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                                la testimone del mese
 

 

                                  Margherite Barankitse 
                                          L'angelo del Burundi

                        «Così ho salvato diecimila bambini»

   Proveniente da una famiglia della minoranza tutsi, nel 1994 Maggy ha fondato nel suo Burundi dilaniato dalla guerra civile la Maison Shalom, una casa di accoglienza che da allora ha ospitato   diecimila bimbi di ogni etnia e religione  , vittime della guerra, della povertà e dell'Aids. Nel Burundi travagliato dall'odio etnico, lei ha saputo creare tre "Case della pace"!  Pluripremiata per la sua attività, tra gli altri riconoscimenti, nel 2003 ha ricevuto il premio Nobel per i Bambini e il premio internazionale per i diritti umani.
 

  Per espressa volontà di Maggy, infatti, la struttura accoglie tutti insieme bimbi hutu e tutsi, bimbi malati, mutilati, traumatizzati dal ricordo di vicini divenuti improvvisamente nemici, violentati dall'una come dall'altra etnia e/o religione! 
 
              
La diversità dei bambini e delle loro storie diventa così un valore perché ognuno vede, oltre alla propria sofferenza, anche quella dell'altro: il confronto e lo scambio (il bimbo soldato capisce subito dove sta il pericolo, e sarà capace di aiutare il bimbo malato, che invece è molto meno scaltro e attento) li aiuta vicendevolmente a crescere.  Da questo incontro e scambio tra i piccoli ospiti, sarà possibile «inventare una nuova responsabilità solidale capace di educare alla pace, al perdono, al rispetto, e di costruire una nuova speranza»

 

 Maggy è fatta così, niente peli sulla lingua e un coraggio che molti suoi connazionali hanno interpretato come arroganza. Ma proprio questa sua franchezza le è costata la sospensione dalle funzioni pubbliche quando, giovane insegnante nel collegio di Ruyigi, ha rivendicato il diritto all'istruzione per tutti, hutu e tutsi. Così Maggy fu costretta a lasciare il paese, mandata a studiare in Svizzera, occasione che molti suoi connazionali avrebbero sfruttato per stabilirsi in Europa. Ma lei no. "Ho studiato per servire la mia gente" dice e ritorna alla sua collina come segretaria della diocesi di Ruyigi.

Ma c'è un momento preciso che cambia la sua vita: è quel fatidico 24 ottobre 1993, giorno in cui è assassinato il presidente Melchiorre Ndadaye, il primo hutu eletto democraticamente. Giorno che ricaccia il Burundi nei vicoli ciechi della guerra civile, da cui ancora oggi non è uscito. "Ho dovuto assistere mentre la mia famiglia trucidava i miei amici. Per nove ore hanno massacrato, ucciso, mutilato 600 persone davanti ai miei occhi. Molte mamme mi gettavano in braccio i loro bambini.  È stato allora, come in un miracolo, che ho ritrovato mia figlia Chloè.  Quando l'ho vista è stato come un segno per me, un barlume di speranza. in quel momento ho capito: l'odio non può vincere."

 

Così inizia l'avventura di Maggy; prende con sé i 25 bambini sopravvissuti al massacro.  "Ho cominciato così, senza pensarci, come una folle, senza un soldo, senza un progetto. Sono rimasta ospite del mio amico tedesco per sette mesi; intanto curavo i bambini, insegnavo loro a coltivare i campi, a fare piccoli lavori per mantenersi." Ma ogni giorno il numero dei piccoli aumenta, glieli portano da tutte le parti del Burundi, e in pochi mesi sono oltre 200.  La "folle di Ruyigi", come l'ha definita in un articolo un giornale locale, è riuscita davvero a smuovere le montagne.

                                                               Una fede incrollabile

"All'inizio mi hanno minacciata, hanno cercato di screditarmi, ma poi hanno capito che non mi spaventavo di fronte alle loro parole. Un giorno ho risposto "Se mi uccidete mi fate un grande servizio, perché da lassù farò molti più miracoli che da viva e voi sarete umiliati" – ride con la sua risata contagiosa – Da allora hanno smesso." Maggy è così, una fede incrollabile in Dio "con lui posso affrontare qualunque cosa", ma niente bigottismi "non vado molto in chiesa" dice "la preghiera per me è sulla strada, tra i miei bambini, nel cercare la giustizia.

 

Maggy, che dai bambini si fa chiamare O'ma, "nona", non vuol sentir parlare di orfanotrofio. "I bambini sono liberi di andarsene quando vogliono" spiega. E l'obiettivo finale è proprio che possano ritornare in famiglia.  "Non sono troppo idealista, so che ho bambini che erano nella strada, che hanno visto i loro genitori fatti a pezzi dai vicini di casa e la notte si svegliano urlando per gli incubi ricorrenti. Bambini che hanno conosciuto la prostituzione, che bevevano. Non posso pensare che cambino da un giorno all'altro. I problemi ci sono, soprattutto con quelli che bevono, ma l'amore perdona tutto, l'amore trasforma. Molti di loro hanno solo bisogno di affetto. Non credo tanto agli psicologi e tutte quelle cose lì. Quello che cambia il cuore dell'uomo è l'amore".  Una storia che ha dell'incredibile, davvero; ma ci può essere un lieto fine a una storia così? "Solo uno – dice Maggy- poter chiudere tutte le mie case, quando il Burundi sarà diventato un luogo di pace".

Visita il sito di Maison Shalom qui


Natività

 SI E’ MADRE PER VIVERE L’INESPLICABILE
SI E’ MADRE PER ILLUMINARE LE TENEBRE
SI E’ MADRE PER COCCOLARE..
QUANDO I LAMPI STRIANO LA NOTTE,
QUANDO IL TUONO VIOLA LA TERRA,
QUANDO IL FANGO INGHIOTTE.

SI E’ MADRE PER AMARE..
SENZA INIZIO NE’ FINE

 

libro del mese
 

Oggetto del volume è il contributo che la vita consacrata può dare al dialogo interreligioso, partendo dal convincimento che il dialogo tra le religioni possa essere proficuamente fecondato dalla collaborazione tra persone consacrate cristiane e persone appartenenti ad altre religioni.

«La relazione tra il dialogo interreligioso e la vita consacrata è un argomento inconsueto e poco affrontato all'interno della teologia sulla vita consacrata. Per questo ho cercato non solo di riflettere tenendo presente alcune considerazioni teologiche, ecclesiologiche e pastorali, proprie della teologia cristiana del dialogo interreligioso  ma anche di valorizzare alcune esperienze concrete di comunione che in molteplici occasioni le religiose e i religiosi hanno messo in atto e che permettono di riscoprire la carica profetica e carismatica della vita e dell'azione missionaria delle persone consacrate, uomini e donne» (dall'Introduzione dell'autore).

 Il luogo del mese

“Seimeizan”

Montagna della vita
 
La scintilla che lo fa nascere è l’incontro provvidenziale tra il missionario cattolico Franco Sottocornola e il monaco buddista Furukawa. Dopo anni di gestazione, nel 1987, su una collina sovrastante la cittadina di Kikusui, nell’isola giapponese di Kyushu, nasce il «Seimeizan»,
centro di spiritualità e dialogo interreligioso.

 

 

   
Il centro rispecchia in tutto le caratteristiche culturali e spirituali della tradizione giapponese, soprattutto, l’assunzione di tre elementi classici: la natura, la montagna, la via del tè. Vivere in mezzo alla natura, sentita come luogo sacro, significa vivere in un contesto di esperienza religiosa. La montagna è luogo di silenzio e d’incontro con Dio. Il silenzio caratterizza molte volte gli incontri interreligiosi che si svolgono al Seimeizan. Il desiderio di stare insieme, di comunicare l’esperienza mistica non ha bisogno di parole.   Nella cerimonia del tè, servito dal padrone di casa, i componenti del gruppo (non più di 7 persone) non si guardano in faccia, ma tutti guardano la tazza: bere insieme il tè è segno di pace, è un momento che crea nel gruppo uguaglianza e rispetto, gioia di stare insieme.   La comunità cristiana del Seimeizan (5 persone in tutto) opera in stretta collaborazione con il tempio buddista della vicina città di Tamana.  Nel corso del primo anno di attività circa 2000 persone sono salite alla “Montagna della vita”: semplici visitatori, ma anche gruppi sia cristiani che buddhisti, sia giapponesi che europei e americani, gruppi di universitari interessati ad un approfondimento del rapporto tra cristianesimo e buddhismo, religiose impegnate in campo educativo o assistenziale. Il dialogo interreligioso che il centro propone unisce l’approfondimento teorico su base scientifica e l’esperienza pratica del monachesimo che aiuta a scoprire negli eventi quotidiani la presenza di Dio.
 
 

“Gli abitanti del luogo, tutti appartenenti al cosiddetto Buddhismo della Terra Pura, ci hanno accolto molto cordialmente. Con gli anni hanno cominciato a considerarci un po' il "loro" tempio. è divenuta ormai tradizione che ogni anno, a maggio, il gruppo degli anziani si riunisca a Shinmeizan per un'intera giornata. In occasione del Natale, su esplicita richiesta dei bambini del villaggio, organizziamo una veglia natalizia alla quale partecipano attivamente. Da parte nostra, siamo invitati a partecipare ai più importanti momenti di vita civile e religiosa della comunità locale.   A questi rapporti quotidiani, di buon vicinato, se ne affiancano altri, più specifici, con persone, templi e istituzioni buddhiste e shintoiste, con movimenti religiosi più recenti. Nelle vicinanze si trovano templi del Buddhismo Tendai e del Buddhismo Zen con i quali intratteniamo da anni buoni rapporti di amicizia e di collaborazione. Anche con l’Omoto e il Tenrikyo, movimenti di matrice shintoista, siamo altrettanto aperti all'incontro e alla collaborazione interreligiosa.
 

   

Questa rete di contatti ha trovato una sua felice espressione nell'incontro biennale di preghiera per la pace che da oltre 14 anni si celebra a Shinmeizan. La partecipazione è molto sentita e  negli anni  ha avuto una positiva ricaduta anche sulle rispettive comunità religiose. 
(Maria A. De Giorgi)

 Maria A. De Giorgi è missionaria, laureata in psicopedagogia, teologa e studiosa del pensiero spirituale giapponese. È giunta in Giappone nel 1985. Dal 1987 al 1994 ha prestato il suo servizio presso il centro Shinmeizan. Dopo aver conseguito il dottorato in teologia all'Università Gregoriana di Roma ha ripreso il suo servizio in Giappone al centro. E' autrice di libri a carattere interreligioso tra i quali: "Seimeizan. Frammenti di un dialogo fra cristiani e buddhisti in Giappone".    Per approfondire: qui

 

 

Io non mi posso togliere
i sandali di paglia


I sandali di paglia li porto da dieci anni.
Per salvare condannati a morte innocenti,
io solo, solo città, villaggi percorro senza sosta,
supplicando, invocando.
Ben cento milioni di esseri umani ci sono qui,
non si facciano restare isolati condannati a morte innocenti!
Forse fra vent'anni, fra trent'anni
un giorno tutti, consapevoli, verranno a salvarli.
Io ci credo e oggi e domani
cammino, cammino, per tutta la vita cammino.
Una società che non sappia difendere
la vita di un sol uomo,
io non riesco a crederci!
Una società che non mandi a morte innocenti,
io vorrei crederci, vorrei testimoniarla,
altrimenti io non verrei salvato, non potrei vivere.
Io non mi posso tegliere i sandali di paglia.

                                    Tairyu Furukawa (1971)
 
 
 

Il sito del Centro: qui
 

 Edimburgo 2010: ecumenismo in missione

 

  Una conferenza di tutti gli istituti missionari presenti con le proprie opere da un capo all'altro del pianeta. O – come la definì con la retorica di allora il suo promotore, John Mott – «il più importante raduno che vi sia mai stato nell'interesse dell'espansione del cristianesimo in tutto il mondo». Era il giugno 1910 quando a Edimburgo, in Scozia, si svolse il primo Congresso missionario mondiale. Milleduecento delegati, quasi tutti provenienti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Per un momento ecumenico nel senso di aperto alle diverse denominazioni del mondo evangelico; senza comunque ancora voci provenienti dalla Chiesa cattolica e dal mondo ortodosso. Eppure l'idea che animava questa impresa era importante: provare a ragionare insieme sulla missione ad gentes in un mondo che proprio in quegli anni i nuovi mezzi di trasporto stavano cominciando a rendere più piccolo. Non a caso proprio da quel Congresso organizzato in Scozia nacque un cammino che avrebbe portato, poi, nel 1948 alla nascita del Consiglio mondiale della Chiese (Wcc), l'organismo ecumenico che ha sede a Ginevra e che vede oggi riunite 349 Chiese in rappresentanza di 110 Paesi del mondo.

 

http://www.edinburgh2010.org/

http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=1588
 

 

 Solo riconciliati diventiamo credibili
di Frère Alois, priore della Comunità di Taizé

 

Divisi, noi cristiani diamo una debole testimonianza. Se ci sta a cuore il destino dei giovani, non possiamo lasciare intatte le divisioni. L’evento di Edimburgo ci provoca a riscoprire questa urgenza
 

Varie volte mi sono recato in Asia per incontri di giovani. Ciò che mi ha colpito è che la preghiera sembra del tutto naturale. Qualunque sia la loro religione, le persone trovano spontaneamente nella preghiera un atteggiamento di rispetto, o addirittura di adorazione. In quelle società non ci sono meno tensioni che in Occidente. Ma il senso di interiorità è forse più accessibile, un’attenzione al mistero. Al contrario, nel mondo occidentale è diventato più difficil riferirsi a Dio. Sono numerosi coloro che cercano seriamente un senso alla loro vita, ma non possono credere in un Dio che li ama personalmente. Alcuni vedono la sua esistenza come un limite alla loro libertà. Per altri, le dure prove della vita rendono la fede impossibile. Se Dio esiste, perché il male è così potente? In un mondo di cui conosciamo sempre meglio la complessità, come immaginare un’onnipresenza di Dio, che si occuperebbe allo stesso tempo dell’universo e di ogni essere umano in particolare? Se Dio esiste, ascolta le nostre preghiere e vi risponde?

A Taizé questioni del genere sono di casa. Quello che ci preoccupa maggiormente è la trasmissione della fede alle giovani generazioni; ci importa innanzitutto comunicare il Vangelo. E il Vangelo lo si può vivere solo insieme. Essere separati non ha alcun senso. Quando i cristiani sono divisi, il loro messaggio diventa impercettibile. Ci sono stati periodi della storia in cui, in nome della verità del Vangelo, i cristiani si sono divisi. Oggi, in nome della verità del Vangelo, dobbiamo cercare di riconciliarci. Il messaggio del Cristo possiamo trasmetterlo soltanto se siamo insieme. La comunione tra noi cristiani permette alla parola di Dio di parlare alla gente di oggi. 

Osiamo, allora, andare verso l’unità visibile! In un mondo in cui la violenza e il disinganno tentano di imporsi, possiamo dare con la nostra comunione un segno di speranza che si irradia sino alle situazioni più difficili. Superiamo le divisioni che continuano a confondere l’immagine della Chiesa! Se potessimo rendere più evidente che la Chiesa è un luogo d’amicizia per tutti! Se le nostre comunità, le nostre parrocchie, i nostri gruppi di giovani, potessero diventare sempre più luoghi di misericordia e di fiducia, dove ci accogliamo reciprocamente e cerchiamo di comprendere e sostenere l’altro, dove siamo attenti ai più deboli!

Anche con i nostri limiti, anche là dove le circostanze non sono favorevoli, Dio ci rende creatori di riconciliazione. Andare verso l’altro, a volte a mani vuote, ascoltare, provare a comprendere: già così una situazione bloccata può trasformarsi. Sì, il Cristo ci invia a guarire attorno a noi le ferite delle divisioni e delle violenze.

Il nostro tempo ha bisogno di donne e uomini coraggiosi che esprimano con tutta la loro esistenza l’appello del Vangelo alla riconciliazione. Non c’è bisogno che siano folle. Nella storia a volte sono bastate poche persone per fare tendere la bilancia verso la pace. Il Vangelo non paragona forse il Regno di Dio a un po’ di lievito che fa aumentare tutta la pasta? 

 

cattolici e ortodossi