che nella Bibbia la differenza sessuale sia enunciata subito dopo l’affermazione del fatto che l’uomo è a immagine di Dio. Ciò significa che la differenza sessuale s’iscrive in questa immagine ed è benedetta da Dio.

La differenza sessuale va dunque interpretata come un fatto naturale, permeato d’intenzioni spirituali. Ne è prova il fatto che nella creazione in sette giorni gli animali non sono presentati come sessuati. A caratterizzarli non è la differenza dei sessi, ma la differenza degli ordini e, all’interno di ogni ordine, la differenza delle specie: ci sono i pesci del mare, gli uccelli del cielo, le bestie della terra, tutti gli esseri viventi sono generati, come un ritornello, «secondo la loro specie» (Gn 1, 21).

In questo racconto la sessuazione è menzionata solo per l’uomo poiché è proprio nel rapporto d’amore, che include l’atto sessuale mediante il quale l’uomo e la donna diventano «una sola carne», che tutti e due realizzano il proprio obiettivo: essere a immagine di Dio.

Il sesso non è dunque un attributo casuale della persona. La genitalità è l’espressione somatica di una sessualità che riguarda tutto l’essere della persona: corpo, anima e mente. È proprio perché l’uomo e la donna si percepiscono diversi in tutto il loro essere sessuato, pur essendo entrambi persone, che ci possono essere complementarietà e comunione.

«Maschile» e «femminile», «maschio» e «femmina» sono termini relazionali. Il maschile è tale solo nella misura in cui è rivolto verso il femminile e, attraverso la donna, verso il figlio; in ogni caso verso una paternità, sia essa carnale o spirituale. Il femminile è tale solo nella misura in cui è rivolto verso il maschile e, attraverso l’uomo, verso il figlio; in ogni caso verso una maternità, sia essa carnale o spirituale.

Il secondo racconto della creazione approfondisce questo insegnamento presentando l’atto della creazione della donna sotto forma di un’operazione chirurgica mediante la quale Dio toglie dal più intimo di Adamo quella che diventerà la sua compagna (Gn 2, 22). Da quel momento né l’uomo né la donna saranno il tutto dell’umano, e nessuno dei due saprà tutto dell’umano.

Viene qui espressa una duplice finitezza:

— Io non sono tutto, non sono neppure tutto l’umano.

— Io non so tutto sull’umano: l’altro sesso resta per me sempre parzialmente inconoscibile.

Ciò conduce all’irrealizzabile autosufficienza dell’uomo. Questo limite non è una privazione, ma un dono che consente la scoperta dell’amore che nasce dalla meraviglia dinanzi alla differenza.

Il desiderio fa sì che l’uomo scopra l’alterità sessuata in seno alla stessa natura: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 2, 23) e l’apertura a questo altro gli consente di scoprirsi nella sua differenza complementare: «lei si chiamerà Isha perché è presa da Ish» (cfr. Ibidem).

«L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2, 24). In ebraico «una sola carne» rimanda al «Solo», Ehad, il nome divino per eccellenza, secondo la preghiera dello Shema Israel: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo – Adonaï Ehad» (Dt 6, 4).

È nella loro unione insieme carnale e spirituale, resa possibile dalla differenza e dall’orientamento sessuale complementare, che l’uomo e la donna riproducono, nell’ordine creato, l’immagine del Dio Solo.

A mo’ di contrappunto, il capitolo tre della Genesi presenta il peccato come il rifiuto del limite e quindi della differenza: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gn 3, 5).

L’albero della conoscenza del bene e del male — «l’albero del conoscere bene e del conoscere male» — simboleggia proprio i due modi di comprendere il limite:

— il «conoscere bene» rispetta l’alterità, accetta di non sapere tutto e acconsente a non essere tutto; questo modo di conoscere apre all’amore e quindi all’«albero della vita», piantato da Dio «al centro del giardino» (Gn 2, 9);

— il «conoscere male» rifiuta il limite, la differenza; mangia l’altro nella speranza di ricostituire in sé il tutto e di acquisire l’onniscienza. Questo rifiuto della relazione di alterità conduce alla bramosia, alla violenza e infine alla morte.

Non è proprio questo che propone il gender, ovvero il rifiuto dell’alterità, della differenza, e la rivendicazione di adottare tutti i comportamenti sessuali, indipendentemente dalla sessuazione, primo dono della natura? In altre parole, la pretesa di “conoscere” la donna come l’uomo, di diventare il tutto dell’umano, di liberarsi da tutti i condizionamenti naturali, e quindi «di essere come Dio»?

Io sono tra coloro che pensano che l’essere umano non si costruisca senza struttura, senza ordine, senza statuto, senza regole; che l’affermazione della libertà non implichi la negazione dei limiti; che l’affermazione dell’uguaglianza non comporti il livellamento delle differenze; che la potenza della tecnica e dell’immaginazione esiga di non dimenticare mai che l’essere è dono, che la vita ci precede sempre e che ha le proprie leggi.

Ho voglia di una società in cui la modernità occupi tutto il suo posto, senza che però vengano negati i principi elementari dell’ecologia umana e familiare.

Di una società in cui la diversità dei modi d’essere, di vivere e di desiderare sia accettata come una possibilità, senza che tale diversità venga però diluita riducendola a un denominatore più piccolo che cancelli ogni differenziazione.

Di una società in cui, nonostante i progressi del virtuale e dell’intelligenza critica, le parole più semplici — padre, madre, coniugi, genitori — conservino il loro significato, allo stesso tempo simbolico e incarnato.

Di una società in cui i bambini siano accolti e occupino il loro posto, tutto il loro posto, senza però diventare oggetto di possesso a ogni costo o posta in gioco del potere.

Ho voglia di una società in cui ciò che accade di straordinario nell’incontro tra un uomo e una donna continui a essere istituito, con un nome preciso.

 

http://moked.it/blog/2013/01/06/il-gran-rabbino-di-francia-bernheim-ai-cattolici-abbiamo-perso-la-comprensione-del-senso-morale/

 

Mi sono imbattuta in una storia che, di questi tempi in cui l’attualità non fa altro che rimarcare incomunicabilità culturali e settarismi vari, mi ha fatto tirare un po’ il fiato. È la storia di un’amicizia e di un’impresa “alla moda” che però già dal nome, “A Peace treaty”, cioè “trattato di pace”, rivela la sua peculiarità. L’amicizia è quella tra Dana Arbib, ebrea libica nata in Israele, e Farah Malik, musulmana pakistana, entrambe vissute per alcuni anni in Canada (ma incontratesi casualmente a Roma, cinque anni fa, per un matrimonio di amici) e oggi giovani imprenditrici newyorkesi, dove hanno realizzato il loro sogno comune.

Pur provenendo da contesti culturali completamente diversi, infatti, Dana e Farah hanno scoperto di condividere due passioni: l’impegno sociale – la prima attraverso l’attività filantropica di famiglia, la seconda con il suo lavoro in un’organizzazione non profit di educazione sui i diritti umani – e la creatività. Due ingredienti che hanno unito in un’idea con cui, nel 2008, hanno deciso di buttarsi sul mercato: una linea di gioielli e foulard fatti a mano che valorizza tecniche artigianali tradizionali di varie zone del mondo, offrendo una chance economica ai produttori locali in crisi e permettendo di mantenere in vita abilità a rischio di scomparire.

L’aspetto più interessante del progetto A peace treaty è che non si tratta di un’esperienza di nicchia, destinata a un mercato alternativo di consumatori particolarmente sensibili. Forse grazie alla notevole professionalità delle due imprenditrici – Dana proveniva da una collaborazione con il marchio di moda DKNY, mentre Farah aveva completato un master in Media politici e cambiamento sociale alla London School of Economics – i gioielli e gli accessori della loro linea hanno da subito trovato accesso anche alle pagine delle riviste patinate di massa, da InStyle a New York Magazine e Marie Claire.

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http://zappa.missionline.org/?p=99

 

 

LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE E L’ECUMENISMO

Convegno nazionale dei Delegati diocesani
Napoli, 19-21 novembre 2012
Il prossimo Convegno nazionale dei Delegati diocesani per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso sarà dedicato a “La nuova evangelizzazione e l’ecumenismo”. Si svolgerà a Napoli, presso il Grand Hotel Oriente, da lunedì 19 a mercoledì 21 novembre 2012.

La settima Parola: «Non commettere adulterio»

Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei
17 gennaio 2013
Pubblichiamo il testo del Sussidio per la Giornata ed il modulo con cui i delegati diocesani possono fare richiesta delle copie.

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

18-25 gennaio 2013
“Quest’anno la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci invita a riflettere sull’importantissimo e ben noto testo del profeta Michea …” Pubblichiamo i testi utili per la prossima Settimana di preghiera.

 

I giovani di Taizé in diocesi di Roma a fine dicembre


La comunità di Taizé, in stretta collaborazione con il Vicariato di Roma e la pastorale giovanile, sta organizzando un incontro europeo di giovani a Roma, che sarà la 35a tappa di un “pellegrinaggio di fiducia sulla terra”. Per parteciparvi, dal 28 dicembre 2012 fino al 2 gennaio 2013 saranno riunite nella capitale italiana diverse decina di migliaia di giovani.
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LA NEWSLETTER DI MISSIONLINE.ORG – 23 OTTOBRE 2012

LA TESTIMONIANZA: «CRISTIANI E MUSULMANI: CHE COSA ABBIAMO IMPARATO IN NIGERIA»

 Che cosa hanno detto al Sinodo due vescovi del Paese da mesi scosso dagli attentati dei Boko Haram: «La nostra esperienza ci insegna che esistono molti tipi di musulmani. Dobbiamo riconoscerli e non chiuderci»

SIRIA E LIBANO: I GIORNI PIU’ DIFFICILI

L’autobomba di Beirut e i rischi di un’estensione del conflitto. Gli attentati e i rapimenti contro i cristiani a Damasco. E intanto i profughi continuano ad aumentare

 IO MUSULMANA E LO «SPIRITO» DI TIBHIRINE

Amal, una ragazza marocchina che vive in Italia, è tornata in Marocco per incontrare il monaco sopravvissuto nel monastero di Midelt. Il suo racconto sul blog di Luigi Accattoli

 

 

André Chouraqui

Member of the “Angelo Giuseppe Roncalli International Committee”

 

 Ripreso da: http://www.nostreradici.it/Morselli-Chouraqui.htm

 

La lingua ebraica non consente di parlare del volto dell’uomo, ma solo dei suoi volti: la parola panim ha solo il plurale. Chouraqui costituisce un buon esempio di questa verità linguistica: è l’uomo dai molti volti, è africano, europeo, asiatico, è l’abitante delle tre culture, ebraica, greco-latina e araba, è il cittadino dei tre universi spirituali abramitici, ebraismo, cristianesimo, islamismo. I suoi tre nomi Natan André Chouraqui indicano colui che è donato e che dona (in ebraico), l’uomo (in greco) e il saraceno, l’orientale (in arabo). Ha tradotto in francese l’intero corpus delle Scritture abramitiche: la Bibbia ebraica, il Nuovo Testamento e il Corano, nella convinzione che solo la conoscenza integrale dei testi rivelati consente di ascoltare la Chiamata che il Creatore dei cieli e della terra ha inviato e continua ad inviare all’umanità. È autore di una trentina di libri, tradotti in venti lingue, e di centinaia di articoli. Tredici titoli sono stati finora tradotti in italiano, tra cui: Il pensiero ebraico; Forte come la morte è l’amore; Mosè; Gesù e Paolo figli d’Israele; I dieci comandamenti; Storia del Giudaismo; Il mio testamento. Non sono stati ancora tradotti: Lettre à un ami chrétien; Procès à Jérusalem; Théodore Herzl, l’inventeur de l’Etat d’Israël; Lettre à un ami arabe; Jérusalem; L’Etat d’Israël ; Histoire des Juifs en Afrique du Nord.

 

André nasce il 23 del mese di Av dell’anno 5677 (corrispondente all’11 agosto 1917) nella piccola Comunità ebraica di Aïn-Témouchent in Algeria, a mezzogiorno di un giorno di Shabbat, nono dei dieci figli di Isaac Chouraqui e Meléha Meyer, entrambi sefarditi. La Shabbat successiva viene circonciso: un nuovo figlio d’Israele è entrato nell’ alleanza di Abramo. Potrebbe essere il Messia o, almeno, deve contribuire alla sua opera, che è quella di avvicinare i lontani.

 

L’arabo (e il judio-espanol) erano la lingua dei suoi nonni e dei suoi genitori, a casa e con il numeroso clan dei parenti parla dunque arabo, in Sinagoga impara l’ebraico e a scuola il francese. All’età di 7 anni viene colpito dalla poliomielite. A 11 anni entra come convittore nel Liceo francese di Oran: «Di colpo venivo trapiantato in un universo geografico e culturale che non aveva nulla a che vedere con quello che lasciavo. Il mondo arabo in seno al quale ero nato, là dove i miei antenati erano vissuti per più di un millennio, di cui parlavano la lingua, condividevano i costumi, spesso le credenze e talvolta le superstizioni, questo universo così vario e così ricco era completamente sparito per me, come inghiottito da qualche cataclisma, quando mi trasferii dalla rue Pastor di Aïn-Témouchent al liceo maschile di Orano».

 

In sette anni, degli eccellenti professori erano riusciti a trasformare gli alunni in perfetti francesini, fieri della propria Patria e del proprio Impero: «I nostri maestri avevano radicalmente eliminato il nostro passato, tanto più facilmente poiché loro stessi non conoscevano nulla di Israele e del giudaismo o degli arabi e dell’Islam». La sua cara Bibbia, mai citata da quei brillanti intellettuali, venne relegata nel magazzino degli oggetti inutili: «Dall’asilo all’esame di Stato, superati tutti i gradi del sistema educativo francese, non credo di aver sentito citare la Bibbia più di due o tre volte, e in modo incidentale, a proposito di Galileo o di Voltaire».

 

A 17 anni si reca per la prima volta in Francia, per un’operazione alla gamba malata. Lo assistono due infermiere protestanti, Evelyne e Yvonne, con le quali scopre simultaneamente l’amore e la forma cristiana dell’amore di D. Le lettere di Yvonne accompagnano il suo ultimo anno di liceo ad Oran: inizia a studiare Filosofia, legge Pascal, Teresa d’Avila, Juan de la Cruz.

 

L’anno dopo la famiglia decide di inviarlo a Parigi per iniziare gli studi di Diritto. Poiché sull’Europa si stendeva già l’ombra del Terzo Reich, egli decide di seguire contemporaneamente anche i corsi dell’”Ecole Rabbinique de France”. Gli studi giuridici lo porteranno alla Licenza, al Diploma di II grado, al Dottorato.

 

A volte entra nella Cattedrale di Notre Dame per ascoltare concerti d’organo o per raccogliersi in meditazione silenziosa. Scopre in Europa «le cattedrali, le chiese, la musica sacra, l’arte cristiana, i conventi e i monasteri in cui tanti uomini e tante donne di qualità pregavano giorno e notte il Dio d’Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, il Dio dei miei antenati».

 

Si trova però in un vicolo cieco, nel quale era stato spinto dall’antisemitismo algerino, dal laicismo repubblicano, dalla propaganda antiebraica nazista. Neppure le radiosi illuminazioni mistiche di Yvonne lo aiutano, poiché quello che lei desidera per lui è la conversione: «Yvonne mi assediava con il suo esempio sconvolgente unito alle più radiose e più autentiche illuminazioni mistiche che si potessero concepire, con una soluzione: la sparizione del problema, intendo dire dell’ebreo che ero, trasformato in buon cristiano».

 

In quel momento di crisi incontra il pastore Louis Dallière che gli parla di Israele in termini per lui nuovi: «Credo nella vocazione messianica d’Israele, chiamato, sulle orme di Abramo, ad essere il primo, al centro del Regno del Messia che viene». Egli aveva fondato a Charmes una Comunità che cercava di tornare allo spirito e alle pratiche della Chiesa delle origini. Nel 1971 scriverà: «Noi, le nazioni, non dobbiamo attendere, desiderare, domandare la conversione degli ebrei. Israele è già il figlio di Dio. È il figlio maggiore della parabola, al quale il Padre dice: “Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo” (Lc 15)». E ancora: «Se Gesù è il Cristo, sarà Israele, il figlio primogenito, a fare l’unità della Chiesa, attorno al solo Dio, invitando tutte le nazioni a salire a Sion».

 

Chouraqui scopre un nuovo Israele attraverso gli occhi di un cristiano: il suo ebraismo non era un inutile retaggio di cui vergognarsi e liberarsi il più velocemente possibile, ma qualcosa che aveva un significato per l’intera umanità. Questa consapevolezza contribuisce a dargli la forza di entrare nella Resistenza, nascondendo le persone, soprattutto i bambini, in pericolo di essere deportate e procurando loro documenti falsi: «Mi trovavo all’improvviso nel cuore di una tragedia spaventosa. L’immagine che mi facevo dell’Ebreo cambiò bruscamente: non più l’Ebreo dei Salmi della mia infanzia, ma il Crocifisso di cui potevo vedere e toccare le piaghe sanguinanti. (…) Uccisi, scherniti, cacciati, braccati, rifiutati, vedevo sfilare ogni giorno davanti a me un popolo martire, ed ero impotente a soccorrerlo».

 

Nel 1939 incontra Colette Boyer, una musicista ammalata di tubercolosi. Viveva alla frontiera della morte e si interessava più di quello che si trova al di là che al di qua del visibile. D. e la Bibbia erano al centro dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. André aveva la Torah aperta sul suo tavolo giorno e notte e i suoi studi biblici gli portavano un’illuminazione interiore «di quelle che trasportano gli alumbrados alla soglia dell’estasi». Conoscendolo, Colette inizia a capire l’importanza dell’ebraico per comprendere la Bibbia.

 

Si sposano nel 1940 a Aïn-Témouchent, con una cerimonia ebraica che segue di qualche settimana la sua conversione all’ebraismo. Nel 1948 però Colette farà ritorno al cristianesimo, scegliendo la vita contemplativa tra le Piccole sorelle di Gesù. Morirà nel 1981, tra le sue braccia.

 

Nel 1947 Chouraqui viene nominato Segretario generale aggiunto dell’”Alliance Israélite Universelle”, di cui diventa anche lo storiografo. Inizia a compiere lunghi viaggi in Africa e in America per incontrare e ridare fiducia alle Comunità ebraiche. Inizia una collaborazione con René Cassin che durerà per trent’anni.

 

Il 15 novembre 1948 consegue il Dottorato in Diritto internazionale discutendo una tesi su La creazione dello Stato d’Israele. Contemporaneamente pubblica la sua traduzione dal giudeo-arabo de I doveri dei cuori di Bahia ibn Paquda (che considera il suo Rabbino, la sua guida spirituale), dei Salmi e del Cantico dei cantici.

 

Nel 1950 sale per la prima volta a Gerusalemme: «Sì, la scoperta di Gerusalemme fu per me sconvolgente. Questa città offriva un gusto che non avevo mai provato: per la prima volta mi sentivo a casa mia, per la prima volta appartenevo a un Paese il cui suolo non si sarebbe più allontanato dai miei piedi».

 

Dal 1950 al 1956 vi ritorna regolarmente, finché nel 1956 compie la sua alyiah insieme alla sua seconda moglie, Annette Lévy. Sarà per tre anni consigliere di David Ben Gurion per il misuy galuyot, l’integrazione delle Comunità provenienti da cento Paesi del mondo, parlanti ottanta lingue diverse, e per otto anni collaboratore di Teddy Kollek, come Vice-Sindaco di Gerusalemme.

 

Nel 1967 è tra le centinaia di migliaia di pellegrini che sfilano davanti al Muro del Pianto, trasformato in Muro della Gioia, rinnovando una tradizione che era stata interrotta dalla distruzione del Tempio, 1897 anni prima.

 

Fa parte del Consiglio comunale che si reca a far visita al Consiglio comunale della parte araba. Nessuno osa rispondere alla domanda: «Che cosa sarebbe accaduto se i vincitori foste stati voi?». Le barriere tra le due parti vengono levate il 29 giugno a mezzogiorno: «Gerusalemme visse quel giorno una delle ore commuoventi della sua storia. Decine di migliaia di arabi invasero la città ebraica, mentre la città araba vide sfilare nelle sue strade folle ebraiche senza numero: tutti erano spinti dalla curiosità di vedere o rivedere la parte proibita della città della divisione, ciascuno desiderava scoprire il volto della città riunificata».

 

È suonata l’ora della riconciliazione. Chouraqui nel 1957 aveva incontrato Pio XII, che aveva sentito estraneo alle realtà di cui era andato a parlargli. Nel 1963 aveva assistito a San Pietro all’ultima apparizione pubblica di Giovanni XXIII. Nel 1965 era stato invitato alla seduta del Concilio Vaticano II in cui era stata promulgata Nostra Aetate. Nel 1967 prende parte a una serie di incontri pubblici in dialogo con il Cardinale Jean Daniélou. Nel 1985 viene ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II. Chiede che siano stabilite regolari relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e lo Stato d’Israele, invita il Papa in Israele e chiede che venga riconosciuta personalità propria alla Cristianità di lingua ebraica stabilita in Israele.

 

Nel 1977 viene invitato dal Re del Marocco Hassan II. Nella sua qualità di Comandante dei credenti egli progetta una Conferenza mondiale dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei che dovrebbe portare a una conciliazione religiosa della Fraternità di Abramo. Quanto al problema politico viene discusso il progetto che Chouraqui aveva presentato nella Lettera a un amico arabo: la creazione di uno Stato confederale o federale che associ tre popoli, israeliani, palestinesi e giordani, all’interno dell’intero territorio del Mandato Britannico.

 

In quegli stessi anni Chouraqui inizia a collaborare con la “World Conference on Religion and Peace” e in Thailandia, India, Cina, Giappone scopre le religioni orientali, oltre i confini del “monoteismo”. Già Abramo sapeva che il suo Elokim è unico ma plurale, e un po’ provocatoriamente Chouraqui osserva: «Riconoscevo l’universo della Bibbia più nei tempietti politeisti o buddhisti dell’Asia che nelle sinagoghe, nelle chiese, nei templi o nelle università dell’Occidente».

 

Testimone della resurrezione di un popolo, della sua lingua, della sua cultura, Chouraqui è anche portatore e testimone del Nome. Il messaggio contenuto nella Torah non è che vi è un solo Dio (il mio, mentre quelli degli altri sono falsi) ma che gli Elokim sono Uno: «Shema Israel, Adonai Elokenu, Adonai Ehad». Le parole si possono tradurre, non i nomi. Eppure nelle quasi 2000 traduzioni della Bibbia esistenti il Nome non compare, sostituito dalle innumerevoli Divinità dei Panteon locali. Il testo che avrebbe dovuto portare la rivelazione del Nome all’umanità è divenuto così il ricettacolo di tutti gli idoli.

 

La quarta delle Dieci Parole proclamate da Adonai sul Sinai è: «Non porterai invano il Nome di Adonai Elokim». La vocazione d’Israele «è consistita nel portare questo Nome verso e contro tutti, fin nelle prigioni e nei forni crematori, da Faraone a Hitler, e appartiene al nostro tempo il dire se ciò sia stato fatto invano»

 

André Choraqui vive a Yerushalayim, circondato dall’amore della moglie Annette, dei suoi cinque figli e dei suoi undici nipoti. Le grandi vetrate del suo studio si aprono sul Monte Sion, nella parte della città in cui risiedevano gli esseni e i primi noserim. Se il Messia è ha-meqarew et ha-rehoqim, colui che avvicina i lontani, allora la vita di Chouraqui è una vita messianica.

 

 Biblista più che talmudista o cabbalista, Chouraqui accenna appena al tema dell’Alleanza noachide, ritenendo invece che le Dieci Parole siano state proposte all’intera umanità. Anche se tende ad affrontare in modo poetico piuttosto che teoretico i grandi nodi problematici, va evidenziata l’energia instancabile con la quale egli ha operato per far conoscere Israele alla Cristianità, per la  (riconoscimento, riconoscenza, nuova conoscenza) tra i figli di Abramo e per la pace tra tutti i figli di Adamo.

 

Accanto al sionismo culturale di Ahad ha-Am (1856-1927), politico di Theodor Herzl (1860-1904), messianico e religioso di Abraham Kook (1865-1935), il sionismo di Chouraqui potrebbe essere definito messianico e interreligioso, in quanto sottolinea il significato del ritorno a Sion non solo per Israele, ma anche per l’umanità. Per una umanità però che non si sostituisca, ma riconosca Israele.

 Leggi anche:
Couraqui, Le dieci parole che legano il mondo
Chouraqui e il dialogo tra universi culturali
Religioni sorelle non nemiche
Le dieci parole della libertà
Giudaismo e cristianesimo, falsi gemelli

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Dalla news-letter di RELIGIONS FOR PEACE:

Il 19 marzo  davanti alla scuola ebraica “ OZAR HATORAH “di Tolosa, un killer ha aperto il fuoco sui bambini fermi al punto di raduno come tutte le mattine. Hanno perso la vita il professore Yonathan Sandler di 30 anni, rabbino che insegnava in questa scuola,  ed i suoi  due figli Arieh  di 6 anni e Gabriel di 3. E’ stata uccisa anche una bimba di 8 anni, Miriam Monsenego, figlia del direttore dell’istituto. Un adolescente di 17 anni è stato gravemente ferito e si trova in fin di vita all’ospedale di Tolosa. 

 Uccidere dei bambini ha una tragica motivazione genocida.

Uccidere un maestro di Torah è voler cancellare una tradizione che ricorda, non solo al suo popolo, di non uccidere, perché l’Uomo è fatto ad immagine dell’Eterno e di “Avere a cuore per l’altro quanto si ha a cuore per sé stessi”  perché solo questo permette di vivere insieme in pace.

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 “Ogni qual volta troviamo

difronte alla violenza un nome religioso

dobbiamo CHIARIRE A TUTTI

che non siamo difronte alla vera religione”

(Giovanni Paolo II)

 

In questa circostanza desideriamo riproporre il documento:  Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoà”. Documento della Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo presieduta dal Cardinale Edward Idris Cassidy, 16 marzo 1998

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L’OCCIDENTE TACE SULLE IMMOLAZIONI IN TIBET

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DI SARANSH SEHGAL
Asia Times Online

Leggi tutto l’articolo qui

 

In Cina sono sempre di più i monaci buddisti tibetani che ricorrono all’immolazione come segno di protesta contro la repressione della libertà religiosa da parte di Pechino. I suicidi, tuttavia, non sono riusciti ad attirare l’attenzione globale sulla questione tibetana.

Gli osservatori del Tibet lo attribuiscono alla crescita allo status di superpotenza economica della Cina, e per questo le delegazioni dei governi occidentali e asiatici evitano l’argomento con Pechino.

Dal febbraio 2009 sono almeno ventotto i tibetani a essersi dati fuoco in un’ondata di proteste e negli ultimi tre mesi sono quindici sono i casi riportati nella regione dell’Himalaya. Questo ha portato i tibetani in esilio a lanciare una protesta mondiale contro le politiche culturali e religiose cinesi contro il Tibet. Comunque, nessun governo straniero è disposto a fare pressioni su Pechino.

“Con l’incremento del potere economico cinese ed il declino dell’Occidente, la causa tibetana rischia di essere limitata a una piccola parte della società civile. In passato i governi occidentali prestavano anche solo formalmente una certa attenzione verso i diritti dei tibetani. Come la Cina ha alzato la posta, le intenzioni occidentali di destabilizzazione sono scomparse”, così ha scritto in una e-mail ad Asia Times Online Dibyesh Anand, professore associato dei relazioni internazionali alla London’s University of Westminster.

(…) Alla vigilia dell’anniversario della fallita rivolta tibetana del 1959, sono state organizzate forti proteste dai tibetani e dai loro gruppi di supporto, dalla capitale dell’esilio a Dharamsala, in India, fino a Times Square di New York. Scioperi della fame, veglie, proteste e rabbia popolare sono state testimoniate in ogni comunità tibetana nel mondo.

I paesi confinanti con la Cina, come Nepal e India, sembrano aver ceduto al potere economico e all’influenza cinese e fanno del loro meglio per prevenire qualsiasi attivismo anti-Cina sul loro territorio. (…)

Ma per gli esuli tibetani, per il movimento Free Tibet, il supporto internazionale e soprattutto il supporto delle grandi potenze come gli Stati Uniti sono molto importanti. Ora la comunità dei tibetani in esilio a Dharamsala comincia a discutere e dibattere su come riconquistare l’attenzione internazionale e il supporto alla loro causa, vedendo che anche le proteste più estreme e le immolazioni vengono largamente trascurate.

Lobsang Wangyal, un imprenditore tibetano in esilio che vive in India, dice: “Da molto tempo i tibetani in Tibet non sono felici sotto il dominio cinese. Le immolazioni dicono che fanno sul serio, ma il mondo sta prestando poca attenzione. Questo ci dà la sensazione che venticinque tibetani che mettono a repentaglio la propria vita non siano ancora sufficienti e che ci sia bisogno di altre vite da sacrificare…

 

GUARDA IL SERVIZIO DEL TG2 QUI

“LA CINA E’ POTENTE:  CI RESTA SOLO LA FORZA DELLA VERITA’ “   QUI

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http://www.italiatibet.org/

 

 

Le parole di Paolo Pobbiati, ex presidente della sezione italiana di Amnesty International:  “Palden  Gyatso , 33anni  vissuto in un carcere  del governo cinese, ha la capacità di lasciare una traccia profonda in chi lo incontra, non soltanto per la drammaticità della sua storia, ma anche per la grande nobiltà d’animo e per la dignità che questo omino tutto pelle e ossa, senza denti e con gli occhi brillanti, gravemente segnato nel corpo e nello spirito, è in grado di mostrare”.  “Ho cercato invano in lui una traccia di odio o di risentimento: una volta gli chiesi direttamente cosa provava per i suoi carcerieri. Mi rispose di non avere nessun sentimento di vendetta nei confronti delle guardie, di capire che ubbidivano solamente agli ordini e di non avere risentimento nemmeno con il popolo cinese, perché anche lui patisce. Ma aggiunse che avrebbe proprio voluto chiedere ai governanti cinesi se non si vergognano a fare queste cose che non succedono in nessun altro paese del mondo”.

PALDEN GYATSO

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Il 17 gennaio è ormai da anni in Italia una giornata di incontri fra ebrei e cattolici. Sul senso di quest’iniziativa sentiamo il rabbino Giuseppe Laras, presidente emerito dell’Assemblea Rabbinica Italiana:

R. – La Giornata del 17 gennaio è un’iniziativa della Chiesa cattolica, che ha promosso alcuni anni fa proprio per cercare di rendere più semplice e più importante il dialogo ebraico-cristiano. Quindi, in occasione di questa data, ci sono degli incontri tra ebrei e cattolici e si riflette soprattutto su questioni che possiamo affrontare insieme, come il perseguimento della pace, della comprensione reciproca, dopo duemila anni di incomprensioni e di cose molto negative. Per cui è una data che il mondo cattolico in particolare attende con molta attenzione ed ansia, come anche il mondo ebraico, perché nella misura in cui questo dialogo si rafforza, si allontana e si indebolisce il rischio dell’antisemitismo.

D. – Quest’anno la Giornata si concentra sul comandamento “Non uccidere”…

R. – Esatto. Alcuni anni fa, io e il responsabile della Cei, abbiamo concordato che avremmo seguito nel corso degli anni i Dieci Comandamenti. Quindi, quest’anno siamo a “Non uccidere”. L’imperativo a non uccidere è un imperativo che, al di là dell’appartenenza all’una e all’altra religione, è molto importante per l’uomo: rispettare la vita umana, onorare la vita umana nella sua sacralità, nella sua unicità. Quindi, questo è un tema che bene si presta ad essere trattato nel nostro tempo, in cui in tutto il mondo il rispetto per la vita umana è piuttosto trascurato e violato.

D. – A che punto è il dialogo fra ebrei e cattolici in Italia?

R. – Il dialogo è un qualcosa che va avanti da molto tempo, da quasi 50 anni e quindi ha avuto degli alti e dei bassi. Oggi come oggi il dialogo presenta un aspetto di debolezza. L’importante, però, è che questo dialogo non cessi di esistere: deve continuare a fluire, magari debolmente, ma deve continuare, perché c’è un rallentamento nell’entusiasmo, soprattutto da parte ebraica, essendoci state alcune iniziative della Chiesa che hanno dato un po’ di fastidio al mondo ebraico. All’interno del dialogo, però, ci sono componenti che, nonostante queste questioni, sono consapevoli che occorre rafforzarsi ancora di più e quindi lo sostengono e vanno avanti.

Al centro, dunque, della Giornata ormai da anni i Comandamenti. In che senso ebrei e cristiani possono collaborare partendo da questo comandamento: “Non uccidere”? Lo abbiamo chiesto a don Gino Battaglia, direttore dell’Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Cei…

R. – La ricchissima tradizione religiosa ebraica, sviluppandosi in millenni di meditazione sulla Legge, offre direi un contributo prezioso. Ma l’attualità di questo comandamento è evidente e non sfugge la sua importanza non solo in senso stretto, riferendosi all’omicidio come reato. Penso, per esempio, a tutta la battaglia per l’abolizione della pena di morte, penso al problema della violenza diffusa, al disprezzo della vita e al problema del rispetto della vita. In questo senso, il dialogo ebraico-cristiano trova appunto una sua concretizzazione che è quella dell’impegno nella società e nel mondo.

D. – Secondo lei, come sta procedendo in Italia il dialogo fra ebrei e cristiani?

R. – Mi pare che con caratteri originali, senza nascondere le differenze, ma affrontandole con spirito di collaborazione, il dialogo in Italia si stia in questi anni sviluppando molto e credo che ci saranno anche forme ulteriori di collaborazione permanente fra le comunità ebraiche e la Chiesa cattolica. (ap)

Il  "luogo"  del mese

 

 

"I know I have something to learn from everyone..
what can I learn from you?" 

Shalom

"I know I have something to share with everyone..
what do you think I could share with you?"

salam

WE have to have the umility of the Spirit
and the openness to the other that says:

"Im ready to listen and
I'm ready to share"

Peace

The Elijah Interfaith Institute is a multinational organization
dedicated to fostering peace between the world's diverse faith communities through interfaith dialogue, education,
research and dissemination.
Our unique programming generates interfaith dialogue
at the highest levels, bringing together world religious leaders

and renowned scholars the world over, t
hrough research projects, public conferences
and community-based initiatives.

http://www.elijah.org.il/

 


Il libro del mese

LUNEDI’  7 MARZO ORE 16
Presso  l’ASUS
(Accademia di Scienze umane e Sociali)
ROMA, viale A. Manzoni 24/c

 

Presentazione del libro  con l’autore, Francesco Capretti
e con Piero Stefani, che ne ha scritto la post-fazione. 

   Modererà l’incontro Luigi De Salvia
   Sezione italiana di RELIGIONS FOR PEACE

“ Se voglio dialogare con Dio,
lo devo accogliere nel comprensibile e nel non-comprensibile
fino all’umorismo di Abramo che di fronte alla promessa
di “ generazioni e generazioni ”
si getta in terra e ride, di fronte a Dio.

Forse nel dialogo bisogna avere molto umorismo.
Esso ci salva dalle tragedie del silenzio.
Qualche volta dico che il dialogo
ha due figli, un figlio e una figlia:
il figlio è l’umorismo e la figlia è la fantasia.
Per fare dialogo ci vogliono tutti e due.
Fantasia e umorismo per cercare sempre nuove strade,
per non drammatizzare nessun momento,
per accogliere veramente l’altro,
per prenderlo sul serio è necessario accoglierlo
nel comprensibile e nel non-comprensibile,
perché dobbiamo essere consapevoli che l’altro,
come Dio di cui è figlio,
esige che nell’amore si accetti sempre
la dimensione del mistero.”

 


(Citazione da “Dialogo e proselitismo”
di mons. Alberto Ablondi , riportata nel libro)

 

 


 libro del mese

 

Nel nuovo volume l'autore ci invita a rileggere alcuni grandi pensatori del Novecento - Hannah Arendt, Vasilij Grossman, Etty Hillesum, Hans Jonas, Varlam Shalamov, Itsván Bibó, Jan Patocka, Václav Havel – che si sono interrogati sul bene possibile nelle situazioni estreme, e indaga il significato dei termini   "responsabilità", "dignità", "verità", "giudizio", "perdono", "conciliazione", cercando di individuare quale sia stata la molla che ha spinto i protagonisti a gesti di bontà apparentemente insensata. La speranza è che questo esercizio della memoria possa dare l’avvio a una sorta di staffetta della responsabilità morale che si tramandi di generazione in generazione.
 

Il termine Giusto è tratto dal passo del Talmud che afferma:
"chi salva una vita salva il mondo intero".
 

“Giusti tra le nazioni” (Righteous Among the Nations, in ebraico:  Chasidei Umot HaOlam) sono considerati   i non-ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista, dalla Shoah. Sono oltre 20.000 i Giusti nel mondo e 417 gli italiani che hanno ricevuto sinora tale riconoscimento.

“Ad ogni Giusto tra le nazioni viene dedicata la piantumazione di un albero,
poiché tale pratica nella tradizione ebraica
indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara. 
 
  Il Giardino dei Giusti di Gerusalemme è sorto nel 1962 presso il Museo di Yad Vashem, il luogo della memoria della Shoah, in applicazione del punto 9 della sua legge istitutiva, approvata dal parlamento israeliano nel 1953, che recita: "Con la presente legge è istituita la fondazione Yad Vashem a Gerusalemme, per commemorare (…) i giusti tra le nazioni, che hanno rischiato la loro vita per aiutare degli ebrei."  Nel 1963 viene istituita la Commissione dei Giusti per scegliere le persone a cui assegnare l'onorificenza e dedicare l'albero. Nella sua attività la Commissione ha nominato circa ventimila giusti. Il primo presidente della Commissione è stato Moshe Landau, il famoso presidente del Tribunale che ha condannato a morte Adolf Eichmann nel 1961. Nel 1970 gli è subentrato Moshe Bejski, che ha tenuto la presidenza fino al 1995, segnando il lavoro della commissione con un'interpretazione aperta e complessa della legge del '53. (da Wikipedia)

 

I GIUSTI ITALIANI

Le figure simbolo della solidarietà del popolo italiano agli ebrei sono il questore di Fiume Giovanni Palatucci e il diplomatico Giorgio Perlasca (poi riconosciuti come Giusti dallo Stato israeliano). Va ricordato anche l'eroismo del paese di Nonantola (Modena).  

Buona parte di coloro che salvarono gli ebrei in Italia durante l’occupazione tedesca furono uomini e donne appartenenti alla Chiesa, e non solo quella cattolica. Susan Zuccotti cita i casi di padre Maria Benedetto a Roma; di molti parroci come don Francesco Repetto e don Carlo Salvi a Genova; don Enzo Boni Baldoni a Quara, nel reggiano; don Leto Casini e padre Cipriano Ricotti a Firenze; don Angelo Dalla Torre e Giuseppe Simioni a Treviso;  monsignor Giacomo Meneghello di Firenze, monsignor Vincenzo Barale di Torino o Giuseppe Sala di Milano. Nel '43-44 Mons. Angelo Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII) aiutò migliaia di ebrei a salvarsi quando era nunzio ad Istanbul. Il pastore avventista Daniele Cupertino prestò assistenza a molti ebrei a Roma.

Pio XII, il Papa Giusto, di David G. Dalin (rabbino di New York). Un’accurata documentazione in difesa di papa Pacelli. Cinquant’anni di apprezzamenti da parte di ebrei di tutto il mondo e la richiesta che venga riconosciuto come “giusto”.

Tra il '43 e il '45, secondo i calcoli di Michele Sarfatti, gli ebrei perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città, grazie all'aiuto di tanti italiani che opposero una "resistenza non armata" alla barbarie tedesca e fascista.  (portale dei siti di storia italiana) 

             
          Comitato per la foresta dei giusti:

http://www.gariwo.net/
 

 

Il testimone del mese

 Bruno Hussar 
 

"Lasciate che mi presenti. (…)
Porto in me quattro identità:
sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo,
veramente israeliano e mi sento pure, se non proprio egiziano,
almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo!"

 

Così padre Bruno Hussar iniziò il suo intervento in una riunione presieduta dal noto rabbino-scrittore Abraham Heschel, a New York, nel 1967.  La sua storia personale lo ha portato a comprendere che il rispetto non nasce, come spesso si pensa, dall’indifferenza religiosa, ma dall’approfondimento delle radici della propria fede e da una conoscenza dell’altrui identità, attraverso il rapporto diretto e l’amicizia.

Nato in Egitto, dove visse 18 anni, ebreo da genitori ebrei, non ricevette da loro un’educazione religiosa. Per questo la scoperta del cristianesimo coincise, per lui, con l’adesione alla fede. Durante l’occupazione nazista della Francia prese coscienza di appartenere al popolo ebraico, quando si rifiutò di dichiarare di non essere ebreo. Dovette scappare, ma scoprì che "la mia fede cristiana non mi dispensava dal condividere la sorte dei miei fratelli ebrei".
Sopravvissuto, divenne domenicano nel 1945. Nel 1950 il suo provinciale, p.Avril, propose a lui, perché ebreo di nascita, di partire per Israele, per sondare la possibilità di aprire, a Gerusalemme, un centro di studi sull’ebraismo analogo al Centro di Studi Islamici dei domenicani del Cairo. Fu un invito profetico.

P.Hussar partecipò, come esperto, ai lavori del Concilio Vaticano II, invitato dal card. Bea. Il suo contributo alla stesura del paragrafo della Nostra Aetate sull’ebraismo fu tale che, sette giorni dopo, ricevette la cittadinanza d’Israele, che aveva atteso per anni.

Venne poi il 1967, con l’occupazione dei territori, e si aggravarono, negli anni, le tensioni e le violenze. P.Bruno sentì che il Signore lo chiamava a sognare ancora. Bisognava creare un luogo di convivenza dei due popoli, ebrei ed arabi, e delle tre religioni, ebraismo, cristianesimo ed islamismo. Solo questa condivisione fraterna avrebbe permesso di superare le immense distanze. Nacque, anche questa volta dopo anni di attesa e di lavoro, il villaggio Nevè Shalom/Wahat as-Salam, vicino al monastero di Latroun.

Gerusalemme: la radice di questo nome comporta due significati: shalom = pace, e shalem = intero, perfetto, uno. Nella logica biblica, il nome esprime l’essere stesso di colui che lo porta e la sua vocazione. Gerusalemme dovrebbe essere quindi la città dell’unità e la città della pace.

 

Le sue ultime parole prima di morire furono:
"ani sameach
"  io sono felice.

 

Bruno Hussar e i primi pionieri
 


Da giovane aveva studiato ingegneria, aveva progettato ponti e strade; si ritrovava ad essere al termine della sua vita "un costruttore di ponti" fra gli uomini (così amava definirsi!). Lui stesso lo rivelò nel libro autobiografico “Quando la nube si alzava”  pubblicato nel 1983, dalla Casa editrice Marietti.

Se vuoi  approfondire clicca  qui  e  qui 
 
 


 Il luogo del mese

 

Ad Ottobre, in occasione dell' apertura del  Sinodo sul Medio Oriente,  
ci piace portarvi   alla scoperta  di una  comunità, 
nata nel cuore di  Israele, dove da  molti  anni   oramai 
vivono insieme   ebrei,    musulmani  e  cristiani.
Potete visitarla …

cliccando qui!

Neve Shalom, Wahat Al Salam, Oasis of Peace

Neve Shalom/Wahat al-Salam è un villaggio cooperativo di Ebrei e Arabi palestinesi (musulmani e cristiani), tutti cittadini di Israele. Il suo nome deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’ Oasi di Pace" (Neve Shalom in ebraico, Wahat al-Salam in arabo). Il nome del villaggio è stato scelto dal suo fondatore, il padre domenicano Bruno Hussar, ebreo di origine, cittadino di Israele, nel 1966.

Educazione
L’idea di creare strutture scolastiche che potessero esprimere e diffondere gli ideali di coesistenza ed eguaglianza di NSWAS nacque nella comunità assieme alla nascita dei primi figli. L’idea prese corpo nella forma di un asilo nido binazionale dal quale, con l’andar degli anni, sono poi nate una scuola materna e una scuola elementare.

 La Scuola per la pace
La Scuola per la pace (SFP) fu fondata nel 1979 come istituzione capace di far sentire in massima misura verso l’esterno l’impatto educativo di NSWAS. Tramite una varietà di corsi e seminari diretti a molteplici strati sociali delle popolazioni ebraica e palestinese, la Scuola per la pace opera per accrescere la consapevolezza della complessità del conflitto e migliorare – con l’esclusivo ricorso a metodi educativi – la comprensione reciproca tra palestinesi ed ebrei.

Dumia-Sakina: Centro Spirituale Pluralistico
Un luogo e una struttura per una riflessione spirituale sui problemi che colpiscono il cuore del conflitto del Medio Oriente e sulla ricerca di una sua possibile soluzione. 

neve_shalom_2

"Holy village
          with hope
                            for Holy Land"

Quando..
La musica è riconciliazione CON DIO/CON GLI UOMINI

La West Eastern Divan Orchestra (letteralmente: orchestra di Divan occidentale-orientale) è una orchestra sinfonica fondata nel 1999 dal direttore orchestrale  Daniel Barenboim  e dallo scrittore  Edward Said  con lo  scopo precipuo di  favorire il dialogo fra musicisti provenienti da paesi e culture storicamente nemiche.  La particolarità di questa formazione musicale è infatti quella di riunire giovani musicisti professionisti allo scopo di perfezionarne le competenze nella musica classica; provenienti però da zone come Israele, Egitto, Giordania, Siria, Libano, Palestina.

Il nome dell'orchestra è un omaggio al poema Divan occidentale-orientale (West-östlicher Divan) di Goethe.

 

Daniel Baremboim è il primo ed unico
cittadino israeliano ad avere un passaporto palestinese: (quì)

 

Guarda il sito: quì

Daniel Baremboim e la West Eastern Divan Orchestra
 

"La musica è riconciliazione con Dio"

(Patti Smith)