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L’alternativa indonesiana

Nel più popoloso Paese musulmano del mondo, i leader delle organizzazioni religiose spiegano perché non sono molti i giovani a partire per i fronti della Siria e dell’Iraq. I timori di una radicalizzazione e di nuovi reclutamenti sono però concreti. L’attacco terroristico a Giacarta ha risvegliato le paure del governo e innescato l’attività delle forze di sicurezza.

Giacarta. Il ministro sorridente in maniche di camicia mostra slide in PowerPoint in una sala da banchetto. Il catering serve cattivo caffè, zuppa di lenticchie, ogni genere di curry e cassava fritta. Da febbraio, ogni mese Luhut Binsar Panjaitan, ministro indonesiano per gli Affari politici, giuridici e della sicurezza, invita la stampa locale e straniera a una colazione per fare il punto sulla lotta al terrorismo.Giacarta è stata colpita nel gennaio del 2016, dopo anni di calma, da un attentato che ha fatto otto morti – tra cui i quattro attentatori – in un centro commerciale della capitale. L’attacco ha sancito l’ingresso dello Stato Islamico nel Sud-est asiatico. Sono circa 300, spiega il ministro, gli indonesiani che sarebbero partiti per il fronte del jihad siriano: il numero, se paragonato alla popolazione islamica di 200 milioni (l’Indonesia è il più popoloso Paese musulmano al mondo), è basso. Soltanto dalla piccola Tunisia sarebbero partiti 3.000 uomini. Luhut, seguendo le sue slide, racconta gli sviluppi della guerra a Poso, nell’Isola di Sulawesi. Lì, le forze governative combattono una guerra contro gli uomini di Santoso, il ricercato numero uno tra i terroristi indonesiani, che più che un jihadista che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico ha l’aria di un sandinista fuori tempo massimo. L’esercito e le forze speciali hanno ristretto il campo di ricerca a una zona di 500 chilometri quadrati, spiega il ministro. E ancora: «Avvieremo programmi di deradicalizzazione nei villaggi. Manderemo nella zona maestri e collaboreremo su programmi di insegnamento con organizzazioni come la Muhammadiya e Nahdlatul Ulama».Muhammadiya e Nahdlatul Ulama

La Muhammadiya è la seconda organizzazione islamica sunnita in Indonesia: afferma di avere circa 29 milioni di aderenti. Nata nel 1912, è considerato un movimento riformista o modernista: seguendo gli insegnamenti dell’egiziano Muhammad ‘Abduh, vissuto al Cairo alla fine del XIX secolo, la Muhammadiya predica una purificazione della fede e un ritorno all’Islam non intaccato da tradizioni e pratiche locali, mette l’accento sul senso individuale di responsabilità morale, su un’interpretazione del Corano e degli Hadīth – i detti del Profeta dell’Islam – personale e non filtrata dagli ulema, gli esperti in materia di religione. Pone enorme attenzione all’istruzione moderna, sul modello occidentale. In Indonesia, gestisce migliaia di istituti di insegnamento superiore, non soltanto religioso, dai licei alle università.

Nahdlatul Ulama, “la Rinascita degli ulama”, o NU, è nata invece nel 1926 in reazione al rafforzarsi della corrente modernista e al propagarsi nel mondo islamico del wahhabismo saudita. I kyai – ulema – guide delle antiche scuole religiose indonesiane, pesantren, seguono un Islam tradizionale, basato non sull’interpretazione individuale, ma su un bagaglio di scritti classici di ulema mediorientali e indonesiani. Il movimento, a differenza della Muhammadiya, abbraccia le tradizioni pre-islamiche e il sufismo nella forma propugnata dal teologo e giurista Abū Hāmid al-Ghazālī (m. 1111). Se in passato la Muhammadiya rappresentava l’élite intellettuale dei centri urbani, e NU la società più rurale dell’arcipelago, oggi questa dicotomia si è persa. NU sostiene di avere circa 50 milioni di affiliati.

«Bismillah», nel nome di Dio. La breve lezione della dottoressa Ruhaini Dzuhayatin, vicerettore degli affari studenteschi all’Università Islamica Statale di Yogyakarta, inizia così. Seduta sotto la foto del presidente indonesiano Joko “Jokowi” Widodo, spiega a un gruppo di studenti, in prevalenza ragazze dai veli colorati, le opportunità di studio all’estero: Italia, Canada, Egitto, Qatar… A pochi passi dall’aula, studenti e studentesse con i loro MacBook hanno abbandonato le infradito di gomma sui gradini della moderna moschea, che usano come sala studio, seduti per terra nella penombra. Ruhaini ha una spiegazione aneddotica ma efficace sulla differenza tra le due grandi organizzazioni che danno forma all’Islam indonesiano. «Una volta, era possibile riconoscere un membro della Muhammadiya da come si vestiva: abiti occidentali invece del sarongtradizionale adottato da NU», il largo taglio di cotone colorato che, allacciato attorno alla vita cade fino alle caviglie. «I membri della Muhammadiya erano come i protestanti: il loro obiettivo era quello di individualizzare l’Islam e riportarlo all’elemento fondamentale della relazione tra l’individuo e Dio. La sostanza: preghi, e questo è abbastanza. Poi, vai avanti con la tua vita. Facevano parte di quella borghesia mercantile che non aveva tempo di stare in moschea: dopo la preghiera doveva velocemente riaprire la bottega, al contrario di una società agricola, con i tempi più dilatati, e più a contatto con le antiche tradizioni». A differenza di movimenti del mondo arabo come i Fratelli musulmani, le due organizzazioni si considerano espressioni della società civile e non hanno mai trasformato la loro presenza capillare nell’arcipelago in velleità partitiche.

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LA SPIRITUALITA’ SUFI CONTRO LO JIHADISMO

In questi mesi a causa delle vicende che si stanno svolgendo in Medio oriente si assiste ad una ondata di ritorno di paure nei confronti dell’Islam, che determinano atteggiamenti di chiusura e sospetto nei confronti dei fedeli musulmani. La mancanza di informazione e di diffusione di una cultura del pluralismo in grado di promuovere un proficuo dialogo tra fedi, ma anche tra culture, non contribuisce a favorire atteggiamenti di pacata riflessione e comprensione di quanto sta accadendo, nonché delle radici dei conflitti che un po’ ovunque stanno infiammando le aree più fragili di Europa e Africa.

Gli ordini SUFI Islamici hanno preso una chiara posizione nei confronti delle derive Jihadiste, individuando un loro preciso compito nel riuscire a rappresentare per il mondo islamico un concreto riferimento spirituale intorno al quale coagulare anche i bisogni di riconoscimento culturale e di tradizione dei musulmani. L’intervista al Presidente della federazione mondiale degli Ordini Sufi Sheikh Alaa Abul Azayem ha esplicitamente affermato in un’intervista pubblicata nel sito dell’ANSA che:”Il nostro ruolo è ormai indispensabile non solo per la sicurezza degli egiziani, ma per quella di tutto il mondo. Molti occidentali sono attratti dal salafismo militante, mentre i sufi, con la loro filosofia non violenta, possono essere un punto di equilibrio. Per questo è importante che siano presenti fra i musulmani in tutto il mondo”.

L’intervista è consultabile a questo link:

Leader Sufi: la nostra influenza è indispensabile contro lo Jihadismo

Nel sito WWW.PLURALISMORELIGIOSO.IT  è stata attivata la sezione dedicata alle confraternite SUFI presenti in Italia:

VAI ALLA PAGINA    IL SUFISMO:

 L’etimologia del termine “Sufismo”  ha radici nell’interesse tutto ottocentesco nei confronti delle religioni orientali, è stata infatti coniata per dare una etichetta alla parola araba Sūfī Tasawwuf,  che significa propriamente “farsi Sūfī”, e si riferisce a quella pratica interiore fondata su un profondo intento di vivere, nella sua esperienza essenziale, l’Islam.

Si attribuiscono al termine Sufi ben tre radici etimologiche: la prima fa derivare la parola dalla radice “sūf”, che significa “lana”, pare infatti che i primi asceti Sufi fossero presenti già in epoca preislamica, vivendo in estrema povertà e vestendosi solo con una tunica di lana semplice e rattoppata. La seconda radice etimologica pare riferirsi al termine arabo “safā’”, che significa purezza, ma anche al termine “suffa”, che designava i primi discepoli del profeta Ahl al-suffa, discepoli che furono anche conosciuti come la  “Gente della veranda”, si trattava di iniziati che avevano deciso di dedicarsi ad una pratica di devozione assoluta, basata sullo studio dei testi sacri e su una pratica di vita ascetica. Al termine Sufi si attribuisce quindi una terza derivazione dalla parola “Sufa”, invocazione riferita ad al-Ghawth ibn Murra, leggendario maestro vissuto già cinque generazioni prima del profeta, che  aveva dedicato la sua esistenza al servizio del Dio unico, prestando servizio nella Ka‘ba.

Sufi è comunque termine che viene riferito a chi decide di percorrere la via mistica che in arabo è detta “tarīq”, per giungere alla conoscenza di Dio, guidato da un maestro, shaykh, in grado di condurlo attraverso gli stati che lo avvicinano a realizzare Dio in se stesso. Propriamente il Sufismo è dunque la Via del Cuore, la Via del puro, e rappresenta il percorso mistico dell’Islam,  che conduce l’iniziato al cospetto della Presenza Divina. Non è dunque una diversa corrente dell’Islam, ma una filosofia di vita che ha come scopo di vivere appieno la spiritualità dell’Islam, esattamente come avviene nella grande tradizione della mistica cristiana e della mistica orientale. Già dai primi secoli del medioevo il Sufismo si è espresso attraverso la presenza di confraternite, che potrebbero essere assimilate all’esperienza dei grandi Ordini o Congregazioni religiose nella tradizione cristiana, portatrici dunque di una visione e una pratica di vita spirituale che si differenzia senza mai venire meno però a quanto previsto dai cinque pilastri dell’Islam. Al vertice di ogni confraternita era un Maestro che nominava i vari Maestri locali e regionali scelti fra i suoi discepoli, cioè persone capaci di trasmettere l’insegnamento, la vita spirituale e la benedizione (baraka), ereditati dal Maestro fondatore e, tramite lui, dallo stesso Profeta Maometto. I membri di ogni Confraternita si consideravano tra loro fratelli e dunque da questo era stato coniato il termine per definire l’ordine che li rappresentava.

Le origini del Sufismo

Il Sufismo si è affermato nel III secolo dell’era islamica con la scuola di Baghdad e si è via via strutturato sul pensiero di due grandi figure le quali hanno indicato due diverse strade attraverso cui praticare l’esperienza mistica nel rapporto con il divino: Junayd al-Baghdadi (m. 910), che propone un percorso secondo il quale l’unione mistica è fondamentalmente accettazione passiva della volontà divina il cui fine è l’annichilimento in ” Colui che pensiamo” e Husayn ibn Mansur al-Hallaj (858-922), discepolo di Junayd, ma che si distaccò dal maestro perchè profondamente convinto che il messaggio Sufi non dovesse rimanere ristretto ad una sola ristretta cerchia di iniziati ,ma dovesse rivolgersi a “tutti i cuori”. Husayn ibn Mansur al-Hallaj è dunque l’esponente della corrente estatica che ad una via passiva di “annientamento in Dio” privilegia una pratica rivolta alla predicazione e alla condivisione animata da compassione nei confronti di tutti gli esseri del creato.

Una sintesi delle due correnti sarà possibile attraverso la figura di Abu Hamid al-Ghazali (1058-1111), il cui approccio fu in grado di ricomporre la contraddizione tra la vita iniziatica delle confraternite Sufi e la predicazione in qualche modo “evangelica” praticata dalla corrente di Husayn ibn Mansur al-Hallaj, riuscendo a restituire riconoscimento e senso alle confraternite iniziatiche, sino ad allora frequentate da adepti. La sua visione introduce il modello del Sufi che vive una vita concreta in mezzo agli altri uomini e che presta attenzione alle esigenze della comunità musulmana e alla necessità di dare a ciascuno il livello di verità che può comprendere. La sua visione del percorso Sufi è in qualche modo all’origine di quella che sarà definita come gnosi mistica, accanto alla quale prese anche forma una via Sufi rivolta alla compassione e contatto con i fedeli che diede più consistenza e senso ai compiti propri delle Confraternite religiose.

Altri importanti maestri Sufi che occorre ricordare sono l’andaluso Muhyi-d-din Ibn ‘Arabi (1165-1240) teorico del Logos e primo sostenitore di quello che oggi potremmo definire come “universalismo religioso”, sosteneva infatti che se tutte le creature sono manifestazioni di Dio, allora gli uomini non possono che adorare Lui qualunque cosa essi adorino. Conobbe Ibn Rushd, il noto filosofo Averroè, e fu anche un dolcissimo poeta, vocazione che gli fu ispirata da una giovane e colta poetessa persiana alla quale dedicò bellissime poesie d’amore, i versi esprimevano attraverso le metafore anche il significato di profonde esperienze spirituali, velate dai contenuti di una poesia profana. Insomma non è diversa questa esperienza da quella delle poesia trobadorica e cortese, che in Occidente segnava le radici della grande poesia d’amore e mistica cui anche Dante attinse con la sua Divina Commedia.

Un altro grande e forse più conosciuto poeta Sufi fu quindi Jalal d-din Rumi (1207-1273), nativo del Khorasan, odierno Afghanistan, il più celebre dei poeti mistici persiani cantore dell’esperienza dell’Amore che comprende tutto in sé e che fa di Dio l’eterno Amato cui l’anima anela. Dopo la sua morte i suoi discepoli formarono una Confraternita detta Mawlawiyya, divenuta celebre per il suo particolare rituale del samā‘, accompagnato dalla danza dei “dervisci rotanti”. La confraternita si è fortemente sviluppata nei territori facenti parte dell’attuale Turchia. Nel 1925, a seguito delle riforme laicizzanti ordinate dal presidente turco Atatürk, l’ordine di Rumi venne proibito, e fu nuovamente reso legale soltanto nel 1954.

Solo a partire dalla seconda metà del secolo scorso, il Tasawwuf è giunto anche in occidente, sia tramite discepoli e maestri immigrati sia attraverso occidentali convertiti all’Islam. Figura rilevante di questo fenomeno per esempio è il francese René Guénon, che per mezzo delle sue opere pubblicate e della sua personale esperienza, ha dato forte impulso a tale penetrazione. L’Italia stessa ospita oggi alcune importanti Confraternite.

Le Confraternite

Le Confraternite islamiche (in arabo: ﻃﺮﻴﻘـة, ṭarīqa, pl. ṭuruq) sono quindi un tardo fenomeno del Sufismo e comparvero solo a partire dal XII secolo, come organizzazioni complesse di discepoli (murīd, pl. murīdīn) uniti sotto la guida di un Maestro, per imparare a percorrere la Via mistica e giungere ad una diretta conoscenza di Dio. Di esse si ricordano in particolare la Qādiriyya, fondata nel XII secolo da Abd al-Qadir al-Jilani e, nella stessa epoca, la Suhrawardiyya, fondata da Shihab al-Din al-Suhrawardi, così come la Rifa’iyya, fondata da Ahmad al-Rifa’i. La Shadhiliyya, fondata da Abu l-Hasan al-Shadhili nel XIII secolo, la Mawlawiyya, in turco Mevleviyyè, fondata da Jalal al-Din Rumi; la Kubrawiyya, fondata da Najm al-Din Kubrà; la Cishtiyya fondata in India da Mu’in al-Din Cishti e la Naqshbandiyya, fondata da Baha al-Din Naqshbandi, sono invece sorte nel XIII secolo.

 La Via spirituale

Il Maestro di ogni Confraternita rappresenta il modello spirituale del discepolo che presta al suo Maestro un giuramento di obbedienza. Grazie alle sue predicazioni e insegnamenti il Maestro mostra la giusta direzione, la via diritta. Il discepolo dovrà superare diversi stadi spirituali prima di raggiungere le ultime tappe: il grado supremo dell’intimità con Dio e l’annullamento di sé nel suo completo abbandono. Si tratta propriamente di un percorso mistico che avviene come nella grande tradizioni cristiana e orientale attraverso il superamento di gradi o stadi, certo è che nell’esperienza Sufi il culmine dell’esperienza è fondamentalmente un annientamento, più che una illuminazione nel senso più proprio dell’esperienza orientale. Questo cammino spirituale, costituito da diversi gradi, rappresenta la Via, il cammino che conduce a Dio. Tuttavia non sempre il discepolo riesce a raggiungere l’ultimo stadio e, più che una iniziazione e una direzione spirituale e morale, si aspetta dal Maestro benefici spirituali che derivano dal potere ultraterreno, dalla Benedizione che quest’ultimo ha ricevuto dal Fondatore e che può essere stata rinforzata dai suoi meriti personali.

Pratiche e riti

Gli adepti delle Confraternite sono musulmani che, come tali, hanno il dovere di praticare fedelmente i cinque pilastri dell’Islam, in particolare la preghiera rituale quotidiana e il digiuno del Ramadan. Tuttavia ogni Confraternita possiede una pratica specifica. Ad esempio ci sono le veglie, spesso dedicate alla lettura del Corano, i digiuni supplementari, i ritiri, le recite. Ogni Confraternita ha il proprio elemento originale: un insieme di formule, di sura (capitoli del Corano) e di preghiere dette o cantate in momenti precisi e per un certo numero di volte durante il giorno.

Le Confraternite praticano anche un altro esercizio caratteristico che aiuta coloro che lo attuano a “ricordarsi di Dio”. Questo esercizio è detto dhikr. Soli o in gruppo, i confratelli si ricordano di Dio, con la ripetizione sia di formule della professione di fede ( “Non c’è altra divinità che Dio!”), sia di uno dei più bei nomi di Dio, sia semplicemente del pronome personale “Egli” riferito a Dio. Queste esercitazioni spirituali e di preghiera rappresentano i momenti salienti della vita di Confraternita. Ognuna di esse ha il suo modo particolare per svolgere queste forme di preghiera: in piedi o seduti, con o senza l’accompagnamento di uno strumento musicale, con o senza danze.

Le confraternite Sufi in Italia sono: la tarîqa Tijâniyya; la Jamâ’at al-Fayda al-Tijâniyya; la tarîqa Shādhiliyya- ʿAlawiyya-Ismāʿīliyya; la tarîqa Naqshbandiyya – Mujadddiyya; la tarîqa Naqshbandiyya-Haqqâniyya al-‘Aliyya; la tarîqa Ahmadiyya Idrisîyya Shâdhilîyya, a Milano; la Murîdiyya, a Brescia. A queste si possono aggiungere, sempre nell’ambito del Sufismo: la Jerrahi-Halveti, a Milano, fino al 2010 guidata da Gabriele Mandel; la Tariqa Burhaniya, a Roma; la Islam Kültür Merkesi, a Milano.

Per contatti scrivere a:

[email protected]

Sezione a cura di Alessandra Luciano

 

E’ TEMPO DI CHIEDERCI:

PERCHE’ GIOVANI  DAI   20 AI 25 ANNI  

TROVANO NELLA BRUTALITA’  IDEOLOGICA

DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

UN SENSO,  UN RUOLO,

UNA FORMA  VALOROSA 

DI VITA E… DI MORTE ????

QUALE VUOTO DI SENSO

RIEMPIE

IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO?

NELLA SOCIETA’  OCCIDENTALE DOVE QUESTI GIOVANI

SPESSO SONO  NATI E CRESCIUTI???

E’ TEMPO DI CHIEDERCELO

SE VOGLIAMO SALVARE  NON SOLO NOI POTENZIALI VITTIME,

MA ANCHE I GIOVANI CARNEFICI ….

DAL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

 

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«No! No allo Stato religioso!»

Il grido di un intellettuale musulmano contro il pensiero islamista e le derive estremiste diventa oggi dopo il massacro di Parigi più attuale che mai

Farag Foda | sabato 14 novembre 2015

Il jihadismo che ha colpito il cuore di Parigi viene da lontano, dalla pretesa ideologica di identificare religione e politica per creare con la violenza uno Stato islamico.
Lo denunciava con forza già nel 1986 l’intellettuale egiziano laico Farag Foda (1945-1992) in questo brano che proponiamo ora per la sua attualità. L’autore smonta la tesi per cui l’Islam richiederebbe l’identificazione tra religione e Stato e prevede che questa ideologia, se non arrestata, costerà al mondo un prezzo molto alto. Un prezzo che per Foda coincise con la vita stessa: fu assassinato al Cairo nel 1992 da due islamisti radicali. «Loro hanno il loro modo di ragionare e noi il nostro, loro hanno un passato verso cui fuggono e da cui noi fuggiamo, loro hanno un futuro da cui fuggono e verso cui noi ci protendiamo». Parole più che attuali oggi.

“Gli islamisti ritengono che mescolare religione e Stato sia un obbligo religioso, che l’Islam sia religione e Stato e che chiunque accetti la fede e rifiuti lo Stato rinneghi necessariamente un insegnamento di fede. E con questo insegnamento di fede intendono il fatto che essa organizzerebbe le modalità di governo e le questioni politiche.

Di questa pretesa però non portano mai le prove. Non per questo tacciono, ma anzi vagano senza meta per monti e per valli. Ti rinviano al Corano. Ma se gli dici che il Corano non ne fa parola, che non tratta di come si debba scegliere il governante e non chiarisce la natura del regime di governo, ti rimandano allashûrâ [“consultazione”] . Se gli domandi come la interpretano, e in che misura sia obbligatoria per il governante, si dividono in tutto tranne che nell’ostilità verso di te e si disputano su tutto tranne che sul dichiararti miscredente. Ti rimandano alla Sunna , ma se gli dici che l’epoca del Profeta è legata alla sua persona e non è una prova per le generazioni seguenti (perché dove si trova oggi un governante che [come il Profeta] non parli mosso da passione e riceva rivelazioni divine sul da farsi?), ti scaraventano addosso il governo dei Califfi ben guidati . E se provi a discutere con loro o ad analizzare le cose, danno letteralmente di matto dicendo che sei entrato nelle regioni sacre. Se provi a obiettare con argomenti logici, fanno i finti logici dichiarando che la ragione non ha parte in queste cose e se gli metti di fronte gli errori compiuti dai Compagni, gli uni si stracceranno le vesti chiamando Dio in loro soccorso e gli altri risponderanno che gli errori dei musulmani non sono una prova contro l’Islam. E in questo hanno ragione, ma chi mai ha detto che stiamo obiettando all’Islam?

L’Islam è nel cuore e nella ragione insieme. Noi qui stiamo solo protestando contro la loro pretesa di poter governare per mezzo dell’Islam e questo è ben diverso; perché l’Islam, a nostro avviso, è religione e non è Stato (nel senso moderno della struttura dello Stato), è coscienza e non è spada (nel senso antico della spada). Per cui, se il nostro contraddittore invoca l’Islam come religione, non dobbiamo far altro che sottometterci reverenti, alla religione e non al nostro contraddittore, alla fede e non a colui che parla in suo nome. Ma quando viene a dirci che vuole governare per mezzo dell’Islam, non dovremmo neppure chiedergli un esempio, perché lui non sta parlando nel vuoto e non è dal vuoto che noi gli replichiamo. Il nostro testimone contro di lui è l’esperienza e il fatto che, a quanto pare, in più di mille anni di storia non ci sia un esempio positivo da portare o un modello chiaro da invocare.

A questo punto non resta loro che tornare alla carica con l’appello per lo Stato religioso, chiudendo gli occhi, mutilando la storia, alterando i fatti, falsificando gli eventi, gridando di fronte alle realtà storiche che sono “storielle giudaiche” (isrâ’îliyyât) e di fronte agli argomenti logici che sono incursioni sioniste, e alzando di fronte alla forza della prova la spada del takfîr [l’accusa di miscredenza]. Non hanno alternativa. Non ci importa di loro e non riescono a diminuire di un soffio la nostra fede che loro sono in errore o forse preda delle loro ambizioni e che noi abbiamo ragione e siamo nel vero. Non dovremmo occuparci di loro, non fosse che… e ahimè per questo “non fosse che”!

[…] Perdonatemi l’espressione eccessiva, ma la nostra tragedia è che siamo troppo divisi, incapaci di raggiungere la meta, con lo sguardo sempre rivolto indietro tanto che penso che l’avanti sia stato creato per altri, non per noi, che il futuro sia proprietà esclusiva di altri e che la speranza sia una moneta rara e di cui è vietata la circolazione. Spesso mi domando perché sia così e credo di avere una risposta che contiene molti elementi di verità e che si può sintetizzare in questo modo: abbiamo ricevuto [questi valori] da altri e non abbiamo pagato nessun prezzo per essi. Ogni cosa ha il suo prezzo, la democrazia, la laicità, la civiltà, i diritti umani, tutto ha un prezzo. Il mondo civilizzato ha pagato un prezzo per tutte queste cose. Per arrivare dove si trova ora ha dovuto attraversare mari di sangue e camminare sopra i cadaveri di migliaia di vittime. Per questo si tiene ben strette queste cose e non le molla, sapendo bene la fatica e la serietà, il sudore e il sangue che hanno richiesto. Noi invece abbiamo ricevuto tutte queste cose senza sforzo, ce le hanno trasmesse i pionieri [delle riforme]. Difenderle ci risulta difficile e non ci importa granché di perderle parzialmente o totalmente. Sono assolutamente certo che pagheremo il prezzo tra poco, a meno che ogni coscienza libera non si risvegli e ogni patriota desideroso di veder progredire il proprio Paese gridi con quanta voce ha in gola: “No! No allo Stato religioso! No al rifiuto della laicità! No al mescolare le carte tra politica e religione!” E tutte queste espressioni sono alla fine sinonimi.

Grideranno alla miscredenza. Ma per favore, chi sono loro per giudicare se uno è miscredente o no,chi sono loro per escludere le persone da una religione in cui crediamo e a cui ci consacriamo nel nostro intimo, non vedendo in essa altro che amore e tolleranza, non spade sguainate, sudari insanguinati e distese di tombe!

Loro hanno il loro modo di ragionare e noi il nostro, loro hanno un passato verso cui fuggono e da cui noi fuggiamo, loro hanno un futuro da cui fuggono e verso cui noi ci protendiamo. In comune tra noi e loro c’è solo una patria che noi sogniamo unita e che loro sognano dilacerata e di cui anzi detestano la semplice esistenza. E non potrebbero detestarla non fosse che… e ahimè per questo “non fosse che”!”

(Farag Foda, Hiwârât hawl al-‘almâniyya [Dialoghi sulla laicità], Cairo 1986, pp. 12-15, trad. Martino Diez)

 

Le religioni e la difesa della natura

CON I LORO precetti basati sui testi sacri, Ebraismo, Cristianesimo, Islam e religioni orientali possono contribuire a un cambiamento delle abitudini, delle pratiche e delle politiche sociali, nel rispetto della sostenibilità, portando a un più ampio riconoscimento della responsabilità umana nella continuità della vita sul pianeta. La radice degli insegnamenti che possono favorire un migliore atteggiamento dell’uomo rispetto all’ambiente è contenuta proprio nei testi sacri. Ma qual è quella più “green”? “Al di là delle religioni orientali che sono più intimiste e vedono l’uomo come uno degli elementi naturali che costiuiscono il Creato, tutte e tre le religioni monoteiste hanno alla base un atteggiamento comune di rispetto nei confronti dell’ambiente basto sulla corresponsabilità dell’uomo, la transnazionalità e la solidarietà intergenerazionale”, spiega Maria Rosaria Piccinni, docente di Diritto e religioni nei Paesi del Mediterraneo presso il Dipartimento jonico dell’Università degli Studi di Bari e autrice del saggio La tutela dell’ambiente nel diritto delle religioni
“Esaminando i testi è forse l’Ebraismo la religione che più delle altre ha sviluppato l’argomento declinandolo in casi pratici con indicazioni modernissime e sorprendenti”, afferma Piccinni, “tuttavia, se dobbiamo invece parlare di attuazione pratica dei precetti, è l’Islam ad avere una maggiore incisività sui comportamenti ‘green’ dei fedeli anche perché nel mondo islamico spesso i precetti religiosi coincidono con le leggi dello Stato”.Ma torniamo ai testi. Nella religione ebraica sono moltissimi i precetti con indicazioni pratiche che invitano al rispetto dell’ambiente. “Nel libro di numeri, il Pentateuco, troviamo il primo esempio di pianificazione urbanistica che”, sottolinea la docente, “tra le altre cose sancisce il divieto di installare attività produttive nei centri abitati. Concerie, tintorie, stalle o altre attività che potevano inquinare dovevano restare lontane da dove si viveva. Era vietato alzare muri che potessero privare della luce, sciogliere calce nelle strade”. E ancora: “Il comando di Bal-Tashchit vietava di tagliare gli alberi, deviare i fiumi, sprecare l’acqua. Anche l’alimentazione Kasher”, aggiunge Piccinni, “ha origine nel rispetto degli animali che andavano macellati in un modo che ne limitasse al minimo le sofferenze. E i pulcini non andavano allontanati dalla chioccia per lo stesso motivo. L’anno sabbatico in cui l’uomo non doveva lavorare, serviva per far riposare i campi e non sfruttare troppo gli animali, così come il riposo del sabato per contemplare la bellezza del Creato e ricordarsi che la natura dà tutto ciò che serve per tutti”.Anche dal Cristianesimo arriva il messaggio “a coltivare e custodire il Creato”, spiega Piccinni. “A livello di testi come sappiamo il Vecchio Testamento è in comune con la religione ebraica ma nei Vangeli non c’è un riferimento specifico al rapporto dell’uomo con la natura. Abbiamo personaggi simbolo come San Francesco che hanno sempre evidenziato l’importanza del rispetto di animali e natura. E forte è in epoca contemporanea l’impegno della Santa Sede a livello internazionale. Dall’adesione alla Carta della Terra delle Nazioni Unite, all’enciclica di papa Benedetto XVI Caritas in veritate l’impegno per una base etica del rispetto dell’ambiente da parte della chiesa Cattolica è fortissimo”.

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Documento: Enti religiosi e tutela dell’ambiente *

SOMMARIO: 1. Premessa – 2. Verso una concreta assunzione di responsabilità della Chiesa cattolica in materia ambientale – 3. L’impegno delle Diocesi in materia di tutela ambientale – 4. L’impegno della Chiesa cattolica nella tutela dell’ambiente come espressione del principio di collaborazione con lo Stato per il bene del Paese e per la promozione dell’uomo – 5. La partecipazione degli enti religiosi alla costruzione di una “democrazia ambientale” – 6. Enti religiosi e diritto di accesso alle informazioni ambientali – 7. Enti religiosi e tutela giurisdizionale degli interessi diffusi in materia ambientale – 8. Riflessioni conclusive. Confessioni religiose e accesso alla giustizia ambientale.

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 Condanna del fondamentalismo:

la guerra santa non ci appartiene

 (Giampiero Rossi)

 «Siamo qui per far sentire la nostra voce. Condanniamo il terrorismo dell’Isis in modo chiaro e inequivocabile, il concetto di guerra santa non ci appartiene. E questa presa di distanza non è la “nostra”, ma è quella dei cittadini di Milano di cui facciamo parte». Le parole di Davide Piccardo del Caim (Coordinamento associazioni islamiche milanesi) sono il momento centrale del messaggio dei musulmani alla città: «Siamo tutti accomunati dai principi della Costituzione italiana». Gli islamici di Milano (ma non soltanto) si sono radunati ieri in serata in piazza Affari per una fiaccolata «contro il terrorismo e contro l’Isis», come recita il manifesto dell’iniziativa promossa dalla web radio Dirittozero. Un paio di centinaia di persone, molti i giovani e ancor di più le giovanissime donne, hanno bruciato fiaccole e liberato palloncini bianchi con la scritta «No Isis».

No alla violenza

Emoziona molto l’intervento di Chaimaa Fatihi, 21 anni, minuta e sorridente sotto il velo, al primo anno di giurisprudenza a Modena: «Noi siamo contrari a ogni forma di violenza e intolleranza religiosa. Noi condanniamo e deprechiamo ogni forma, anche mascherata di antisemitismo, di persecuzione religiosa, ogni parola d’odio, ogni giustificazione della superiorità della razza o di inferiorità per motivo religioso, di sesso, di convinzione politica». E ancora, nel silenzio assoluto interrotto solo dagli applausi: «Noi rifiutiamo ogni estremismo e soprattutto il Nazismo, le sue camere degli orrori, le sue ideologie mostruose. Quell’orrore è qui che ci minaccia ancora. I criminali dell’Isis sono qui, loro sono i nuovi nazisti. Usano la fede che non gli appartiene per compiere atti ignobili». In piazza c’è anche Gad Lerner, che si è prodigato nei giorni scorsi per dare visibilità all’iniziativa: «È importante questa condanna senza eufemismi e reticenze – commenta – noi della sinistra degli anni ‘70 sappiamo cosa significhi non prendere nettamente le distanze dai “compagni che sbagliano”.

 I partiti

E invece queste persone hanno coraggio a presentarsi qui con i loro volti e a chiamare l’Isis per nome». Alla manifestazione hanno aderito anche la Comunità di Sant’Egidio, il Pd e il Psi. «Questa di fatto è la prima manifestazione milanese contro l’Isis e l’hanno promossa proprio i musulmani, fa notare l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino. «Oggi abbiamo sentito la voce chiara dell’Islam», aggiunge al microfono Stefanio Boeri. «Not in my name», grida un’altra giovanissima oratrice in jeans polo, un filo di trucco e nessun velo, prima che Hamza Piccardo, legga una dolorosa «lettera a un decapitato». Poi i più giovani inscenano un flash mob: che si conclude – sulle note di One degli U2 – con il rogo della bandiera nera dell’Isis».

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Onu, commissario (musulmano) per i diritti umani: «Scandalo che il mondo islamico non protesti contro l’Isis»

 

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Martedì scorso, informa il New York Times, «il massimo rappresentante delle Nazioni Unite sui temi dei diritti umani si è appellato al mondo musulmano perché denunci i crimini “mostruosi”» perpetrati dai banditi del califfo Al Baghdadi in Siria e in Iraq, e «ha definito le azioni dello Stato islamico violazioni sia della legge internazionale che della dottrina islamica».

IL COMMISSARIO ISLAMICO. Il discorso merita particolare attenzione perché a pronunciarlo è stato Zeid Ra’ad Al Hussein, che non solo è un membro della famiglia reale giordana, ma soprattutto è musulmano. Più precisamente, ricorda il New York Times, è «il primo musulmano a essere nominato alto commissario Onu per i diritti umani».

SCENDERE IN PIAZZA. Ma le sorprese non sono finite. Perché l’appello di Al Hussein non era destinato solo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché sostenga gli sforzi per rovesciare l’«ideologia di violenza» dello Stato islamico. L’alto commissario per i diritti umani si è rivolto anche al suo mondo, l’islam. «È inquietante – ha detto Al Hussein secondo il New York Times – che nei mondi arabo e musulmano ci siano state poche se non nessuna dimostrazione pubblica di protesta contro i crimini che si perpetrano in Iraq, nonostante l’esplicita condanna da parte di molti governi arabi e islamici».

SOSPETTI DI GENOCIDIO. Secondo il commissariato Onu per i diritti umani, lo Stato islamico avrebbe compiuto ben tre dei cinque reati catalogati come genocidio e per questo Al Hussein, prosegue il quotidiano americano, «ha invitato l’Iraq a sottoscrivere il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale o almeno a riconoscere la giurisdizione della Corte su eventuali crimini internazionali commessi nella “situazione attuale”».

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Kamel Layachi, Imam nelle comunità islamiche del Veneto e responsabile del dipartimento dialogo interreligioso e formazione del Consiglio delle relazioni islamiche italiane, lancia un appello contro le persecuzioni dei cristiani nel nord dell’Iraq da parte dei miliziani dell’Isil. «Le comunità musulmane – scrive – non possono rimanere passive davanti a questa palese ingiustizia». Il riconoscimento della libertà religiosa e l’impegno per il dialogo sono elementi fondamentali anche per il credente musulmano.

«Le notizie che arrivano dall’Iraq sono sconvolgenti e inaccettabili. Migliaia di Cristiani sono costretti a lasciare le loro città e le loro case dove hanno vissuto per anni e anni. I miliziani del sedicente stato “Islamico” (che in realtà di Islamico ha davvero poco) stanno commettendo atti non islamici e disumani nei confronti dei Cristiani di quel paese.

Io da Imam e da Musulmano mi dissocio da quegli atti ed esprimo la mia massima solidarietà vicinanza alle Comunità Cristiane dell’Iraq. Lo stesso metro di misura che abbiamo usato per denunciare la violenza israeliana contro il popolo palestinese a Gaza lo adoperiamo oggi per condannare, con la stessa convinzione e chiarezza , i crimini di questo gruppo estremista e violento. La comunità internazionale, i paesi del mondo islamico e della Lega araba devono agire in fretta per fermare questi criminali senza scrupoli e senza una briciola di umanità.

Ricordo nuovamente a chi mi legge in queste righe che l’Unione mondiale degli scolari e sapienti musulmani ha duramente condannato le decisioni e gli atti non islamici di questo fantomatico stato chiamato ingiustamente islamico. Chiedo alle Comunità islamiche d’Italia e d’Europa , agli Imam d’Italia e d’Europa , a chi un ruolo di responsabilità nelle Comunità musulmane di denunciare queste pratiche. E di non rimanere passive davanti a questa evidente ingiustizia».

Non ammettono dubbi le parole di Kamel Layachi, imam del consiglio islamico del Veneto, che proprio in queste ore ha diramato un appello sui fatti che stanno avvenendo nell’Iraq settentrionale a opera degli adepti di Abu Baqr al-Baghdadi, autonominatoso califfo dello stato islamico dell’Iraq e del Levante, che come dice l’imam di islamico ha ben poco.

Le sue posizioni Kamel Layachi, vincitore del premio “Fraternità e giustizia – Città di Campobasso” nel 2013 assieme al vescovo Giancarlo Bregantini per il suo impegno in favore del dialogo interreligioso in Italia, le spiega chiaramente in un recente articolo intitolato La libertà religiosa : diritto di ogni persona , dovere di ogni società.

«Il principio su cui si fonda tutto l’insegnamento islamico è l’unicità di Dio “Al tawhid“ – scrive l’imam – Sulla conoscenza profonda di questo principio si basa tutta la vita del musulmano il quale, illuminato da questa fede, si rende conto che il pluralismo e la diversità sono la volontà dell’Unico Dio che ha creato e amato tutti gli esseri e ci chiede di amare tutti come Lui ha amato. Grazie a questa fede, il musulmano riesce a dare un senso alla sua esistenza, a comprendere il senso del creato così diverso e variegato e ad
entrare in relazione con esso in uno spirito di amore scambievole, lealtà e collaborazione: “A ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi” (Corano V,48)».

Questo, scrive Layachi (nella foto con mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina già segretario generale della Cei), è anche il punto di partenza di ogni fedele musulmano per comprendere il suo ruolo all’interno del dialogo interreligioso: «Il musulmano , incontrando credenti di altre religioni , non è coinvolto in un’attività marginale per la propria fede poiché il dialogo interreligioso non esprime una stagione , una moda o una tattica ma un suo modo irrinunciabile di essere. Il dialogo nella vita del musulmano non ha senso soltanto quando i tempi sono favorevoli , quando incontra il consenso di tutti o quando è capace di raggiungere obbiettivi e risultati visibili Le stagioni cambiano , gli umori e i contesti sociali cambiano ma la scelta del dialogo per il musulmano è irreversibile perché il dialogo è religione. Il vero credente che si apre agli altri è colui che dice: ”non sono ancora contento di me stesso”, è colui che dice agli altri: “aiutatemi , ho bisogno anch’io di essere più uomo, più credente in Dio”. I veri credenti sono coloro che cercano di perfezionare, anche attraverso il dialogo , la loro fede e il loro rapporto con Dio convinti che si diventa migliori grazie alle persone che si incontrano, alle parole che si ascoltano, alla vita che si condivide , alle decisioni che si prendono , ai sogni che si custodiscono nei cuori».

Un dialogo che è anche impegno comune, continua l’imam: «La stima reciproca, la lealtà, la fiducia e il mutuo rispetto sono certamente ingredienti e basi fondamentali per un dialogo interreligioso autentico ed utile ma costituiscono solo una tappa in questo importante percorso comune. Per le persone e le comunità impegnate nel dialogo interreligioso vi è quindi la necessità di andare oltre verso un lavoro in rete in settori come la difesa della sacralità della vita, la tutela dei diritti fondamentali della persona (e in primo luogo la libertà religiosa per ogni individuo), la tutela e la promozione della famiglia basata sul matrimonio naturale tra uomo e donna, la bioetica, la salvaguardia del creato, l’economia eco-solidale, la difesa della pace e della giustizia, la condanna di ogni forma di violenza di stampo religioso, la difesa e il rispetto di tutti i simboli religiosi (luoghi di culto , libri sacri , Profeti , leader religiosi, ecc … )».

Ma è la libertà religiosa primo impegno comune. Secondo Layachi questo è un punto di prova fondamentale per le comunità inpegnate nel dialogo interreligioso. Se non si perseguono chiarezza e trasparenza sul diritto fondamentale di professare le proprie convinzioni religiose il dialogo può essere addirittura interrotto. È quanto accade a molte minoranze (e non solo) religiose in molti paesi del mondo contemporaneo. «Per questo motivo – continu al’imam – Musulmani , credenti di altre famiglie religiose e tutti gli uomini liberi ovunque si trovino oggi sono chiamati ad assumere un ruolo sempre più attivo a difesa di questo diritto fondamentale della persona umana. Le istituzioni e le comunità musulmane in particolare, partendo dai propri testi sacri, hanno il dovere di denunciare ogni abuso in questo ambito , rompere il silenzio e assumere una posizione chiara a difesa della libertà religiosa basata sulla dignità di ogni persona».

Riflettendo sull’islam Layachi continua: «Iddio nel Corano riconosce a ogni persona umana una dignità la quale non deve mai essere violata: “In verità abbiamo onorato i figli di Adamo, li abbiamo condotti sulla terra e sul mare e abbiamo concesso loro cibo eccellente e li abbiamo fatti primeggiare su molte delle Nostre Creature” (Corano XVII, 70). “Invero creammo l’uomo nella forma migliore, quindi lo riducemmo all’infimo dell’abiezione” (Corano XCV, 4-5). Il rispetto di tale dignità umana passa attraverso il pieno riconoscimento del diritto alla libertà di cui la libertà religiosa è indubbiamente una delle forme più importanti».

In conclusione Kamel Layachi spiega che «l’Islam considera la libertà religiosa una condizione fondamentale per l’autentica ricerca della verità perciò la fede che si basa sulla costrizione non è autentica e non è valida e considera la libertà religiosa un diritto per ogni individuo e un dovere per ogni società. Per questo motivo , questa libertà fondamentale inerente all’uomo implica che debba essere riconosciuta dal diritto civile e tutelata da ogni violazione dall’ordine civile. Essa deve essere garantita nei giusti limiti e comprende molti aspetti, in particolare, sul piano personale, la libertà di aderire o meno ad una determinata fede religiosa, la libertà di esercizio del proprio culto, la libera scelta da parte dei genitori di educare i propri figli in base alle loro convinzioni religiose, il diritto all’assistenza spirituale in ogni luogo, il diritto all’obiezione di coscienza basata sulla propria fede». Sul piano collettivo invece la libertà religiosa chiede «autonomia organizzativa dell’ente di culto, il libero esercizio del ministero, la libertà della formazione e dell’insegnamento religioso, la libertà di associazione in nome delle proprie convinzioni religiose, la libertà, nei limiti delle leggi vigenti e nel rispetto delle regole di trasparenza, di compiere opere di beneficenza e raccogliere fondi e finanziamenti da destinare a progetti inerenti alla propria attività religiosa».

«I diritti umani fondamentali sono il perno di ogni società civile; e tra questi diritti la libertà religiosa è indubbiamente uno dei più importanti. Conoscere, mettere in pratica e tutelare questi principi nella vita di ogni giorno significa migliorare il mondo in cui viviamo: “Quanto a coloro che fanno uno sforzo per Noi, li guideremo sulle Nostre vie. In verità Allah è con coloro che fanno il bene” (Corano XXIX,69).

La nascita di Is non è un’improvvisa casualità, ma è l’esito non calcolato di decenni di retorica e propaganda islamista, generata anche dalle ambiguità di un secolo di riflessione riformista. L’analisi controcorrente dello studioso egiziano Sherif Younis.

È bene che i pensatori islamici condannino l’esperienza traumatica dello Stato islamico. Ma è importante soprattutto che quest’ultimo sia pensato. Senza un giudizio adeguato, i progetti islamisti potranno essere temporaneamente contrastati, ma mai veramente superati. 

Michele Brignone| mercoledì 17 settembre 2014

Mappa del progetto dello Stato Islamico

L’imporsi dello Stato islamico sulla scena mediorientale e la feroce persecuzione messa in atto dai suoi militanti contro le minoranze non islamiche (cristiani, yazidi) e i musulmani “eretici” (sciiti e sunniti tiepidi) ripropone con inedita drammaticità una domanda che periodicamente investe lo spazio pubblico: l’islamismo violento è un prodotto dell’islam tout court o un mostruoso accidente della storia solo strumentalmente connesso con il Corano? Un’interessante chiave di lettura del fenomeno jihadista emerge dal dibattito che l’avanzata di Isil ha suscitato all’interno dello stesso mondo islamico.

Da quando il 29 giugno scorso è stato proclamato il califfato non sono mancate reazioni contrarie da parte di personalità musulmane di diversa provenienza e sensibilità, in un fronte variegato che comprende tra gli altri importanti pensatori riconducibili ai Fratelli musulmani ed ideologi di al-Qaeda. Pur nella differenza di accenti, tutti contestano sia le ambizioni “califfali” dello Stato islamico sia i suoi metodi efferati.

Tra le voci critiche hanno avuto una certa eco mediatica quelle di due importanti autorità islamiche istituzionali: il Mufti d’Egitto, Shawki Allam, e il Mufti d’Arabia Saudita Abd al-Aziz Al al-Shaykh. Allam ha affermato che «l’organizzazione dello Stato islamico è un pericolo per l’Islam», specificando che «è un grave errore descriverla come Stato Islamico perché essa contraddice tutti i valori islamici e le finalità della sharî‘a». A queste parole, usate dal Mufti anche in una recente intervista a questo giornale, è seguita una campagna lanciata dalla Dar al-Ifta egiziana (l’istituzione, presieduta dal Mufti, preposta ad emettere fatwe) affinché nei mezzi di informazione la dicitura “Stato islamico” sia sostituita con “l’organizzazione terrorista Isil”. Con toni simili si è espresso il Mufti d’Arabia Saudita, il quale ha dichiarato che «l’estremismo e la violenza non hanno niente a che fare con l’Islam, che essi sono il suo primo nemico e che i musulmani le loro prime vittime».

Naturalmente è confortante sapere che molti musulmani non si riconoscono nelle idee e nelle azioni dello Stato islamico. Ma le affermazioni di una sua generica estraneità al “vero” islam rischiano di essere oggettivamente insoddisfacenti, come ha mostrato lo studioso egiziano Sherif Younis, uno dei più acuti e competenti interpreti del pensiero arabo e islamico moderno (anche se pressoché ignoto in Occidente), in due articoli pubblicati rispettivamente il 18 agosto e il 1° settembre scorsi sull’importante quotidiano egiziano Al-Ahram. Nel primo, intitolato “L’ideologia dello Stato islamico e il risveglio islamista”, Younis scrive senza reticenze e con una franchezza rara nel dibattito pubblico dei Paesi arabo-islamici che «accusare organizzazioni violente come questa [lo Stato islamico] di ignorare semplicemente l’Islam è una sorta di grave semplificazione, se non di connivenza. La realtà è che la violenza fa parte del risveglio islamista e si fonda sulla riattivazione di elementi tradizionali esistenti. Gli amplificatori giganteschi nelle moschee, soprattutto in quelle dei quartieri che ospitano una popolazione cristiana, il boicottaggio delle piccole botteghe di proprietà dei cristiani, l’accusa di empietà lanciata contro i pensatori liberali critici verso i discorsi o i libri islamisti, che implica l’invito a ucciderli, i tentativi reiterati di inserire il reato di apostasia nella legislazione egiziana e in generale i discorsi istigatori contro tutti i diversi, sia per religione che per idee, costituiscono negli anni gli elementi ideali che riconosciamo oggi nella pratica dello Stato islamico. E si sa che i metodi d’insegnamento di Al-Azhar [l’importante moschea-università del Cairo] usati nelle madrase sono pieni di idee simili. L’ideologia dello Stato islamico non è altro che il coronamento del movimento di risveglio islamista dal momento che esso applica ciò che gli altri islamisti dicono».

Ultima tappa di un lungo processo, il radicalismo di Isil va situato secondo Younis nell’ «egemonia ideologica del risveglio islamista», nata dall’incontro, nella prima metà degli anni ’60, tra gli scritti takfiristi (incentrate sul takfîr, l’accusa di empietà lanciata contro i musulmani “devianti”) di Sayyid Qutb e la gioventù universitaria egiziana. Ma se il “bombardamento ideologico” islamista ha una storia ormai quarantennale, le sue premesse sono precedenti. È il tema del secondo articolo di Younis, intitolato “Lo shaykh Muhammad ‘Abduh e il fondamentalismo”, in cui lo studioso mette in discussione una lettura consolidata del pensiero islamico moderno, individuando nella riflessione del riformista egiziano ‘Abduh (m. 1905) la radice dei problemi dell’Islam contemporaneo e non, come molti sostengono, la loro soluzione.

Secondo le interpretazioni più diffuse anche in Occidente, il movimento di riforma dell’Islam che prende avvio alla fine del XIX secolo si sviluppa in due fasi: la prima, progressiva e illuminata, inizia con ‘Abduh e culmina nel grande intellettuale liberale Taha Husayn; la seconda, regressiva e oscurantista, parte dal fondatore dei Fratelli musulmani Hasan al Banna e sfocia nell’islamismo violento. Younis contesta tale lettura collocando ‘Abduh all’origine di entrambe le traiettorie. ‘Abduh non sarebbe il responsabile diretto della nascita del fondamentalismo, ma ne avrebbe creato i presupposti teorici attraverso la combinazione di un duplice meccanismo: il superamento delle differenze (storicamente ammesse) tra le diverse scuole giuridiche sunnite a favore di un’interpretazione unitaria ed esclusiva dell’Islam e il ritorno alle origini come strada per il rinnovamento non solo religioso ma anche sociale e politico. Utilizzati da ‘Abduh in senso modernista (sono note le aperture del pensatore egiziano su temi come i diritti delle donne o l’attività economica), questi due assi avrebbero preparato il terreno alla mitizzazione e all’assolutizzazione ideologica dell’unità islamica – intesa come omogeneità – e dell’esperienza delle prime generazioni di musulmani. In questo modo lo sviluppo dell’islamismo non sarebbe solo la perversione accidentale di un percorso virtuoso inaugurato dall’islam liberale, ma l’esito necessario dell’impostazione con cui i pensatori musulmani hanno tematizzato il complesso rapporto tra islam e modernità.

Per capire, al di là degli aspetti più specialistici, i termini della questione, si può paragonare tale dibattito a quello che a partire dagli anni ’40 ebbe luogo in Italia intorno all’interpretazione del fascismo. Per Croce il fascismo era il frutto di una crisi culturale momentanea, una “parentesi” irrazionale nello sviluppo razionale della storia europea. Secondo Del Noce, che riprendeva le idee di Noventa, esso non rappresentava «un errore contro la cultura», ma un «errore della cultura», e solo questa prospettiva avrebbe impedito la nascita di nuovi fascismi.

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Siria, le europee che sposano i jihadisti. “Matrimoni via chat prima di partire”

L’ultimo caso è quello delle gemelle 16enni di origini somale partite da Manchester. L’intelligence francese ha ricevuto decine di segnalazioni di giovani che vorrebbero volare a Damasco per offrirsi ai combattenti

Siria, le europee che sposano i jihadisti. “Matrimoni via chat prima di partire”

Lasciano l’Europa per andare in Siria e sposare jihadisti che combattono contro il regime diBashar al-Assad o contro i ribelli. E spesso si sposano via videochat prima di partire, per potere viaggiare da sole senza violare la morale islamica. E’ l’”esercito” delle musulmane occidentali, che secondo una ricerca dell’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) di Londra è in aumento e continua a ricevere richieste di affiliazione. Nello studio sono citati numerosi casi di donne partite dal Regno Unito, ma anche dalla Francia, dal Belgio, dalla Svezia e dalla Serbia. Ultimo caso è quello delle gemelle 16enni di origini somale partite da Manchester e giunte in Siria per offrirsi in spose ai combattenti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil). Secondo ilDaily Mail, il loro fratello era già stato arruolato dai miliziani mentre le due ragazze sono fuggite di casa in piena notte e salite su un aereo per Istanbul. Da lì hanno poi chiamato i genitori per dire che non avevano intenzione di tornare in patria.

Si stima che siano 1.500 i cittadini britannici a combattere contro il regime di Assad. Il capo della polizia di Manchester, Peter Fahy, ha denunciato il ”lavaggio del cervello” fatto ai giovani che “stanno tentando di entrare in Siria”. In particolare, le ragazze “credono di andare là per diventare spose del jihad, lasciando a casa genitori disperati”. Tra i casi citati dal rapporto del centro inglese, quello di quattro donne britanniche, due di Portsmouth, una di Londra e una del Surrey, che sono andate in Siria per sposare jihadisti anglofoni. Tre delle donne, pur vivendo nelRegno Unito, sono originarie di paesi arabi, mentre una di loro è una britannica convertita all’Islam. Poi, secondo lo studio, ci sono altre decine di donne e ragazze in altri Paesi europei.

 

“Sono amori nati via chat o su forum online“, spiega Shiraz Maher, uno degli autori dello studio inglese. “Spesso i matrimoni sono celebrati via videochat, in modo che le donne possano viaggiare sole verso la Siria, senza violare la rigida morale islamica”. L’Icsr ha creato un database del profilo di 190 europee che nell’ultimo anno si sono unite a gruppi jihadisti: due su tre hanno preferito andare tra le fila del nascente Califfato islamico dell’Isil. Se al conto si uniscono gli uomini, “fra 2011 al 2013 dall’occidente fino a 11mila persone sono andate in Siria per combattere il governo di Assad”.

Non mancano aspiranti jihadiste anche in Francia, dove metà dei militanti che partono alla volta dei Paesi arabi è donna. Dati che arrivano dalla nuova piattaforma telefonica lanciata a fine aprile dal governo di Parigi per raccogliere segnalazioni sui “combattenti” che cercano di andare tra le fila degli eserciti islamici in Siria. Aperta da poco più di due mesi, la piattaforma ha ricevuto oltre 200 chiamate, e di queste oltre il 45% riguarderebbe donne prevalentemente di nazionalità francese.

Nelle fila dei combattenti estremisti in Siria, spiegano alcuni esperti dell’intelligence transalpina citati dal sito di Le Figaro, le donne francesi sarebbero oggi tra 100 e 150, oltre un terzo dei militanti arrivati dalla Francia. Ma rispetto alle segnalazioni, quelle di potenziali guerriglieri donne sono maggiori rispetto a quelle maschili. “I genitori di queste ragazze, in gran parte musulmaniprovenienti da zone svantaggiate, sono più attenti alle derive delle loro figlie che a quelle dei ragazzi”, spiega l’ex capo della sicurezza dei servizi segreti interni Alain Chouet al quotidiano francese. Così, per i ragazzi, che godono di “una libertà abbastanza ampia”, diventa più facile avvicinarsi agli ambienti islamici radicali e organizzare una partenza per la Siria, rispetto a quanto lo sia per le figlie femmine. Ai casi delle spose europee, secondo il quotidiano Asharq al-Awsat, devono aggiungersi quelle che ad Aleppo, secondo i ribelli, sono costrette a sposare gli jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante.

DAL SITO “OASIS”

L’Islam, la violenza, la guerra santa e il califfato: una conversazione a tre voci per rispondere alle domande più frequenti che la cronaca degli ultimi mesi suscita in modo incalzante. Dialogo con Martino Diez e Michele Brignone, a cura di Maria Laura Conte.

Marialaura Conte, Martino Diez, Michele Brignone

Che cosa sta succedendo in Iraq?

MD: In Iraq è in atto un genocidio, da parte delle milizie sunnite dello Stato islamico, ai danni delle minoranze religiose e di chiunque non si riconosca nella loro versione di Islam. La causa immediata di questo genocidio è la guerra in Siria che è cominciata nel 2011 per rovesciare Asad. Nelle file dell’opposizione siriana infatti hanno prevalso i gruppi più fondamentalisti, appoggiati anche da molti combattenti stranieri. Ma la guerra è potuta transitare dalla Siria all’Iraq con grande facilità perché questo Paese non si è mai veramente stabilizzato dopo il rovesciamento di Saddam Hussein da parte degli americani. Più in profondità, esiste nella regione una secolare rivalità tra sunniti e sciiti, due tipi diversi di Islam, che in Iraq sono numericamente quasi alla pari. E qui entrano in gioco anche gli interessi dei Paesi vicini, in particolare dell’Iran sciita e dei sunniti wahhabiti dell’Arabia Saudita, che cercano di sfruttare questa rivalità per fini politici. L’ideologia wahhabita-saudita, dal XVIII secolo in avanti, è un grave fattore di destabilizzazione, perché insegna un Islam duro e puro che si proclama come l’unico autentico.

All’inizio si definiva sui media Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), poi Isis (Stato Islamico dell’Iraq e Siria), ora IS cioè Stato Islamico: cos’è questo califfato?

MB: Il califfato è un’istituzione classica dell’Islam. Letteralmente il termine califfo (khalîfa) indica colui che succede a Maometto nella guida della comunità islamica per “salvaguardare la religione e gestire gli affari terreni”. Dopo i primi califfi, definiti i “ben guidati”, il califfato ha assunto – prima con la dinastia omayyade (661-750), e soprattutto con quella abbaside (750- 1258) – i caratteri di un impero multietnico e multi-religioso a vocazione universale. In epoca moderna, dopo l’abolizione del califfato ottomano nel 1924, califfato è diventato sinonimo di “Stato islamico”. L’organizzazione dello Stato islamico incarna nel modo più radicale il mito della costruzione di un’entità politica fondata su un’interpretazione rigorista della Legge islamica, un’entità che probabilmente non è mai esistita nei termini in cui è proposta oggi.

Che rapporto c’è tra IS e al-Qaida di Bin Laden? Quali sono le principali differenze?

MB: Lo Stato Islamico non è mai stato un affiliato di Al-Qaida anche se al momento della sua costituzione in Iraq (2006) al-Qaida ne ha sostenuto le attività. È stata la guerra in Siria a spezzare la loro alleanza, tanto che oggi sono due soggetti concorrenti. Lo Stato Islamico punta all’istituzione immediata di un’entità politica in cui si applichi la sharî’a e vengano eliminate tutte le forme di Islam che divergano dalla sua visione rigorista. I sostenitori di Al-Qaida pensano invece a un’istituzione più graduale del califfato. Inoltre, mentre Al-Qaida ha agito e agisce soprattutto a livello globale con operazioni terroristiche spettacolari anche in Occidente (tra tutte la distruzione delle torri gemelle) e la creazione di molti fronti locali, lo Stato Islamico punta invece a concentrare gli sforzi sull’istituzione di uno Stato dotato di una propria capacità di espansione.

Come si presenta IS?

MB: Lo Stato Islamico copre un territorio a cavallo tra Siria e Iraq che conta circa 4 milioni di abitanti, è sicuramente dotato di molti mezzi tecnologici ed economici, impossibili senza ingenti finanziamenti esterni. Lo dimostrano le sue capacità propagandistiche e mediatiche e le sue dotazioni militari, al momento superiori sia a quelle delle forze governative irachene che a quelle dei combattenti curdi (peshmerga). Per fare solo un esempio, ha appena conquistato una base militare siriana grazia anche all’uso di droni. L’ambizione dello Stato islamico è sicuramente la creazione di un’entità statuale territoriale stabile in grado di pesare politicamente sulla scena mediorientale e di agire sull’immaginario dei militanti jihadisti di tutto il mondo.

Chi lo ha accolto con favore e chi invece lo contesta?

MB: Lo Stato Islamico è sostenuto da una giovane generazione di jihadisti di varia provenienza. Tra i suoi detrattori vi sono invece gli ideologi jihadisti della vecchia generazione, che fanno riferimento ad Al-Qaida, gli ideologi musulmani riconducibili all’esperienza dei Fratelli Musulmani (al momento molto più concentrati sulla questione palestinese) e i musulmani che non si riconoscono in un’interpretazione radicale e violenta dell’Islam. Ma, nonostante le tante opposizioni che lo Stato islamico incontra nello stesso mondo islamico (non mancano infatti singole prese di distanza), soprattutto le autorità religiose musulmane non riescono a pronunciarsi in modo unitario.

Si richiama all’Islam, ma i suoi detrattori dicono che fa un uso strumentale dell’Islam, che non sono veri musulmani gli jihadisti che si uniscono alla lotta del Califfo. Sono o non sono musulmani?

MD: È un fatto che questi militanti si dichiarano musulmani, così si vede già nell’aggettivo “islamico” usato per definire il loro Stato. Molti altri musulmani ritengono che il loro comportamento sia un tradimento dell’autentica fede islamica. Ma le autorità religiose non possono limitarsi a dire “quelli non sono veri musulmani”: è troppo poco. Devono dissociarsi chiaramente da questi comportamenti, contrastarli e soprattutto mostrare dove e perché i miliziani di IS sbagliano. Molti in Europa si lamentano della difficoltà a orientarsi tra i vari interlocutori islamici. Un modo molto semplice per farlo è vedere che cosa dicono o non dicono sulla vicenda irachena.

Dalle notizie di cronaca si deduce che IS è fondato sull’uso sistematico della violenza in nome del vero Islam. Ma numerosi imam e fedeli musulmani in Occidente parlano dell’Islam come pace. Chi ha ragione?

MD: L’Islam non chiama alla violenza indiscriminata, ma non insegna neppure la non-violenza. Nasce come una predicazione militante, in cui il credente è chiamato a un impegno personale per attuare la volontà di Dio sulla terra, con il rischio però di sostituirsi a Lui. Sorgono infatti due questioni: la prima è se la volontà di Dio si lascia conoscere con certezza fino ai dettagli dell’organizzazione politica di uno Stato. La seconda è sul metodo: che fare con chi si oppone a questo progetto? Tutta la questione del jihad si può ricondurre all’ampiezza dell’autorizzazione all’uso della violenza: è ammessa solo per la legittima difesa o anche per attacchi offensivi? È incoraggiante che molti fedeli musulmani in Occidente e nei Paesi a maggioranza musulmana parlino dell’Islam come di una religione pacifica, ma occorre riconoscere che la questione non è risolta a livello delle fonti. Basta andare su un sito jihadista per rendersene conto.

Molti jihadisti giungono dall’estero: come si spiega questo richiamo esercitato da IS?

MB: Da molti anni ormai il jihadismo esercita un macabro fascino globale. Il combattente jihadista gode in certi ambienti di un grande prestigio, sia quando cade come “martire”, sia nella versione del reduce del jihad, che per alcuni rappresenta una forma di iniziazione all’Islam più autentico. In questo momento il prestigio di IS supera quello di altri movimenti jihadisti e sembra aver scalzato anche quello di Al-Qaida, che dopo la morte di Bin Laden si è ristrutturata su molti fronti locali ma ha perso molta incisività dal punto di vista mediatico. Naturalmente il jihad recluta più facilmente tra persone che vivono situazioni di disorientamento o disagio, non solo economico, ma anche identitario o psicologico. Tuttavia è difficile ridurre la militanza jihadista a pure categorie sociologiche. Resta la zona d’ombra del richiamo che può esercitare la violenza in sé anche sui più insospettabili, in questo caso assumendo la forma della guerra santa.

La violenza all’opera nel conflitto siro-iracheno si manifesta in forme nuove?

MD: Sì, c’è all’opera un elemento nuovo: l’assassinio esibito sui media, pensiamo al video della decapitazione del giornalista americano James Foley. La violenza è un virus molto contagioso: all’inizio si traveste di obiettivi politici (“creare uno Stato islamico”), ma più cresce, più sfugge al controllo di chi la pratica e diventa un fine in sé stesso (“uccidere per il gusto di uccidere”). L’esibizione mediatica accelera questo contagio con il pericolo di un’escalation ulteriore della violenza.

C’è chi ritiene che si tratti di un conflitto religioso e di civiltà e chi invece è convinto che la religione non abbia nulla a che vedere con questi fatti, dovuti invece a questioni geostrategiche, economiche e sociali. Dove sta la ragione?

MD: Certamente ci sono molti motivi politici ed economici che spiegano la guerra attuale in Iraq e Siria. Ma questo non deve portare a sottovalutare l’elemento religioso. Molti dicono che le guerre hanno sempre ragioni economiche, travestite da motivazioni religiose o ideologiche. Non è vero. Le motivazioni religiose sono una forza primaria, tanto quanto i fattori economici o strategici. Inoltre insistere solo sulle cause politico-sociali può portare a sottovalutare o cancellare la responsabilità morale del singolo.

IS sta perseguitando violentemente i cristiani e le altre comunità religiose: come intervenire per frenare questa violenza?

MB: Naturalmente più IS avanza più sarà difficile fermarlo. Da un lato è necessaria un’azione politica immediata che contempli anche l’uso della forza. Più il fronte internazionale a protezione delle vittime di IS sarà ampio e multilaterale, più avrà possibilità di successo non solo dal punto di vista militare ma anche della legittimità giuridica. Lo Stato Islamico segna il punto più alto della minaccia jihadista, che dispone ora di una base territoriale e di una dimensione politica effettiva. Ma allo stesso tempo potrebbe rappresentarne la crisi, perché molti musulmani ora lo contestano e ne subiscono direttamente la violenza. Sconfiggerlo sarebbe un segno di speranza per gli stessi musulmani, ma l’impresa ha una dimensione culturale ed educativa ben più importante di quella strategica e militare.

Che lezione sta impartendo la vicenda IS all’Europa e all’Occidente in generale?

MD: La vicenda dello Stato islamico insegna per l’ennesima volta agli occidentali, ma anche ad alcune potenze mediorientali, che non è possibile usare i fondamentalisti islamici per ottenere risultati politici. Gli americani ci hanno provato in Afghanistan e Libia e sono stati a un passo dal rifarlo un anno fa in Siria. Ma i fondamentalisti religiosi obbediscono a logiche proprie: l’alleanza con loro è sempre a tempo e alla lunga controproducente.

Si parla di centinaia di migliaia di profughi mediorientali che cercano di scappare dai loro Paesi ed entrare in quelli europei: come gestire questo problema? È realistico pensare che possano un giorno tornare a casa o hanno un futuro solo all’estero?

MB: Se si guarda alla storia dell’emigrazione dal Medio Oriente, è difficile pensare a un ritorno dei profughi nei territori d’origine. Perché ciò avvenga probabilmente non basterà ristabilire delle condizioni minime di sicurezza, impresa già di per sé difficile, ma occorrerà un ripensamento radicale delle istituzioni politiche ed economiche su cui si sono retti molti Paesi del Medio Oriente.

I vescovi e patriarchi orientali chiedono da tempo aiuto e interventi ai Paesi occidentali. Come stanno rispondendo? Perché la titubanza o la lentezza?

MB: Il cristiano, diceva il teologo Balthasar, si distingue anche perché è “inerme”. I cristiani sono una componente sociale e culturale fondamentale del Medio Oriente, ma non dispongono di un peso politico autonomo e sono rimasti schiacciati dalla complessa, e spietata, situazione politica della regione. Inoltre l’Europa è incastrata in una crisi che non è solo economica e sembra renderla incapace di agire. Gli Stati Uniti di Obama non brillano per le scelte di politica estera, anche se una certa titubanza è comprensibile dopo gli anni dell’ “esportiamo la democrazia”.

Stanno definitivamente sparendo i cristiani dal Medio Oriente? O si può ancora arrestare questo processo?

MD: Siamo all’ “ultima chiamata” per tutta la cristianità irachena. I cristiani sono un fattore di pluralismo in Medio Oriente. Se scompaiono, il Medio Oriente sarà più povero. E la maggiore omogeneità non ridurrà il conflitto perché, cacciati i non-musulmani e i musulmani “eretici” o tiepidi, ci sarà sempre qualcuno “più fondamentalista di me”. È una rincorsa senza fine, che rischia di annegare l’intera regione nel sangue. Papa Francesco nei suoi interventi pubblici continua a richiamare l’attenzione su questa ferita. Già adesso chiunque può lascia il Medio Oriente perché in molte regioni sta diventando impossibile vivere, anche per i musulmani.

I fatti del Medio Oriente stanno influenzando anche il modo nostro di considerare i musulmani che vivono tra noi. Come porsi per conoscerli nel modo più corretto? Trattare con un marocchino, un tunisino, un bengalese, un egiziano è la stessa cosa?

MB: I musulmani che vivono tra noi si distinguono per tanti ragioni, come l’etnia o l’origine nazionale: per esempio l’Islam vissuto in Marocco è diverso da quello asiatico o da quello mediorientale. Ma molti musulmani hanno ormai perso il legame con l’Islam del Paese o della cultura di provenienza dando vita a un “Islam globale”, secondo l’espressione dello studioso francese Olivier Roy. È difficile perciò offrire ricette per affrontare il fenomeno islamico in generale. Da un lato è sempre più necessario crescere in una conoscenza approfondita dell’Islam e delle sue molteplici forme, che fanno ormai parte, volenti o nolenti, delle nostre società; dall’altro vale per i musulmani ciò che vale per ogni uomo: la conoscenza non può prescindere dall’incontro con un’esistenza concreta.

I musulmani che vivono nelle democrazie occidentali chiedono un maggior riconoscimento della loro presenza e dei loro bisogni, come ad esempio quello di luoghi di culto adeguati (moschea, ecc.). La risposta a questa presenza va da quella più aperta (“viva il multiculturalismo, siamo diversi, ma in fondo uguali”) a quella più chiusa (“sono i musulmani che si devono adeguare, integrare e assumere i nostri costumi”). Quale la via per costruire una città accogliente ma rispettosa di tutte le sue componenti?

MB: Occorre lasciarsi provocare dalle loro richieste, che mettono in discussione modalità di gestione della sfera pubblica ormai inadeguate e quindi costringono a mettersi tutti in gioco per rigenerare la nostra vita sociale. Ma per garantire la convivenza pacifica e costruttiva tra persone diverse è necessario che tutti riconoscano che vivere insieme è di per sé un bene.

 

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  3. 19/08/2014Comunicato delle loro Beatitudini i Patriarchi d’Oriente

 

 

IL PLURALISMO RELIGIOSO ITALIANO

 NEL CONTESTO POST-MODERNO  (anno 2012)

Tentare l’avventura di una rassegna di carattere enciclopedico delle religioni ‒ e delle vie spirituali che, benché non religiose, rientrano tuttavia in una fenomenologia degli accostamenti contemporanei al sacro ‒ presenti in Italia, nell’attuale contesto postmoderno, costituisce insieme una sfida affascinante e un rischio. Il contesto, infatti, è di continua mutazione del quadro religioso, il che rende impossibile – nonostante ogni cura – una trattazione esaustiva. Alcuni dati cambiano con frequenza, letteralmente, quotidiana. Mentre siamo fin da ora grati a chi volesse segnalarci omissioni e integrazioni, siamo intenzionati a dare conto delle modifiche tramite il sito Internet del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni, che ha ideato e promosso questa iniziativa (www.cesnur.org). Questo lavoro non è un mero aggiornamento delle nostre precedenti edizioni dell’Enciclopedia delle religioni in Italia ‒ pubblicate rispettivamente nel 2001 e nel 2006 ‒, su cui pure in buona parte si basa: vuole essere piuttosto uno strumento nuovo, che sia include molto nuovo materiale, sia lo dispone in modo parzialmente diverso. Continua a legggere su:

http://www.cesnur.org/religioni_italia/introduzione_01.htm

 

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«Noi cristiani e Boko Haram»

«I fondamentalisti sono una minoranza ma fanno uso di una violenza cieca contro di noi perché ci considerano “occidentali”. A torto». Parla un religioso nigeriano.

Continua a leggere su:

http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=4766

 

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SIRIA

Qualcuno oserà boicottare anche Mussahala?

 

 (su:
  
 ”Come una rosa (di Damasco) sbocciata nel sangue e nelle macerie di un paese che potrebbe sfasciarsi, ci arriva la notizia vera di un tentativo di riconciliazione dal basso, un’ iniziativa popolare e nonviolenta iniziata addirittura a Homs – città simbolo degli scontri – ma che prevede di espandersi in altre città e villaggi. Per dire no a una guerra confessionale in Siria e no a un intervento armato esterno genere Libia (e un destino analogo). Ci stanno lavorando siriane e siriani, laici ma soprattutto appartenenti alle diverse religioni e comunità che fino al 2011 convivevano in pace. Forse sono un buon riferimento per chi dai nostri paesi vuole evitare in Siria un copione simile a quello applicato in Libia o a quello che dal 2003 tormenta l’Iraq. Il tutto avviene in un clima mediatico intossicato ai massimi livelli e che come già in passato (Libia, Iraw, Jugoslavia) vede i media mainstream  e perfino rapporti dell’Onu (fuori dalla Siria) e di organizzazioni umanitarie riferirsi a “fonti” di parte. Così, i massacri e le violenze vengono invariabilmente attribuiti a una delle due parti, accelerando la costruzione del consenso necessario a un’altra azione militare stile Libia oppure ad accentuare lo scenario di guerra per procura già in atto. Il contrario di quel che occorrerebbe per un vero negoziato di pace. Mentre l’integralismo religioso e le divisioni settarie giocano un ruolo di propulsore bellico nella tragedia siriana, ecco che altri gruppi religiosi operano per la pace.  Occorrerebbe sostenerli, in particolare in Italia, fronteggiando le dichiarazioni bellicose del ministro degli Esteri. E il coro assordante dei media. E dei “nuovi media”.
 

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TUNISIA

 

- Per una Tunisia aperta a tutti, musulmani, cristiani, ebrei ed atei, il discorso del Presidente Moncef Marzouki a Oasis (19 giugno 2012):  (per il testo clicca qui e per il video clicca qui)
- La rilevanza reciproca, il saluto di Oasis al Presidente Marzouki
- Le voci e i fermenti di una società in transizione, una breve cronaca dal Comitato

 

Di Georges Anawati..

Georges Anawati, un padre domenicano e figura di rilievo negli studi di teologia islamica (Kalam), filosofia araba e storia delle scienza islamica (in particolare la farmacia), concesse a due professori egiziani, Mahmoud Azab e Hoda Issa, una lunga intervista pochi mesi prima di morire, nel gennaio del 1994.

L’intervista, caratterizzata da una mescolanza di arabo dialettale e francese, è stata pubblicata originariamente al Cairo nel 1998 in lingua araba.

In questa intervista l’autore ripercorre le tappe del suo cammino umano e spirituale, dalla decisione di entrare nell’ordine domenicano, all’impegno scientifico e per il dialogo interreligioso, delinea i principali tratti della filosofia arabo-islamica e ripercorre cinquant’anni di vita culturale in Egitto.

Questa traduzione è preceduta da una prefazione scritta da J-J Pérennès, attuale segretario dell’IDEO (Insitut Dominicain d’Etudes Orientales) – Cairo ed è la prima in lingua occidentale.

Leggi qui la recensione di P. Maurice Borrmans.

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L’ultimo libro di padre Luciano Mazzocchi. Leggi tutta l’intervista qui

 

A CURA DI FEDERICO TAGLIAFERRI

Padre Luciano Mazzocchi è un missionario saveriano, vissuto a lungo in Giappone (1963-1982), profondo conoscitore del buddismo Zen. In seguito ha svolto vari incarichi in Italia, in particolare a Mazara del Vallo (Trapani), tra i pescatori tunisini musulmani. Nel 1995 ha fondato “La Stella del mattino”, una piccola oasi dove ascoltare il Vangelo nel silenzio Zen. Attualmente è cappellano e missionario della comunità giapponese a Milano. Autore di molti libri che indagano il rapporto tra il cristianesimo e il buddismo. 

 Cominciamo dal suo ultimo libro, “Delle onde e del mare”. Che cosa l’ha spinta a scriverlo?

Incontro molte persone che sono afflitte da sensi di colpa perché sentono dubbi proprio verso i dogmi in cui sono cresciuti, che fanno parte della loro vita. Dubitano, e nello stesso tempo non riescono a liberarsi completamente da tali principi religiosi, nello specifico cristiani. Il loro dubbio si fa cronico e il sottofondo della loro coscienza conflittuale. La mia vita ha percorso un itinerario simile al loro. Il libro si rivolge dunque alle tante persone che sentono il cristianesimo come parte di sé  ma che sono visitate da tanti dubbi. Ma il dubbio fa parte della verità! Ho pensato che la testimonianza di un missionario che conosce il buddismo per esperienza personale potesse aiutare queste persone. Molti lettori mi hanno detto di essere stati incoraggiati dalla lettura del libro che, ripeto, è un itinerario verso la verità, passo dopo passo lungo la via del dubbio. Nel libro sono confluiti tanti incontri diversi da me avuti nel corso degli anni, ricordo in particolare la convivenza a Reggio Calabria per un anno con il monaco Zen Koho Watanabe, e poi, ancora, con altri monaci per lunghi periodi. Con il monaco Zen italiano Jiso Forzani, il sodalizio dura da oltre 15 anni. Il gruppo di monaci Zen con cui ho fatto amicizia e stretto un rapporto durevole mi fu presentato in origine dalla Conferenza episcopale giapponese.

 

Chi sono e quanti sono i buddisti in Italia?

Coloro che si definiscono buddisti in Italia sono oggi circa 100-150 mila. Per un terzo circa fanno riferimento al movimento Soka Gakkai, che si può definire una pratica “di meditazione e di spada” (ora quest’ultima parola viene adoperata nel senso dell’atteggiamento dell’uomo, ma in origine si riferiva proprio all’uso delle armi). Si tratta in realtà di un tradimento del buddismo originario, così come i Testimoni di Geova lo sono del cristianesimo originario. Entrambi questi movimenti assoggettano la religione ai messaggi negativi della vita di oggi (successo, affermazione personale, ecc.). Il praticante Soka Gakkai ha una meta da raggiungere e la religione è lo strumento per farlo. Nel buddismo originario, invece, il punto centrale della dottrina è il distacco e la libertà interiore. A parte i casi suddetti, in Italia ci sono molte persone che, pur rimanendo radicate nella loro cultura o tradizione religiosa, hanno la forza di aprirsi al buddismo approdato dall’Oriente. Esempio ne sono i gruppi e i movimenti impegnati nella difesa dell’ambiente e della nonviolenza. Ho avuto modo di scorrere una lista di circa 300 di questi movimenti in Italia: sono molti di più quelli che fanno riferimento al buddismo rispetto ai gruppi cristiani! Credo di poter affermare che fra 30-40 anni il buddismo sarà di casa in Italia: bisogna vedere cosa uscirà da questo incontro…

 

Chi è attratto dal buddismo, che cosa vi trova?

La meditazione che s’insegna nel buddismo aiuta a capire che tante montature si smontano, l’acqua fangosa diventa limpida. Nel cristianesimo si vuole spiegare tutto e perfino il momento del silenzio viene introdotto prima dalla parola, anzi da molte parole. Nel buddismo, invece, tacendo e meditando ciascuno tocca dentro di sé un inizio di liberazione e di salvezza. Iniziare dal silenzio, come l’esistenza! Viene da pensare che il buddismo sia più vicino al Vangelo di tanti aspetti del cristianesimo. Ho avuto la bella sorpresa di conoscere tanti buddisti che hanno riscoperto il cristianesimo che avevano conosciuto male. Hanno conosciuto il cristianesimo accedendovi nel silenzio. Io personalmente sono stato guidato a conoscere lo Zen come via che tocca nel vivo la mia anima, da un frate domenicano giapponese, Oshida Shigeto, morto nel 2002. Padre Oshida conobbe il Vangelo di Cristo in un modo molto particolare: durante la seconda guerra mondiale conoscendo dei militari cristiani. Era un praticante assiduo della meditazione Zen, ma in guerra sentiva la meditazione e la ricerca del vuoto come infiltrata di una certa ipocrisia di fronte ai mali del mondo. Così scoprì Dio, l’oltre ogni nostra esperienza. Aveva intuito che la pace e la concentrazione della meditazione Zen non sono l’esperienza ultima, ma che oltre c’è Dio. E Dio lo intravide in Gesù che muore invocando il perdono. Il perdono di Gesù verso coloro che l’avevano messo in croce è il vuoto del vuoto, lo Zen dello Zen.

 

Come definirebbe il suo ruolo di missionario in Italia?

Bisogna intendere che cosa significa essere missionari. Uscire da casa propria è sempre un bene, s’intende: apre la mente, arricchisce le esperienze. Ma la ragione fondamentale che costituisce ogni credente missionario è il fatto che Dio è sempre più grande del cuore dell’uomo, sempre più grande della sua comprensione della fede e del suo modo di praticarla. Quindi la Chiesa è essenzialmente missionaria: testimone di una fede che supera sempre la sua testimonianza e la dimensione dei suoi dogmi. Essere cristiani da oltre 2000 anni, come è per la Chiesa italiana, non è tutto; bisogna andare oltre. I dogmi della Chiesa non “esauriscono” Dio. La fede è sempre in aggiornamento. Purtroppo, oggi manca l’ascolto, la disponibilità ad ascoltare e si preferisce testimoniare una fede che si esaurisce nella tradizione. Oggi, la sfida per la Chiesa italiana è testimoniare una fede che va oltre la cultura italiana, di cui la Chiesa si sente prima benefattrice. In questo l’approdo del buddismo in Italia è occasione di grazia. Io mi pongo in questa prospettiva nei confronti del buddismo. Noi cristiani abbiamo favorito la ricerca teologica, privilegiando la mente; il buddismo ha fatto del corpo l’ambiente dove l’uomo sperimenta la sua religiosità. Aborrisco l’idea che il cristianesimo sia perfetto: mi priverebbe del patrimonio originale e non sostitutivo del cristianesimo, che Dio ha distribuito nelle tradizioni religiose non cristiane. Sperimento che il cristianesimo ha bisogno del buddismo. Ricordo la disquisizione tra cattolici e protestanti circa le opere e la fede, ora finalmente superata riconoscendo che non ci sono le opere senza la fede o viceversa. I buddisti pensano che il cristiano sia scarso di fede, perché ritengono che nelle opere dei cristiani non ci sia gratuità e che essi compiano le opere per andare in Paradiso, quindi per calcolo. Il buddismo è distacco anche dal voler andare in Paradiso, è stare in piedi senza appoggiarsi a nulla. In questo senso, il buddismo è una vera fede. Io, missionario cristiano, insegno loro a vivere questo puro distacco immergendosi nella storia. Li invito a non entrare nell’imperturbabilità del nirvana, finché tutto passi nel Regno di Dio, nella risurrezione all’ultimo giorno. Li invito a passar di mano il nirvana a Dio, nel cui Regno il più piccolo è il più grande.  Quindi riassumerei la mia esperienza così. In primo luogo la mia storia: sono capitati dei fatti, e io ci sono finito dentro, trovandovi un terreno fertile, dove sono germogliati dei semi. In secondo luogo, vedo in tanti cristiani un interesse latente e forte verso il buddismo, che non osano lasciare emergere. In me trovano comprensione e un’indicazione di cammino. Di questo sono contento, e mi basta. Aggiungo che sono stato chiamato dal cardinale Joseph Ratzinger (all’epoca in cui era Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – ndr.) per spiegare il mio ruolo e le mie posizioni: ho ricevuto una lettera che dice che il mio tentativo può proseguire.

 

Lei ha conosciuto bene tre grandi tradizioni religiose, il cristianesimo, il buddismo e l’islam. Hanno qualcosa in comune?

Sì, hanno in comune la fede nell’Assoluto di cui fanno esperienza attraverso modalità differenti, ma concomunicanti. Esaminiamo le loro tre pratiche fondamentali. Nell’islam è l’adorazione, professione della totale sottomissione a Dio del credente, affidandosi completamente alla Provvidenza. Nel buddismo è la meditazione, il silenzio originario, incontaminato dal pensiero illusorio dell’uomo. Nel cristianesimo è l’eucaristia, la transustanziazione di Dio puro spirito e della materia del pane e del vino nel Cristo. L’Assoluto e il relativo si offrono oltre se stessi e diventano una cosa sola: la carità. Dio è carità, la materia è carità. L’eucaristia è il loro “uno” dinamico. Ciò è significato nel pane e nel vino: lavorìo dell’universo che alimenta la nostra vita, così la nostra vita si offrono alla redenzione dell’universo. È Cristo! Queste sono le tre manifestazioni dell’Assoluto: Dio nell’islam, il nirvana nel buddismo, Cristo nel cristianesimo.

 

Qual è il suo ruolo nella diocesi di Milano?

Nel 1995, fui presentato al cardinale Carlo Maria Martini da padre Marini, all’epoca superiore generale dei missionari saveriani, la congregazione a cui appartengo. All’inizio la mia sede era nell’Abbazia di Chiaravalle, vicino a Milano. Poi, dopo vari spostamenti, mi fu chiesto di assumere la responsabilità della cappellania giapponese, incarico che svolgo tuttora. È un incarico ufficiale, che mi inserisce nell’organigramma della diocesi. Risiedo a Milano in un luogo che ho cercato di trasformare in una piccola oasi dove ascoltare il Vangelo nel silenzio Zen: l’ho chiamata “La stella del mattino”. Qui si possono condividere con fratelli e sorelle il Vangelo, lo Zazen, la preghiera, il lavoro, la Parola, il silenzio. Ho inoltre in progetto l’apertura, nel prossimo autunno, di una casa a Desio (donata ai missionari saveriani) che sarà un luogo residenziale di dialogo interculturale e interreligioso, di studio e di riflessione.

  

In conclusione, come può riassumere il senso del suo impegno?

Nel libro parlo molto dell’eucaristia. È un tema centrale nella mia vita. Certo l’avevo appresa nel catechismo  ma oggi la comprendo di più: essa è Dio che diventa pane, è il pane che diventa il corpo di Dio. L’eucaristia è Cristo. Gesù si è sentito onorato diventando pane. Un invito anche per noi a diventare un pezzo di pane. La teologia mette sempre lo spirito al di sopra della materia, ma la vera casa di Dio è un pezzo di pane. In questa prospettiva cerco di trovare la liberazione sia dallo spiritualismo, sia dal materialismo, in un bel connubio di spirito e corpo.

*

 

 

 

Dal monastero di San Mosè l’Abissino, 100 km a nord di Damasco, uno sguardo a tutto campo sulla situazione siriana.

Dai confini della Siria trapelano notizie frammentarie e confuse. Come può descrivere l’attuale situazione del Paese in cui vive da trent’anni? A che punto è lo scontro?

Premetto che, accettando di rilasciare un’intervista, mi assumo una qualche responsabilità rispetto all’impegno di non agire politicamente per evitare la mia espulsione. La rinuncia a questo silenzio è dovuta alla gravità della situazione che obbliga a fare il possibile per la pacificazione, nella giustizia, del Paese. Ogni calcolo d’opportunità personale sarebbe fuori luogo. D’altronde, nelle ultime settimane, lo Stato ha scelto di lasciare uno spazio più grande alla libertà d’informazione e dunque ritengo questo mio intervento come una risposta positiva all’apertura governativa. Spero che questo gesto sia capito nella sua intenzione patriottica e solidale e come tale apprezzato nel quadro della crescita del Paese, attraverso una maggiore libertà di opinione.

La situazione resta tesa e carica di violenza. Il territorio appare diviso a macchia di leopardo tra zone in cui predomina il movimento di opposizione, tanto pacifico che più o meno violento, e quelle nelle quali lo Stato mantiene intero il controllo e addirittura è chiaramente appoggiato dalle popolazioni. Ci sono due grandi isole, Damasco e Aleppo, che restano saldamente in mano al governo centrale, ma la loro estensione si va riducendo di giorno in giorno e l’insicurezza le tocca anch’esse in profondità.

Si registrano diverse posizioni tra i cristiani? 

 C’è uno schierarsi molto esplicito per il governo di gran parte delle diverse autorità ecclesiastiche. Questa posizione tende però a lasciare il passo a una più pronunciata neutralità. Si comprendono bene, come abbiamo detto, le ragioni di chi paventa la nascita d’una repubblica islamica sunnita. Altri però insistono piuttosto sulla possibilità che la rivoluzione apra spazi alla democrazia. Comunque, è del tutto fuorviante dividere il campo semplicemente tra democratici e anti-democratici, come anche tra filo-regime e anti-regime. La realtà è più complessa. Ci sono tanti giovani, sia cristiani che musulmani, che si spendono con tutta la loro persona per favorire la nascita d’una democrazia degna di questo nome in Siria. Alcuni ritengono che quest’obiettivo possa essere raggiunto meglio e più sicuramente attraverso l’evoluzione del regime attuale. Altri invece, ugualmente impegnati per la democrazia, puntano al cambiamento subito, contro l’attuale establishment. Che le posizioni siano molto articolate l’ho percepito chiaramente quando c’è stata la questione della mia espulsione. 6600 giovani hanno aderito alla pagina Face-book «No all’espulsione di Padre Paolo». L’opposizione aderente ai Comitati di coordinazione ha promosso una “Domenica di Padre Paolo” nella quale in diverse manifestazioni in tutto il Paese si è espressa solidarietà nei miei confronti … anche da parte di gruppi di donne musulmane velate! A prescindere dall’uso politico della vicenda, è significativo che tra i giovani, che hanno preso le mie difese, tutti impegnati per la democrazia, si contavano sia filo-governativi che filo-rivoluzionari, ed erano tanto musulmani che cristiani.

E a proposito del decreto d’espulsione, com’è la Sua situazione?

 Si tratta d’una vecchia storia nella quale interagiscono questioni interne alla Chiesa locale, con ricadute politiche, e questioni direttamente collegabili con i vent’anni di lavoro culturale per l’emergenza della società civile, il dialogo interreligioso e la maturazione democratica che hanno caratterizzato la nostra azione in loco. Già nel febbraio del 2010 il Parco naturale del Monastero fu soppresso e tutte le attività sospese compresi i convegni di dialogo interreligioso. Nel marzo 2011, come si è saputo a livello internazionale e, in modo indipendente dal movimento di opposizione in Siria, fu bloccato il mio permesso di soggiorno. In pratica, se avessi lasciato la Siria, non sarei più potuto tornare. Poi in novembre è arrivato il decreto d’espulsione, che però non è stato applicato ed è attualmente congelato, anche per effetto d’una vasta e multiforme mobilitazione, soprattutto di giovani, in mia difesa. A prescindere dal mio caso personale, questa storia manifesta la qualità della società siriana che ha reagito in difesa d’un simbolo di armonia interreligiosa e di riconciliazione civile.
Sento il dovere di proporre un intervento non violento di pacificazione, arabo e internazionale, con partecipazione di volontari locali. Non capisco infatti perché Gandhi non possa essere d’ispirazione per risolvere il conflitto siriano in corso. Chiedo che si formi un corpo di 50.000 “accompagnatori” non violenti, disarmati, provenienti da tutto il mondo. Dico “accompagnatori” e non osservatori perché questi ultimi sono percepiti da molti in Siria come le avanguardie delle invasioni armate e come dei censori mossi da inimicizia. Anche la parola “internazionale” puzza in Siria di complotto e provoca reazioni negative. Dovrebbero essere invitati dalla Siria stessa, su proposta ONU, degli accompagnatori esponenti della Croce e Mezzaluna Rosse, degli scout, di Sant’Egidio, della Non Violente Peace Force, insomma di esponenti della società civile planetaria, al fine d’aiutare la maturazione democratica della Siria. Non c’è bisogno di forze armate internazionali che si percepiscono qui come forze d’occupazione golpiste, mosse da interesse economico e strategico. La violenza criminale può e dev’essere contrastata dalla polizia dello Stato in cooperazione con la popolazione locale e con il controllo della stampa libera e degli “accompagnatori”.

LEGGI TUTTA L’INTERVISTA  QUI

 

“CHIESE ORIENTALI, SACRAMENTO DI BUON VICINATO”

… … …

Se per quattordici secoli la realtà di contiguità tra Islam di popolo e cristianesimo di popolo ha garantito la convivenza ed è stata storia di tutti i giorni, ora dunque questa tradizione è a rischio.

Sì, è così. Non può più rimanere semplicemente un Islam di popolo e un cristianesimo di popolo. Entrambi devono diventare un Islam e un cristianesimo coscienti, capaci di sviluppare la propria autocoscienza teorica perché devono resistere ai due estremi: alla deriva, che Lei ha chiamato ideologica, fondamentalista, jihadista, e alle tentazioni dell’uso della violenza che rispondono al sentimento di umiliazione, di corruzione e di deriva autoritaria tipica dei regimi.

In passato questo pericolo e questo bisogno non c’erano o non erano così forti come lo sono oggi?

C’erano altri pericoli. In Siria veniamo dal colonialismo, l’impero ottomano… La cultura delle società sul piano locale restava un po’ impermeabile alle grandi questioni. Come da noi in Italia nell’Ottocento: Savoia, Garibaldi ma poi la gente rimaneva quella che era, la società profonda non era molto intaccata dalle tempeste di superficie. Oggi non si può più ragionare così. L’Islam radicato sul territorio, rurale o urbano che sia, è in piena tempesta perché gli eventi agiscono – anche a causa dei mass media – fino in profondità. E accelerano i processi, li accentuano. Senza una reazione fortemente cosciente è chiaro che il peso di questa zavorra tradizionale, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, si annullerà e diventeremo prede di movimenti rapidi, frettolosi, superficiali e poveri sul piano culturale. Se lo scatto di consapevolezza non c’è, scatta la consapevolezza jihadista oppure…

… oppure la dimenticanza, l’oblio..?

No, piuttosto la mitizzazione del passato per farne un’ideologia, come Lei dice, o un programma fondamentalista oppure una base mitologica per le aggregazioni di potere…

Una specie di nostalgia ai fini dell’egemonia… Sullo sfondo che ha delineato, come stiamo quanto a libertà religiosa in Siria, per la sua esperienza?

Nella misura in cui i movimenti islamici vittimisti si impongono (quelli che sostengono la teoria dell’Islam perennemente under attack), ciò giustifica molte reazioni, anche le più eccessive. Faccio un esempio: mi è stato di fatto rifiutato il visto per recarmi in Algeria, pellegrino sulle tracce di padre Charles de Foucauld, perché sono un religioso cattolico. Qui vedo evidente una saldatura tra potere cosiddetto moderato e deriva fondamentalista. In nome di che? Della pace sociale che deve farsi carico del sentimento islamico dell’essere sotto attacco, compreso l’attacco proselitista. E quindi, per mantenersi, i poteri moderati cedono agli istinti fondamentalisti. La Siria è abbastanza indenne da questo, però sul territorio si possono manifestare saldature tra le paure provocate dai movimenti islamisti, l’attrazione che essi possono esercitare e la possibilità che il potere voglia strumentalizzarli o strumentalizzarne la repressione a seconda delle situazioni, delle regioni, dei contesti.

 

Anche da qui si esce con una tutela della tradizione, ma rielaborata e riacquisita con un passaggio teoretico di cui diceva…

… e che fallirà se fallisce il dialogo interreligioso sia in Europa che nel sud del Mediterraneo e nel sud del mondo (Nigeria, Ciad, Sudan e via discorrendo). Bisogna immettere nel complesso conflittuale odierno dei capitali di speranza. Bisogna riuscire ad attivare valanghe, effetti-domino. Si tratta di operare in una logica di giustizia e di buon vicinato globali…

Avremo il futuro

 che avremo saputo sognare.

 

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO QUI:

 http://www.oasiscenter.eu/node/3773

 

FONTE:  Paolo Dall’Oglio, Chiese Orientali, Sacramento di Buon Vicinato , «Oasis» [on-line], 9 | Luglio 2009, on line il 28 Luglio 2009 consultato il 12 Febbraio 2012. ISSN 1258-9700

 

 

 

 

 

Secondo Wikipedia, da quando i giovani, come nei suddetti paesi, hanno iniziato a scendere in piazza contro il governo, reo di violarne i diritti, sono morti trucidati dall’esercito del presidente più di 600 civili. Altre centinaia sono rimasti feriti. Ed almeno 8000 sono stati arrestati per la colpa di aver osato esprimere pubblicamente il proprio dissenso. Solo ieri ci sono stati rastrellamenti casa per casa di 300 persone ed oggi la tensione sta salendo alle stelle per la giornata della sfida. Tuttavia, la Siria non ci minaccia con i suoi immigrati. La Siria non ha abbastanza petrolio per ambire alla prima pagina dei giornali. La Siria è un paese con una insufficiente democrazia ma finora i morti sono troppo pochi.

Forse per questa ragione per tanti, molti di più di quelli che si possa immaginare, la Siria non esiste?

Commento: “La maggioranza dei Siriana è terrorizzata all’idea che Assad cada. La fine del suo governo significherebbe la fine dei delicatissimi equilibri che permettono alla Siria di esistere. Sanno che senza dittatura militare il paese sprofonderebbe in una guerra civile. Ci sono troppi gruppi etnici e troppe minoranze religiose che altrimenti non potrebbero convivere assieme. Lo sanno i Siriani e lo sanno le potenze occidentali (e Israele, il Libano, la Turchia, l’Arabia Saudita, l’Iran…). Una guerra civile in Siria significherebbe una destablizzazione dell’interno scacchiere Mediorientale;  nell’agosto-settembre 2005 ci fu una violenta rivolta nella parte nord-occidentale del Paese: i morti furono migliaia ed in una sola notte svanirono nel nulla 5000 persone. Nessuno, fuori dalla Siria, ha mai saputo tutto questo. La cosa dovrebbe farci riflettere” …  Marta A.

FONTE: http://alessandroghebreigziabiher.blogspot.com/2011/05/siria-news-di-morti-invisibili-agli.html

 

APPROFONDIMENTI  DA   “ASIANEWS”

07/02/2012 SIRIA – UE
Gregorio III Laham: Appello all’Europa per un compromesso in Siria
di Fady Noun
Il patriarca melchita di Antiochia, di tutto l’Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme teme che il suo Paese sia diventato ostaggio di un gioco di influenze fra Stati Uniti e Russia, e chiede all’Europa del “mare nostrum” di assumere l’iniziativa che possa evitare il flagello della guerra civile.

07/02/2012 SIRIA
Serghey Lavrov a Damasco per “ammorbidire” Assad. A Homs continua la battaglia
Dopo il veto di Russia e Cina del 4 febbraio si intensificano le iniziative diplomatiche per risolvere la crisi. Obama dichiara che non ci sarà un intervento stile Libia. Belgio, Gran Bretagna e Usa chiudono le ambasciate a Damasco.

03/08/2011 SIRIA
Rivolta in Siria: le violenze non fermano il popolo assetato di libertà e dignità
di Samir Khalil Samir
09/01/2012 SIRIA
Una religiosa denuncia: In Siria, la guerra delle bugie
di Fady Noun
26/10/2011 SIRIA
La Lega Araba in Siria: “mission impossible”
di JPG
14/11/2011 SIRIA
Damasco: summit di emergenza e concessioni per evitare la sospensione dalla Lega araba
30/12/2011 SIRIA
Siria: proteste contro il capo degli osservatori implicato nel genocidio in Darfur

 

 

 

PADRE PAOLO DALL’OGLIO

 Padre Paolo dall’Oglio, monaco italiano, da 30 anni in Siria, fondatore della comunità monastica di Mar Musa  e da mesi impegnato negli sforzi di riconciliazione interna, deve essere espulso dal Paese. Lo hanno deciso le autorità di Damasco, secondo notizie confermate all’Ansa dallo stesso padre gesuita.    «La decisione riguardo alla mia persona è stata già presa ed è stata comunicata dal ministero degli esteri (siriano) al mio vescovo», ha detto padre Paolo, raggiunto telefonicamente nel convento di Mar Musa, nella regione desertica di Nebek a circa 80 km a nord di Damasco. «Già nei giorni scorsi mi era stata comunicata la decisione» ha affermato il 57enne monaco nato a Roma «ma vi è ora stata una fuga di notizie di cui non sono responsabile e che mi rammarica molto perché toglie spazio alla mediazione».

IN PRIMA LINEA DA 30 ANNI. Nei mesi scorsi, padre Paolo, dai primi anni ’80 in Siria e autore della rinascita dell’antico monastero di San Mosé l’Abissino, si era fatto promotore di un tentativo di mediazione nella difficile situazione nel Paese scosso da otto mesi e mezzo da proteste anti-regime e dalla conseguente repressione. Nel suo testo, proponeva l’approdo a un sistema politico democratico basato sul consenso tra le varie comunità confessionali, etniche, ideologiche e sociali della Siria.
«Bisogna evitare il bagno di sangue», ha aggiunto, affermando che i prossimi mesi potranno vedere un inasprirsi delle violenze rispetto a quanto avvenuto sin d’ora. Un bilancio datato dell’Onu stima in oltre 3.500 il numero di siriani uccisi dal 15 marzo ai primi di novembre. Nonostante la decisione delle autorità di Damasco nei confronti di padre Paolo sia stata già presa, il monaco gesuita non si è arreso e, in cambio della sua permanenza in Siria, ha deciso di proporre, «tramite il vescovo, di interrompere la mia attività di partecipazione alla discussione politica. Perché i miei doveri ecclesiali sono più importanti, ma anche perché  evidentemente non è apprezzata».

FONTE: http://www.lettera43.it/attualita/32503/siria-espulsione-per-padre-paolo.htm

 

Dal sito di OASIS:  Chi è P. Paolo Dall’Oglio

 

 

  • 1

    • Lammas - Christian
    • Fast in honor of Holy Mother of Lord Jesus - Orthodox Christian
    • Ramadan begins * ** - Islam
  • 6

    • Transfiguration of the Lord - Orthodox Christian
  • 9

    • Tisha B'Av * - Jewish
  • 13

    • Raksha Bandhan ** - Hindu
  • 13-15 **

    • Obon - Shinto
  • 15

    • Assumption of Blessed Virgin Mary - Catholic Christian
    • Dormition of the Theotokos - Orthodox Christian
  • 22

    • Krisha Janmashtami ** - Hindu
  • 26

    • Lailat al Kadr * ** - Islam
  • 29

    • Beheading of John the Baptist - Christian
  • 31-September 2

    • Eid al Fitr * ** - Islam

*

*

Auguriamo alle amiche ed agli amici musulmani
un Ramadan 1432 ricco di benedizioni.

Esprimiamo la vicinanza spirituale
nell’armonia delle preghiere
i ogni tradizione religiosa.

Invochiamo il coraggio
di superare le diffidenze reciproche
e lavorare insieme per giustizia e pace

RELIGIONS FOR PEACE

Monsignor Celata in un messaggio rivolto ai musulmani per l’inizio del mese di digiuno:
“Assicuriamo la nostra vicinanza spirituale”

di Redazione Vatican Insider, 1/08/2011
 

In occasione dell’inizio del Ramadan, il mese di digiuno dei musulmani, Monsignor Pier Luigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ha rivolto loro un augurio: “Ai nostri fratelli musulmani assicuriamo anzitutto la nostra vicinanza spirituale, formulando l’augurio che essi possano realizzare tutto quello che il loro cuore di credenti in Dio desidera per se stessi e per tutti gli uomini, come una maggiore attenzione ai poveri e agli emarginati, una maggiore solidarietà, il rispetto per la vita di tutti e la pace”.

“I cristiani – ha detto l’arcivescovo ai microfoni della Radio Vaticana – sono chiamati in particolare, in questo periodo, ad essere testimoni diquella premura per l’uomo, per ogni uomo e per ogni donna, di cui li fa capaci Gesù, morto e risorto per tutti. Quindi è naturale la loro attesa che le nuove strutture istituzionali previste in alcuni Paesi siano espressione di un autentico rispetto per la dignità di ogni persona e dei suoi diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto a un’effettiva libertà religiosa”.

leggi qui

*
Condividiamo il dolore di tutto il popolo Norvegese


*
ci uniamo alla sua preghiera
*

e torniamo ad affermare con forza e nella Pace:
*

Non uccidere!
*
non uccidere in nome di Dio

 

Per liberare il campo da molte interpretazioni equivoche che sono state fornite in questi giorni da parte dei mass-media, della religione professata dall'attentatore proponiamo un profilo  descritto da Massimo Introvigne, direttore del CESNUR,  sulla base degli stessi scritti pubblicati in internet  dal  32enne, Anders Behring Breivik, definito  in maniera non totalmente corretta un  cristiano fondamentalista con simpatie di estrema destra, iscritto a una loggia massonica e con avversione per l’islam e la società multiculturale.

 

Chi sono i fondamentalisti cristiani?
 

Breivik può essere definito un fondamentalista cristiano?
In cosa crede Breivik?
 


Riportiamo alcuni passi:

" Proprio pochi giorni prima dell’attentato di Oslo l’Osservatorio sull’Intolleranza e la Discriminazione contro i Cristiani di Vienna aveva inviato ai responsabili del progetto RELIGARE, un’indagine sull’Europa multireligiosa finanziata dalla Commissione Europea, un corposo memorandum sui pericoli di un uso del termine «fondamentalismo» che diventa strumento di discriminazione anticristiana. (…)

     L’espressione «cristiano fondamentalista», beninteso, ha un significato preciso. Risale alla pubblicazione negli Stati Uniti tra il 1910 e il 1915degli opuscoli The Fundamentals, una critica militante delle teologie protestanti liberali, del metodo storico-critico nell’interpretazione della Bibbia e dell’evoluzionismo biologico. Un fondamentalista è un protestante – di solito, tra l’altro, molto anti-cattolico – che insiste sull’interpretazione letterale e tradizionale della Bibbia, rifiutando qualunque approccio ermeneutico che tenga conto delle scienze umane moderne, e da questa interpretazione deduce principi teologici e morali ultra-conservatori.

Anders Behring Breivik non è un fondamentalista. Possiamo sapere parecchie cose delle sue idee dal suo profilo su Facebook – cancellato, ma non prima che qualcuno lo avesse salvato e messo online –, da oltre sessanta pagine d’interventi sul sito anti-islamico norvegese document.no, disponibili anche in lingua inglese e soprattutto dal suo libro di 1.500 pagine 2083 – Una dichiarazione d’indipendenza europea, firmato «Andrew Berwick», mandato a una serie di amici e di giornali il 22 luglio, a poche ore dalla strage, e postato su Internet il 23 luglio da Kevin Slaughter, un ministro ordinato nella Chiesa di Satana fondata in California da Anton Szandor LaVey (1930-1997), che ha oggi nel mondo il numero maggiore di adepti in Scandinavia.

Già dalla sua pagina di Facebook, emerge come un interesse principale di Breivik sia costituito dalla massoneria. Chi visitava il profilo di Breivik su Facebook era colpito da una fotografia che lo rappresenta con tanto di grembiulino massonico come un membro di una loggia di San Giovanni, cioè di una delle logge che amministrano i primi tre gradi nell’Ordine Norvegese dei Massoni, la massoneria regolare della Norvegia. Breivik fa parte della Søilene, una delle logge di San Giovanni di Oslo di questo Ordine, che naturalmente non ha di per sé niente a che fare con l’attentato. Queste logge praticano il cosiddetto rito svedese, che richiede ai membri la fede cristiana. Ma nessun fondamentalista protestante diffonderebbe sue fotografie in tenuta massonica: il fondamentalismo, al contrario, è fortemente ostile alla massoneria. Né si tratta di un interesse del passato: la fotografia è stata postata nel 2011 e ancora nel 2009 su document.no Breivik proponeva una raccolta di fondi «nella mia loggia».

L’interesse principale di Breivik non è la religione, ma la lotta all’islam che rischia, a suo dire, di sommergere l’Europa – e tanto più un Paese piccolo come la Norvegia – con l’immigrazione. Queste idee non sono, naturalmente, particolarmente originali – e alcuni degli autori che Breivik cita, e di cui propone nel libro 2083 una sorta di lunga antologia, sono del tutto rispettabili –, ma la tesi è declinata con toni che talora diventano razzisti e paranoici.

Lo scopo primo di Breivik è fermare l’islam – di qui la sua avversione per il governo norvegese, percepito come favorevole a un’indiscriminata immigrazione islamica –, e per questo cerca alleati dovunque. Racconta di avere scelto volontariamente di essere battezzato e cresimato nella Chiesa Luterana norvegese a quindici anni – la famiglia, ricca e agnostica, gli aveva lasciato libera scelta – ma  di essersi convinto che le comunità protestanti sono ormai morte e hanno ceduto alle ideologie multiculturaliste e filo-islamiche. In un primo momento, scrive, i protestanti dovrebbero confluire nella Chiesa Cattolica. Ma anche la Chiesa Cattolica si è ormai venduta all’islam quando l’attuale Pontefice ha deciso di continuare il dialogo interreligioso con i musulmani.

Breivik minaccia Benedetto XVI, scrivendo che «ha abbandonato il cristianesimo e i cristiani europei e dev’essere considerato un Papa codardo, incompetente, corrotto e illegittimo». Una volta eliminati i protestanti e il Papa, potrà essere organizzato un «Grande Congresso Cristiano Europeo» da cui nascerà una «Chiesa Europea» completamente nuova, identitaria e anti-islamica.


PER LEGGERE TUTTO L'ARTICOLO 
SUL SITO DEL CESNUR
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 libro del mese

 

Nel nuovo volume l'autore ci invita a rileggere alcuni grandi pensatori del Novecento - Hannah Arendt, Vasilij Grossman, Etty Hillesum, Hans Jonas, Varlam Shalamov, Itsván Bibó, Jan Patocka, Václav Havel – che si sono interrogati sul bene possibile nelle situazioni estreme, e indaga il significato dei termini   "responsabilità", "dignità", "verità", "giudizio", "perdono", "conciliazione", cercando di individuare quale sia stata la molla che ha spinto i protagonisti a gesti di bontà apparentemente insensata. La speranza è che questo esercizio della memoria possa dare l’avvio a una sorta di staffetta della responsabilità morale che si tramandi di generazione in generazione.
 

Il termine Giusto è tratto dal passo del Talmud che afferma:
"chi salva una vita salva il mondo intero".
 

“Giusti tra le nazioni” (Righteous Among the Nations, in ebraico:  Chasidei Umot HaOlam) sono considerati   i non-ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista, dalla Shoah. Sono oltre 20.000 i Giusti nel mondo e 417 gli italiani che hanno ricevuto sinora tale riconoscimento.

“Ad ogni Giusto tra le nazioni viene dedicata la piantumazione di un albero,
poiché tale pratica nella tradizione ebraica
indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara. 
 
  Il Giardino dei Giusti di Gerusalemme è sorto nel 1962 presso il Museo di Yad Vashem, il luogo della memoria della Shoah, in applicazione del punto 9 della sua legge istitutiva, approvata dal parlamento israeliano nel 1953, che recita: "Con la presente legge è istituita la fondazione Yad Vashem a Gerusalemme, per commemorare (…) i giusti tra le nazioni, che hanno rischiato la loro vita per aiutare degli ebrei."  Nel 1963 viene istituita la Commissione dei Giusti per scegliere le persone a cui assegnare l'onorificenza e dedicare l'albero. Nella sua attività la Commissione ha nominato circa ventimila giusti. Il primo presidente della Commissione è stato Moshe Landau, il famoso presidente del Tribunale che ha condannato a morte Adolf Eichmann nel 1961. Nel 1970 gli è subentrato Moshe Bejski, che ha tenuto la presidenza fino al 1995, segnando il lavoro della commissione con un'interpretazione aperta e complessa della legge del '53. (da Wikipedia)

 

I GIUSTI ITALIANI

Le figure simbolo della solidarietà del popolo italiano agli ebrei sono il questore di Fiume Giovanni Palatucci e il diplomatico Giorgio Perlasca (poi riconosciuti come Giusti dallo Stato israeliano). Va ricordato anche l'eroismo del paese di Nonantola (Modena).  

Buona parte di coloro che salvarono gli ebrei in Italia durante l’occupazione tedesca furono uomini e donne appartenenti alla Chiesa, e non solo quella cattolica. Susan Zuccotti cita i casi di padre Maria Benedetto a Roma; di molti parroci come don Francesco Repetto e don Carlo Salvi a Genova; don Enzo Boni Baldoni a Quara, nel reggiano; don Leto Casini e padre Cipriano Ricotti a Firenze; don Angelo Dalla Torre e Giuseppe Simioni a Treviso;  monsignor Giacomo Meneghello di Firenze, monsignor Vincenzo Barale di Torino o Giuseppe Sala di Milano. Nel '43-44 Mons. Angelo Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII) aiutò migliaia di ebrei a salvarsi quando era nunzio ad Istanbul. Il pastore avventista Daniele Cupertino prestò assistenza a molti ebrei a Roma.

Pio XII, il Papa Giusto, di David G. Dalin (rabbino di New York). Un’accurata documentazione in difesa di papa Pacelli. Cinquant’anni di apprezzamenti da parte di ebrei di tutto il mondo e la richiesta che venga riconosciuto come “giusto”.

Tra il '43 e il '45, secondo i calcoli di Michele Sarfatti, gli ebrei perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città, grazie all'aiuto di tanti italiani che opposero una "resistenza non armata" alla barbarie tedesca e fascista.  (portale dei siti di storia italiana) 

             
          Comitato per la foresta dei giusti:

http://www.gariwo.net/
 

 

Occorre una precisazione: questo titolo non intende affermare che il Natale sia festeggiato dai musulmani. Il natale è una festa cristiana. Con questo titolo intendiamo dire che i cristiani che vivono in questa comunità possono festeggiare  il Natale nel rispetto e senza il biasimo dei musulmani che vivono con loro. Allo stesso modo i musulmani  vivono le loro feste (come il capodanno islamico, quando si commemora l'egira o il giorno della ricorrenza del sacrificio di Abramo) senza il biasimo ma nel rispetto dei cristiani che vivono con loro al monastero.
Questo è fonte di PACE, conoscenza reciproca quindi arricchimento reciproco nella diversità religiosa.

 


 

Il luogo del mese 
 


 


  Il Monastero di  Deir Mar Musa
è una comunità monastica immersa nel deserto
sorta nel monastero ristrutturato di San Mosè l’Abissino,
sulla montagna ad Est di Nebek in Siria

Nata grazie all’opera del padre gesuita Paolo Dall’Oglio, che negli ultimi anni ha iniziato il dialogo islamo-cristiano vivendo in mezzo ai mussulmani, utilizzando la lingua araba come lingua ufficiale della sua comunità.
Mar Musa è oggi luogo di accoglienza e di apertura.

Qui, uomini e donne ritrovano l’esperienza millenaria del deserto: privazione, silenzio, lavoro e preghiera. Paolo Dall’Oglio (Roma, 1954) rivela fin da ragazzo uno spirito rivoluzionario. Militante di sinistra dalle idee brillanti ma studente mediocre, va a lavorare in un cantiere di Fiumicino, dove ripara barche e dove scopre la solidarietà operaia. Dopo la laurea, comincia a maturare la sua conversione e vocazione: nel 1975 entra nella Compagnia di Gesù. Nel 1982, da una vecchia guida turistica della Siria, viene a conoscenza dell’esistenza di Mar Musa, monastero abbandonato da molto tempo. Comprende che lì è diretta la sua missione e decide di far risorgere il monastero fondandovi una comunità dove il dialogo tra cristiani e musulmani è quotidianamente e concretamente vissuto!

  
Questo ha portato a sviluppare una  biblioteca specializzata, che potrà servire nel futuro ad operatori e a formatori nel campo del dialogo. La biblioteca non sviluppa solo gli ambiti classici delle scienze religiose, tanto cristiane che musulmane, ma anche le "discipline ponte", impegnate nell'intelligenza del fenomeno religioso, come l'antropologia, la filosofia la psicologia, la sociologia, ecc.

 

Un'attenzione particolare è rivolta allo studio del pensiero del grande islamologo cristiano Louis Massignon, le cui impegnate riflessioni e l'esempio di vita sono fonte di costante ispirazione per la comunità del monastero.

Il programma futuro del monastero prevede l'organizzazione di  seminari di studio e scambio d'esperienze nel campo dell'armonia interculturale ed interreligiosa, tanto sul piano locale che quello internazionale.

Per saperne di più:

Sito ufficiale del monastero

Deir Mar Musa su Youtube


  Nel recente libro: LA SPOSA DI DAMASCO, la protagonista, Stephanie, ventisettenne americana, parte per Damasco nel tentativo di dimenticare una delusione d’amore.  Le voci dei venditori di strada, l’odore delle spezie, la chiamata alla preghiera dei muezzin, i veli colorati che danzano al vento: Damasco svela tutta la sua struggente bellezza, mentre nell’aria risuonano le sure del Corano e i versi dei grandi poeti arabi. Presto però il passato ritorna, con tutto il peso della solitudine, e Stephanie si accorge che non può continuare a fuggire. Andrà nel deserto e salirà fino al monastero di Mar Musa al-Habashi per affrontare se stessa e i suoi fantasmi, e ritrovare la fede. Lassù, lontano dal mondo, anche l’amore finalmente la raggiungerà…

Sul  blog dell'amica Afnan    la recensione del libro:  qui

 

Convegno Internazionale

Gerusalemme, 6-7 dicembre 2010

Pontificio Istituto Notre Dame of Jerusalem Center     Sito web

 

     Programma

lunedì 6 dicembre

9:30     Saluto del Sottosegretario del PCC, Mons. Melchor Sánchez de Toca

9:45     Saluto del Rettore dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Prof. P. Pedro Barrajón, LC.

10:00   Quadro di insieme – introduzione ai lavori, Prof. Carmelo Pandolfi

Prima tavola rotonda

11:15   Il vissuto medievale: una reale dimensione interreligiosa, Prof. Guido Traversa.

11:45   Fede e ragione tra cultura cristiana e mondo ebraico: idee, istituzioni e circuiti fra XI e XIII secolo, Prof.ssa Renata Salvarani

12:15   Between ecstasy and reason: Muslim philosophy and its influence in Raimundus Lullus, Prof.  Andreu Rocha Scarpetta

Seconda tavola rotonda

15:30   Andrea di San Vittore e l’interpretazione della Bibbia, Prof. Graziano Perillo

16:00   San Tommaso d'Aquino e Maimonide: la riflessione nei confronti dei dati della fede,
Prof. P. Giovanni Boer, I.C.M.S.

16:30   L’influsso di Avicenna ed Averroè nella metafisica di Tommaso d’Aquino: Prof. P. Rafael Pascual, LC.

17:30   Discussione

19:00   Conclusioni della prima giornata

 

martedì 7 dicembre

10:00   Interventi dei professori dell’Università Ebraica di Gerusalemme

15:30   Interventi dei professori dell’Università Al-Quds

17:00   Panel conclusivo – presentazione pubblica: Il rapporto fede-ragione nella cultura ebraica-cristiana-islamica medievale. Bilancio e prospettive


"Notre Dame of Gerusalem"  center

    

7° Colloquio cattolico-islamico a Teheran

L’incontro si è svolto nella capitale iraniana dal 9 all’11 novembre presso il Centro per il Dialogo Interreligioso dell' “Islamic Culture and Relations Organisation”, sotto la presidenza congiunta del dott. Mohammad Baqer Khorramshad, presidente dell’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche, e del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

“La religione – si afferma – ha un’intrinseca dimensione sociale che lo Stato ha l’obbligo di rispettare; perciò, anche nell’interesse della società, la religione non può essere confinata nella sfera privata”.

“I credenti – continua il comunicato – sono chiamati a cooperare alla ricerca del bene comune, sulla base di una solida relazione tra fede e ragione”. In questo contesto “è necessario che cristiani e musulmani, come pure tutti i credenti e le persone di buona volontà, cooperino nel rispondere alle sfide odierne promovendo i valori morali, la giustizia, la pace, e difendendo la famiglia, l’ambiente e le risorse naturali”. 

  qui
 

 

1/4 Novembre 2010: Incontro cristiano-islamico a Ginevra. La religione non è causa di conflitti

E’ uno dei passaggi più forti del lungo comunicato finale che è stato presentato il 5 novembre alla stampa a Ginevra, al termine della consultazione internazionale cristiano-islamica promossa dal Consiglio Ecumenico delle Chiese alla quale hanno partecipato 64 cristiani e musulmani, quest’ultimi legati alla “World Islamic Call Society” (Wics), al “Royal Aal al Bayt Institute” e al consorzio “A Common Word”. Tra le decisioni operative emerse in questi giorni di discussione, musulmani e cristiani suggeriscono “la formazione di un gruppo di lavoro congiunto che può essere mobilitato nel caso in cui sorge una crisi di conflitto nella quale sono coinvolti cristiani e musulmani”.

 qui

 

 

9 Novembre. A Budapest Conferenza delle Chiese europee sulla lotta alla povertà



A Budapest una consultazione internazionale delle Chiese cristiane d’Europa sulla lotta alla povertà. L’incontro è promosso dalla Conferenza delle Chiese Europee (Kek) e dal Consiglio Ecumenico delle Chiese (Wcc), in collaborazione con le chiese in Ungheria. Gli ottanta partecipanti provenienti da 32 Paesi europei, con ospiti da tutto il mondo, stanno riflettendo sul tema "Povertà, ricchezza ed ecologia in Europa". “Vi è un ruolo attivo – ha detto il metropolita – che le Chiese devono svolgere per rispondere alle sfide poste dalla società in cui viviamo”, promuovendo “un nuovo stile di vita che sappia sostenere le pressioni dell'economia e del consumismo” sulla base di “un’etica della responsabilità”.

 qui

 

 

Irrinunciabile l'impegno per l'unità dei cristiani: così mons. Koch alla plenaria per i 50 anni del dicastero per l'ecumenismo.



La Chiesa cattolica è impegnata “in modo irreversibile a percorrere la via della ricerca ecumenica”: è quanto affermato, ieri pomeriggio, da mons. Kurt Koch all’apertura della Plenaria del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, che celebra 50 anni di fondazione. Il presidente del dicastero ha ripercorso la storia del dialogo ecumenico dal Concilio Vaticano II in poi, auspicando che i cristiani possano essere uniti nel testimoniare il Vangelo nel mondo di oggi.

Benedetto XVI ha ricevuto l’arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana, Rowan Williams  e il metropolita ortodosso di Pergamo, Ioannis (Zizioulas), che hanno partecipato a Roma all’Atto commemorativo pubblico per i 50 anni del dicastero vaticano per l’unità dei cristiani. Philippa Hitchen ha incontrato nell’occasione l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams chiedendogli quali frutti ecumenici abbia prodotto il viaggio di Benedetto XVI nel Regno Unito.

  qui      e   qui

 

 


"PERCORSI COMUNI PER LA FRATERNITA',
MUSULMANI E CRISTIANI IN DIALOGO"

 

La cittadella di Loppiano (FI) il 31 Ottobre 2010 si è trasformata nella capitale del dialogo intereligioso tra Musulmani e Cristiani. Il dialogo, quello vero, che parte dalla vita, dal rapporto personale tra persone che vogliono essere innanzitutto amici. Rapporti che la vita quotidiana passa al vaglio nello sforzo di conoscersi oltre le diversità. Impegno autentico e che perciò non di rado, sanguina anche. Ma il desiderio di riconoscersi compagni di viaggio verso la costruzione di una fratellanza universale, è più forte delle differenze che pure esistono.

 

Una giornata nazionale promossa da Movimento dei Focolari e Comunità Islamiche d’Italia “per mostrare la possibile convivenza e integrazione, in risposta all’intolleranza e difesa radicalizzata delle identità, che percorrono le nostre città.” 600 musulmani e cristiani provenienti da tutta la Penisola.     Una cinquantina le personalità presenti delle due religioni, tra cui una ventina di rappresentanti e Imam di altrettante comunità islamiche sparse in tutta Italia.  Numerosi i giovani, e i bambini che hanno avuto un programma per loro.

 

 

Attendevamo questo giorno da anni: il giorno in cui noi, musulmani e cristiani in Italia, potessimo incontrarci per costruire insieme il presente e il futuro del Paese.
L’Italia ha bisogno di una luce di speranza. Vogliamo contribuire ad alimentarla
”.  Così Shahrzad Houshmand, teologa musulmana dell’Iran ha aperto la giornata!

 


Puoi approfondire su: 
MOVIMENTO DEI FOCOLARI
(QUI) 
ISLAM ON LINE (QUI)

 

"Un appello ai propri fedeli a non emigrare,
mano tesa a musulmani ed ebrei per rafforzare il dialogo interreligioso,
la richiesta alla comunità internazionale di fare di più
per favorire il rispetto dei diritti umani: 
questi i temi «forti» del messaggio conclusivo del Sinodo
che si è tenuto dal 10 al 24 ottobre
, sul tema “La Chiesa cattolica in Medio Oriente, comunione e testimonianza. “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32).  
(qui)

 

  


 

 

   Cristiani ed Islam: esigere la libertà religiosa e combattere l'estremismo (qui)

  L’arcivescovo di Kirkuk (Iraq): “ritornare alla missione e al   dialogo” (qui)

Dialogo con l'Islam ed emigrazione: sfide per la sopravvivenza (qui)

 

   Il nunzio apostolico: "per dialogare abbiamo tutti bisogno di superare pregiudizi" (qui)

Mons: Shomali: "nei negoziati di pace c'è troppa ideologia!" (qui)

 

 
 Il rabbino David Rosen: "tra ebrei e cattolici clima migliore ma la strada è lunga" (qui)    

Il rabbino David Rosen e Benedetto XVI 

 

 

 

 

Il testimone del mese

 Bruno Hussar 
 

"Lasciate che mi presenti. (…)
Porto in me quattro identità:
sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo,
veramente israeliano e mi sento pure, se non proprio egiziano,
almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo!"

 

Così padre Bruno Hussar iniziò il suo intervento in una riunione presieduta dal noto rabbino-scrittore Abraham Heschel, a New York, nel 1967.  La sua storia personale lo ha portato a comprendere che il rispetto non nasce, come spesso si pensa, dall’indifferenza religiosa, ma dall’approfondimento delle radici della propria fede e da una conoscenza dell’altrui identità, attraverso il rapporto diretto e l’amicizia.

Nato in Egitto, dove visse 18 anni, ebreo da genitori ebrei, non ricevette da loro un’educazione religiosa. Per questo la scoperta del cristianesimo coincise, per lui, con l’adesione alla fede. Durante l’occupazione nazista della Francia prese coscienza di appartenere al popolo ebraico, quando si rifiutò di dichiarare di non essere ebreo. Dovette scappare, ma scoprì che "la mia fede cristiana non mi dispensava dal condividere la sorte dei miei fratelli ebrei".
Sopravvissuto, divenne domenicano nel 1945. Nel 1950 il suo provinciale, p.Avril, propose a lui, perché ebreo di nascita, di partire per Israele, per sondare la possibilità di aprire, a Gerusalemme, un centro di studi sull’ebraismo analogo al Centro di Studi Islamici dei domenicani del Cairo. Fu un invito profetico.

P.Hussar partecipò, come esperto, ai lavori del Concilio Vaticano II, invitato dal card. Bea. Il suo contributo alla stesura del paragrafo della Nostra Aetate sull’ebraismo fu tale che, sette giorni dopo, ricevette la cittadinanza d’Israele, che aveva atteso per anni.

Venne poi il 1967, con l’occupazione dei territori, e si aggravarono, negli anni, le tensioni e le violenze. P.Bruno sentì che il Signore lo chiamava a sognare ancora. Bisognava creare un luogo di convivenza dei due popoli, ebrei ed arabi, e delle tre religioni, ebraismo, cristianesimo ed islamismo. Solo questa condivisione fraterna avrebbe permesso di superare le immense distanze. Nacque, anche questa volta dopo anni di attesa e di lavoro, il villaggio Nevè Shalom/Wahat as-Salam, vicino al monastero di Latroun.

Gerusalemme: la radice di questo nome comporta due significati: shalom = pace, e shalem = intero, perfetto, uno. Nella logica biblica, il nome esprime l’essere stesso di colui che lo porta e la sua vocazione. Gerusalemme dovrebbe essere quindi la città dell’unità e la città della pace.

 

Le sue ultime parole prima di morire furono:
"ani sameach
"  io sono felice.

 

Bruno Hussar e i primi pionieri
 


Da giovane aveva studiato ingegneria, aveva progettato ponti e strade; si ritrovava ad essere al termine della sua vita "un costruttore di ponti" fra gli uomini (così amava definirsi!). Lui stesso lo rivelò nel libro autobiografico “Quando la nube si alzava”  pubblicato nel 1983, dalla Casa editrice Marietti.

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