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L’alternativa indonesiana

Nel più popoloso Paese musulmano del mondo, i leader delle organizzazioni religiose spiegano perché non sono molti i giovani a partire per i fronti della Siria e dell’Iraq. I timori di una radicalizzazione e di nuovi reclutamenti sono però concreti. L’attacco terroristico a Giacarta ha risvegliato le paure del governo e innescato l’attività delle forze di sicurezza.

Giacarta. Il ministro sorridente in maniche di camicia mostra slide in PowerPoint in una sala da banchetto. Il catering serve cattivo caffè, zuppa di lenticchie, ogni genere di curry e cassava fritta. Da febbraio, ogni mese Luhut Binsar Panjaitan, ministro indonesiano per gli Affari politici, giuridici e della sicurezza, invita la stampa locale e straniera a una colazione per fare il punto sulla lotta al terrorismo.Giacarta è stata colpita nel gennaio del 2016, dopo anni di calma, da un attentato che ha fatto otto morti – tra cui i quattro attentatori – in un centro commerciale della capitale. L’attacco ha sancito l’ingresso dello Stato Islamico nel Sud-est asiatico. Sono circa 300, spiega il ministro, gli indonesiani che sarebbero partiti per il fronte del jihad siriano: il numero, se paragonato alla popolazione islamica di 200 milioni (l’Indonesia è il più popoloso Paese musulmano al mondo), è basso. Soltanto dalla piccola Tunisia sarebbero partiti 3.000 uomini. Luhut, seguendo le sue slide, racconta gli sviluppi della guerra a Poso, nell’Isola di Sulawesi. Lì, le forze governative combattono una guerra contro gli uomini di Santoso, il ricercato numero uno tra i terroristi indonesiani, che più che un jihadista che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico ha l’aria di un sandinista fuori tempo massimo. L’esercito e le forze speciali hanno ristretto il campo di ricerca a una zona di 500 chilometri quadrati, spiega il ministro. E ancora: «Avvieremo programmi di deradicalizzazione nei villaggi. Manderemo nella zona maestri e collaboreremo su programmi di insegnamento con organizzazioni come la Muhammadiya e Nahdlatul Ulama».Muhammadiya e Nahdlatul Ulama

La Muhammadiya è la seconda organizzazione islamica sunnita in Indonesia: afferma di avere circa 29 milioni di aderenti. Nata nel 1912, è considerato un movimento riformista o modernista: seguendo gli insegnamenti dell’egiziano Muhammad ‘Abduh, vissuto al Cairo alla fine del XIX secolo, la Muhammadiya predica una purificazione della fede e un ritorno all’Islam non intaccato da tradizioni e pratiche locali, mette l’accento sul senso individuale di responsabilità morale, su un’interpretazione del Corano e degli Hadīth – i detti del Profeta dell’Islam – personale e non filtrata dagli ulema, gli esperti in materia di religione. Pone enorme attenzione all’istruzione moderna, sul modello occidentale. In Indonesia, gestisce migliaia di istituti di insegnamento superiore, non soltanto religioso, dai licei alle università.

Nahdlatul Ulama, “la Rinascita degli ulama”, o NU, è nata invece nel 1926 in reazione al rafforzarsi della corrente modernista e al propagarsi nel mondo islamico del wahhabismo saudita. I kyai – ulema – guide delle antiche scuole religiose indonesiane, pesantren, seguono un Islam tradizionale, basato non sull’interpretazione individuale, ma su un bagaglio di scritti classici di ulema mediorientali e indonesiani. Il movimento, a differenza della Muhammadiya, abbraccia le tradizioni pre-islamiche e il sufismo nella forma propugnata dal teologo e giurista Abū Hāmid al-Ghazālī (m. 1111). Se in passato la Muhammadiya rappresentava l’élite intellettuale dei centri urbani, e NU la società più rurale dell’arcipelago, oggi questa dicotomia si è persa. NU sostiene di avere circa 50 milioni di affiliati.

«Bismillah», nel nome di Dio. La breve lezione della dottoressa Ruhaini Dzuhayatin, vicerettore degli affari studenteschi all’Università Islamica Statale di Yogyakarta, inizia così. Seduta sotto la foto del presidente indonesiano Joko “Jokowi” Widodo, spiega a un gruppo di studenti, in prevalenza ragazze dai veli colorati, le opportunità di studio all’estero: Italia, Canada, Egitto, Qatar… A pochi passi dall’aula, studenti e studentesse con i loro MacBook hanno abbandonato le infradito di gomma sui gradini della moderna moschea, che usano come sala studio, seduti per terra nella penombra. Ruhaini ha una spiegazione aneddotica ma efficace sulla differenza tra le due grandi organizzazioni che danno forma all’Islam indonesiano. «Una volta, era possibile riconoscere un membro della Muhammadiya da come si vestiva: abiti occidentali invece del sarongtradizionale adottato da NU», il largo taglio di cotone colorato che, allacciato attorno alla vita cade fino alle caviglie. «I membri della Muhammadiya erano come i protestanti: il loro obiettivo era quello di individualizzare l’Islam e riportarlo all’elemento fondamentale della relazione tra l’individuo e Dio. La sostanza: preghi, e questo è abbastanza. Poi, vai avanti con la tua vita. Facevano parte di quella borghesia mercantile che non aveva tempo di stare in moschea: dopo la preghiera doveva velocemente riaprire la bottega, al contrario di una società agricola, con i tempi più dilatati, e più a contatto con le antiche tradizioni». A differenza di movimenti del mondo arabo come i Fratelli musulmani, le due organizzazioni si considerano espressioni della società civile e non hanno mai trasformato la loro presenza capillare nell’arcipelago in velleità partitiche.

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LA SPIRITUALITA’ SUFI CONTRO LO JIHADISMO

In questi mesi a causa delle vicende che si stanno svolgendo in Medio oriente si assiste ad una ondata di ritorno di paure nei confronti dell’Islam, che determinano atteggiamenti di chiusura e sospetto nei confronti dei fedeli musulmani. La mancanza di informazione e di diffusione di una cultura del pluralismo in grado di promuovere un proficuo dialogo tra fedi, ma anche tra culture, non contribuisce a favorire atteggiamenti di pacata riflessione e comprensione di quanto sta accadendo, nonché delle radici dei conflitti che un po’ ovunque stanno infiammando le aree più fragili di Europa e Africa.

Gli ordini SUFI Islamici hanno preso una chiara posizione nei confronti delle derive Jihadiste, individuando un loro preciso compito nel riuscire a rappresentare per il mondo islamico un concreto riferimento spirituale intorno al quale coagulare anche i bisogni di riconoscimento culturale e di tradizione dei musulmani. L’intervista al Presidente della federazione mondiale degli Ordini Sufi Sheikh Alaa Abul Azayem ha esplicitamente affermato in un’intervista pubblicata nel sito dell’ANSA che:”Il nostro ruolo è ormai indispensabile non solo per la sicurezza degli egiziani, ma per quella di tutto il mondo. Molti occidentali sono attratti dal salafismo militante, mentre i sufi, con la loro filosofia non violenta, possono essere un punto di equilibrio. Per questo è importante che siano presenti fra i musulmani in tutto il mondo”.

L’intervista è consultabile a questo link:

Leader Sufi: la nostra influenza è indispensabile contro lo Jihadismo

Nel sito WWW.PLURALISMORELIGIOSO.IT  è stata attivata la sezione dedicata alle confraternite SUFI presenti in Italia:

VAI ALLA PAGINA    IL SUFISMO:

 L’etimologia del termine “Sufismo”  ha radici nell’interesse tutto ottocentesco nei confronti delle religioni orientali, è stata infatti coniata per dare una etichetta alla parola araba Sūfī Tasawwuf,  che significa propriamente “farsi Sūfī”, e si riferisce a quella pratica interiore fondata su un profondo intento di vivere, nella sua esperienza essenziale, l’Islam.

Si attribuiscono al termine Sufi ben tre radici etimologiche: la prima fa derivare la parola dalla radice “sūf”, che significa “lana”, pare infatti che i primi asceti Sufi fossero presenti già in epoca preislamica, vivendo in estrema povertà e vestendosi solo con una tunica di lana semplice e rattoppata. La seconda radice etimologica pare riferirsi al termine arabo “safā’”, che significa purezza, ma anche al termine “suffa”, che designava i primi discepoli del profeta Ahl al-suffa, discepoli che furono anche conosciuti come la  “Gente della veranda”, si trattava di iniziati che avevano deciso di dedicarsi ad una pratica di devozione assoluta, basata sullo studio dei testi sacri e su una pratica di vita ascetica. Al termine Sufi si attribuisce quindi una terza derivazione dalla parola “Sufa”, invocazione riferita ad al-Ghawth ibn Murra, leggendario maestro vissuto già cinque generazioni prima del profeta, che  aveva dedicato la sua esistenza al servizio del Dio unico, prestando servizio nella Ka‘ba.

Sufi è comunque termine che viene riferito a chi decide di percorrere la via mistica che in arabo è detta “tarīq”, per giungere alla conoscenza di Dio, guidato da un maestro, shaykh, in grado di condurlo attraverso gli stati che lo avvicinano a realizzare Dio in se stesso. Propriamente il Sufismo è dunque la Via del Cuore, la Via del puro, e rappresenta il percorso mistico dell’Islam,  che conduce l’iniziato al cospetto della Presenza Divina. Non è dunque una diversa corrente dell’Islam, ma una filosofia di vita che ha come scopo di vivere appieno la spiritualità dell’Islam, esattamente come avviene nella grande tradizione della mistica cristiana e della mistica orientale. Già dai primi secoli del medioevo il Sufismo si è espresso attraverso la presenza di confraternite, che potrebbero essere assimilate all’esperienza dei grandi Ordini o Congregazioni religiose nella tradizione cristiana, portatrici dunque di una visione e una pratica di vita spirituale che si differenzia senza mai venire meno però a quanto previsto dai cinque pilastri dell’Islam. Al vertice di ogni confraternita era un Maestro che nominava i vari Maestri locali e regionali scelti fra i suoi discepoli, cioè persone capaci di trasmettere l’insegnamento, la vita spirituale e la benedizione (baraka), ereditati dal Maestro fondatore e, tramite lui, dallo stesso Profeta Maometto. I membri di ogni Confraternita si consideravano tra loro fratelli e dunque da questo era stato coniato il termine per definire l’ordine che li rappresentava.

Le origini del Sufismo

Il Sufismo si è affermato nel III secolo dell’era islamica con la scuola di Baghdad e si è via via strutturato sul pensiero di due grandi figure le quali hanno indicato due diverse strade attraverso cui praticare l’esperienza mistica nel rapporto con il divino: Junayd al-Baghdadi (m. 910), che propone un percorso secondo il quale l’unione mistica è fondamentalmente accettazione passiva della volontà divina il cui fine è l’annichilimento in ” Colui che pensiamo” e Husayn ibn Mansur al-Hallaj (858-922), discepolo di Junayd, ma che si distaccò dal maestro perchè profondamente convinto che il messaggio Sufi non dovesse rimanere ristretto ad una sola ristretta cerchia di iniziati ,ma dovesse rivolgersi a “tutti i cuori”. Husayn ibn Mansur al-Hallaj è dunque l’esponente della corrente estatica che ad una via passiva di “annientamento in Dio” privilegia una pratica rivolta alla predicazione e alla condivisione animata da compassione nei confronti di tutti gli esseri del creato.

Una sintesi delle due correnti sarà possibile attraverso la figura di Abu Hamid al-Ghazali (1058-1111), il cui approccio fu in grado di ricomporre la contraddizione tra la vita iniziatica delle confraternite Sufi e la predicazione in qualche modo “evangelica” praticata dalla corrente di Husayn ibn Mansur al-Hallaj, riuscendo a restituire riconoscimento e senso alle confraternite iniziatiche, sino ad allora frequentate da adepti. La sua visione introduce il modello del Sufi che vive una vita concreta in mezzo agli altri uomini e che presta attenzione alle esigenze della comunità musulmana e alla necessità di dare a ciascuno il livello di verità che può comprendere. La sua visione del percorso Sufi è in qualche modo all’origine di quella che sarà definita come gnosi mistica, accanto alla quale prese anche forma una via Sufi rivolta alla compassione e contatto con i fedeli che diede più consistenza e senso ai compiti propri delle Confraternite religiose.

Altri importanti maestri Sufi che occorre ricordare sono l’andaluso Muhyi-d-din Ibn ‘Arabi (1165-1240) teorico del Logos e primo sostenitore di quello che oggi potremmo definire come “universalismo religioso”, sosteneva infatti che se tutte le creature sono manifestazioni di Dio, allora gli uomini non possono che adorare Lui qualunque cosa essi adorino. Conobbe Ibn Rushd, il noto filosofo Averroè, e fu anche un dolcissimo poeta, vocazione che gli fu ispirata da una giovane e colta poetessa persiana alla quale dedicò bellissime poesie d’amore, i versi esprimevano attraverso le metafore anche il significato di profonde esperienze spirituali, velate dai contenuti di una poesia profana. Insomma non è diversa questa esperienza da quella delle poesia trobadorica e cortese, che in Occidente segnava le radici della grande poesia d’amore e mistica cui anche Dante attinse con la sua Divina Commedia.

Un altro grande e forse più conosciuto poeta Sufi fu quindi Jalal d-din Rumi (1207-1273), nativo del Khorasan, odierno Afghanistan, il più celebre dei poeti mistici persiani cantore dell’esperienza dell’Amore che comprende tutto in sé e che fa di Dio l’eterno Amato cui l’anima anela. Dopo la sua morte i suoi discepoli formarono una Confraternita detta Mawlawiyya, divenuta celebre per il suo particolare rituale del samā‘, accompagnato dalla danza dei “dervisci rotanti”. La confraternita si è fortemente sviluppata nei territori facenti parte dell’attuale Turchia. Nel 1925, a seguito delle riforme laicizzanti ordinate dal presidente turco Atatürk, l’ordine di Rumi venne proibito, e fu nuovamente reso legale soltanto nel 1954.

Solo a partire dalla seconda metà del secolo scorso, il Tasawwuf è giunto anche in occidente, sia tramite discepoli e maestri immigrati sia attraverso occidentali convertiti all’Islam. Figura rilevante di questo fenomeno per esempio è il francese René Guénon, che per mezzo delle sue opere pubblicate e della sua personale esperienza, ha dato forte impulso a tale penetrazione. L’Italia stessa ospita oggi alcune importanti Confraternite.

Le Confraternite

Le Confraternite islamiche (in arabo: ﻃﺮﻴﻘـة, ṭarīqa, pl. ṭuruq) sono quindi un tardo fenomeno del Sufismo e comparvero solo a partire dal XII secolo, come organizzazioni complesse di discepoli (murīd, pl. murīdīn) uniti sotto la guida di un Maestro, per imparare a percorrere la Via mistica e giungere ad una diretta conoscenza di Dio. Di esse si ricordano in particolare la Qādiriyya, fondata nel XII secolo da Abd al-Qadir al-Jilani e, nella stessa epoca, la Suhrawardiyya, fondata da Shihab al-Din al-Suhrawardi, così come la Rifa’iyya, fondata da Ahmad al-Rifa’i. La Shadhiliyya, fondata da Abu l-Hasan al-Shadhili nel XIII secolo, la Mawlawiyya, in turco Mevleviyyè, fondata da Jalal al-Din Rumi; la Kubrawiyya, fondata da Najm al-Din Kubrà; la Cishtiyya fondata in India da Mu’in al-Din Cishti e la Naqshbandiyya, fondata da Baha al-Din Naqshbandi, sono invece sorte nel XIII secolo.

 La Via spirituale

Il Maestro di ogni Confraternita rappresenta il modello spirituale del discepolo che presta al suo Maestro un giuramento di obbedienza. Grazie alle sue predicazioni e insegnamenti il Maestro mostra la giusta direzione, la via diritta. Il discepolo dovrà superare diversi stadi spirituali prima di raggiungere le ultime tappe: il grado supremo dell’intimità con Dio e l’annullamento di sé nel suo completo abbandono. Si tratta propriamente di un percorso mistico che avviene come nella grande tradizioni cristiana e orientale attraverso il superamento di gradi o stadi, certo è che nell’esperienza Sufi il culmine dell’esperienza è fondamentalmente un annientamento, più che una illuminazione nel senso più proprio dell’esperienza orientale. Questo cammino spirituale, costituito da diversi gradi, rappresenta la Via, il cammino che conduce a Dio. Tuttavia non sempre il discepolo riesce a raggiungere l’ultimo stadio e, più che una iniziazione e una direzione spirituale e morale, si aspetta dal Maestro benefici spirituali che derivano dal potere ultraterreno, dalla Benedizione che quest’ultimo ha ricevuto dal Fondatore e che può essere stata rinforzata dai suoi meriti personali.

Pratiche e riti

Gli adepti delle Confraternite sono musulmani che, come tali, hanno il dovere di praticare fedelmente i cinque pilastri dell’Islam, in particolare la preghiera rituale quotidiana e il digiuno del Ramadan. Tuttavia ogni Confraternita possiede una pratica specifica. Ad esempio ci sono le veglie, spesso dedicate alla lettura del Corano, i digiuni supplementari, i ritiri, le recite. Ogni Confraternita ha il proprio elemento originale: un insieme di formule, di sura (capitoli del Corano) e di preghiere dette o cantate in momenti precisi e per un certo numero di volte durante il giorno.

Le Confraternite praticano anche un altro esercizio caratteristico che aiuta coloro che lo attuano a “ricordarsi di Dio”. Questo esercizio è detto dhikr. Soli o in gruppo, i confratelli si ricordano di Dio, con la ripetizione sia di formule della professione di fede ( “Non c’è altra divinità che Dio!”), sia di uno dei più bei nomi di Dio, sia semplicemente del pronome personale “Egli” riferito a Dio. Queste esercitazioni spirituali e di preghiera rappresentano i momenti salienti della vita di Confraternita. Ognuna di esse ha il suo modo particolare per svolgere queste forme di preghiera: in piedi o seduti, con o senza l’accompagnamento di uno strumento musicale, con o senza danze.

Le confraternite Sufi in Italia sono: la tarîqa Tijâniyya; la Jamâ’at al-Fayda al-Tijâniyya; la tarîqa Shādhiliyya- ʿAlawiyya-Ismāʿīliyya; la tarîqa Naqshbandiyya – Mujadddiyya; la tarîqa Naqshbandiyya-Haqqâniyya al-‘Aliyya; la tarîqa Ahmadiyya Idrisîyya Shâdhilîyya, a Milano; la Murîdiyya, a Brescia. A queste si possono aggiungere, sempre nell’ambito del Sufismo: la Jerrahi-Halveti, a Milano, fino al 2010 guidata da Gabriele Mandel; la Tariqa Burhaniya, a Roma; la Islam Kültür Merkesi, a Milano.

Per contatti scrivere a:

[email protected]

Sezione a cura di Alessandra Luciano

 

 

Il Papa incontra leader religiosi -- Foto (c) L'Osservatore Romano)
Un’occasione d’incontro, apertura e fattiva collaborazione nel segno della solidarietà. Questo il senso del Giubileo indetto da Papa Francesco, alla vigilia dell’apertura ufficiale delle celebrazioni, emerso al convegno “Cristiani e musulmani per la misericordia”, svoltosi a Roma e organizzato da Fnsi, Articolo21 e Associazione Giornalisti Amici di padre Dall’Oglio.

Dialogo in quanto relazione fatta di gesti e di azioni concrete, sinonimo del “fare insieme” e non soltanto del sedersi a un tavolo per discutere le proprie opinioni. Ha avuto una radice nelle riflessioni di Papa Francesco sul dialogo interreligioso l’incontro “Cristiani e musulmani per la misericordia”. Sul “vivere insieme” si sofferma Antoine Courban, esperto di relazioni islamo-cristiane all’università Saint Joseph di Beirut, in Libano:

Per troppo tempo abbiamo lasciato il dialogo tra islam e cristianesimo solo tra le mani dei teologi. Abbiamo tentato invano di trovare un denominatore comune il più semplice e basico possibile. Ma questo non è vivere insieme. Dopo gli attentati di Parigi, la natura e il quadro del dialogo tra islam e cristianesimo – e in generale del dialogo interreligioso – deve porsi in termini di diritto pubblico, affinché si possa “organizzare” il vivere insieme. Penso e spero che l’Anno della misericordia sia l’occasione unica, a partire da Roma, per iniziative e parole profetiche, perché è proprio di questo che abbiamo bisogno oggi per diminuire la tensione interreligiosa. In questo momento ci sono diversi tipi di terrorismo: c’è il terrorismo religioso; quello profano, secolare, laico; c’è il terrorismo ideologico; c’è un terrore nazionalista; c’è pure un terrore islamofobico. Tutto questo è un terrore globale. Il mondo in questo momento è diviso in due parti. Da una parte ci sono i radicali – a prescindere dalle religioni, dalle ideologie – e i più violenti sono i ‘Daesh’. E dall’altra parte ci sono i moderati. Il mio appello è, in primo luogo, a scrivere ad ogni costo una “Carta della convivenza nel Mediterraneo” e, in secondo luogo, a dire: “Moderati di tutti i Paesi, uniamoci!”.

A cinquant’anni dalla Dichiarazione conciliare “Nostra aetate”, documento fondamentale per la promozione delle relazioni di rispetto, amicizia e dialogo con le altre religioni, Mohammad Sammak, segretario generale dell’Islamic spiritual summit di Beirut, spiega il significato del concetto di misericordia nella religione islamica:

R. – “Mercy” is the name of God, in Islam, and “Compassionate” is also the name of God. And each verse …
“Misericordia” è il nome di Dio nell’islam, assieme a “compassionevole”. Ogni verso del Corano inizia così: “Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Compassionevole”. Questo è il quadro delle relazioni tra Dio e il Creato e dovrebbe essere anche la cornice dei rapporti tra tutti gli esseri umani. Ora, se questi principi non sono rispettati da chi parla di islam o fraintende l’islam, questa è un’altra cosa. Viviamo una situazione in cui questi principi non sono rispettati da alcuni che si dicono musulmani, ma mostrano un’immagine diversa dell’islam. Questo è il motivo per cui c’è una reale contraddizione tra quello che l’islam dice e la maniera con cui queste persone si comportano.

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Cristiani e musulmani sono fratelli

 papa-africa

Lo ha ribadito Papa Francesco alla Moschea centrale di Bangui a Koudoukou dove ha incontrato la Comunità Musulmana nella repubblica Centro Africana.

 

Dobbiamo dunque considerarci come tali, comportarci come tali. Sappiamo bene che gli ultimi avvenimenti e le violenze che hanno scosso il vostro Paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi.

Chi dice di credere in Dio dev’essere anche un uomo o una donna di pace. Cristiani, musulmani e membri delle religioni tradizionali hanno vissuto pacificamente insieme per molti anni”

 

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Il Papa e l'imam di Koudoukou nella Moschea di Bangui, nella Repubblica Centrafricana

Il Papa e l’imam di Koudoukou nella Moschea di Bangui, nella Repubblica Centrafricana

Il no alla ‘teologia politica’, ribadito dal Papa in Africa

02/12/2015 12:31Secondo Massimo Borghesi, docente di filosofia morale all’Università di Perugia, il filo rosso che ha legato le tre tappe del viaggio africano di Francesco è stata la condanna alla ‘teologia politica’

 

Il Papa con l'imam di Bangui

Il Papa con l’imam di Bangui

Card. Filoni: anche musulmani aprano Porta Santa della misericordia

02/12/2015 12:02Una nuova speranza per la pace, il dialogo e la giustizia: Così il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha definito il viaggio di Papa Francesco in Kenya, Uganda e Centrafrica.

 

E’ TEMPO DI CHIEDERCI:

PERCHE’ GIOVANI  DAI   20 AI 25 ANNI  

TROVANO NELLA BRUTALITA’  IDEOLOGICA

DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

UN SENSO,  UN RUOLO,

UNA FORMA  VALOROSA 

DI VITA E… DI MORTE ????

QUALE VUOTO DI SENSO

RIEMPIE

IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO?

NELLA SOCIETA’  OCCIDENTALE DOVE QUESTI GIOVANI

SPESSO SONO  NATI E CRESCIUTI???

E’ TEMPO DI CHIEDERCELO

SE VOGLIAMO SALVARE  NON SOLO NOI POTENZIALI VITTIME,

MA ANCHE I GIOVANI CARNEFICI ….

DAL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

 

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«No! No allo Stato religioso!»

Il grido di un intellettuale musulmano contro il pensiero islamista e le derive estremiste diventa oggi dopo il massacro di Parigi più attuale che mai

Farag Foda | sabato 14 novembre 2015

Il jihadismo che ha colpito il cuore di Parigi viene da lontano, dalla pretesa ideologica di identificare religione e politica per creare con la violenza uno Stato islamico.
Lo denunciava con forza già nel 1986 l’intellettuale egiziano laico Farag Foda (1945-1992) in questo brano che proponiamo ora per la sua attualità. L’autore smonta la tesi per cui l’Islam richiederebbe l’identificazione tra religione e Stato e prevede che questa ideologia, se non arrestata, costerà al mondo un prezzo molto alto. Un prezzo che per Foda coincise con la vita stessa: fu assassinato al Cairo nel 1992 da due islamisti radicali. «Loro hanno il loro modo di ragionare e noi il nostro, loro hanno un passato verso cui fuggono e da cui noi fuggiamo, loro hanno un futuro da cui fuggono e verso cui noi ci protendiamo». Parole più che attuali oggi.

“Gli islamisti ritengono che mescolare religione e Stato sia un obbligo religioso, che l’Islam sia religione e Stato e che chiunque accetti la fede e rifiuti lo Stato rinneghi necessariamente un insegnamento di fede. E con questo insegnamento di fede intendono il fatto che essa organizzerebbe le modalità di governo e le questioni politiche.

Di questa pretesa però non portano mai le prove. Non per questo tacciono, ma anzi vagano senza meta per monti e per valli. Ti rinviano al Corano. Ma se gli dici che il Corano non ne fa parola, che non tratta di come si debba scegliere il governante e non chiarisce la natura del regime di governo, ti rimandano allashûrâ [“consultazione”] . Se gli domandi come la interpretano, e in che misura sia obbligatoria per il governante, si dividono in tutto tranne che nell’ostilità verso di te e si disputano su tutto tranne che sul dichiararti miscredente. Ti rimandano alla Sunna , ma se gli dici che l’epoca del Profeta è legata alla sua persona e non è una prova per le generazioni seguenti (perché dove si trova oggi un governante che [come il Profeta] non parli mosso da passione e riceva rivelazioni divine sul da farsi?), ti scaraventano addosso il governo dei Califfi ben guidati . E se provi a discutere con loro o ad analizzare le cose, danno letteralmente di matto dicendo che sei entrato nelle regioni sacre. Se provi a obiettare con argomenti logici, fanno i finti logici dichiarando che la ragione non ha parte in queste cose e se gli metti di fronte gli errori compiuti dai Compagni, gli uni si stracceranno le vesti chiamando Dio in loro soccorso e gli altri risponderanno che gli errori dei musulmani non sono una prova contro l’Islam. E in questo hanno ragione, ma chi mai ha detto che stiamo obiettando all’Islam?

L’Islam è nel cuore e nella ragione insieme. Noi qui stiamo solo protestando contro la loro pretesa di poter governare per mezzo dell’Islam e questo è ben diverso; perché l’Islam, a nostro avviso, è religione e non è Stato (nel senso moderno della struttura dello Stato), è coscienza e non è spada (nel senso antico della spada). Per cui, se il nostro contraddittore invoca l’Islam come religione, non dobbiamo far altro che sottometterci reverenti, alla religione e non al nostro contraddittore, alla fede e non a colui che parla in suo nome. Ma quando viene a dirci che vuole governare per mezzo dell’Islam, non dovremmo neppure chiedergli un esempio, perché lui non sta parlando nel vuoto e non è dal vuoto che noi gli replichiamo. Il nostro testimone contro di lui è l’esperienza e il fatto che, a quanto pare, in più di mille anni di storia non ci sia un esempio positivo da portare o un modello chiaro da invocare.

A questo punto non resta loro che tornare alla carica con l’appello per lo Stato religioso, chiudendo gli occhi, mutilando la storia, alterando i fatti, falsificando gli eventi, gridando di fronte alle realtà storiche che sono “storielle giudaiche” (isrâ’îliyyât) e di fronte agli argomenti logici che sono incursioni sioniste, e alzando di fronte alla forza della prova la spada del takfîr [l’accusa di miscredenza]. Non hanno alternativa. Non ci importa di loro e non riescono a diminuire di un soffio la nostra fede che loro sono in errore o forse preda delle loro ambizioni e che noi abbiamo ragione e siamo nel vero. Non dovremmo occuparci di loro, non fosse che… e ahimè per questo “non fosse che”!

[…] Perdonatemi l’espressione eccessiva, ma la nostra tragedia è che siamo troppo divisi, incapaci di raggiungere la meta, con lo sguardo sempre rivolto indietro tanto che penso che l’avanti sia stato creato per altri, non per noi, che il futuro sia proprietà esclusiva di altri e che la speranza sia una moneta rara e di cui è vietata la circolazione. Spesso mi domando perché sia così e credo di avere una risposta che contiene molti elementi di verità e che si può sintetizzare in questo modo: abbiamo ricevuto [questi valori] da altri e non abbiamo pagato nessun prezzo per essi. Ogni cosa ha il suo prezzo, la democrazia, la laicità, la civiltà, i diritti umani, tutto ha un prezzo. Il mondo civilizzato ha pagato un prezzo per tutte queste cose. Per arrivare dove si trova ora ha dovuto attraversare mari di sangue e camminare sopra i cadaveri di migliaia di vittime. Per questo si tiene ben strette queste cose e non le molla, sapendo bene la fatica e la serietà, il sudore e il sangue che hanno richiesto. Noi invece abbiamo ricevuto tutte queste cose senza sforzo, ce le hanno trasmesse i pionieri [delle riforme]. Difenderle ci risulta difficile e non ci importa granché di perderle parzialmente o totalmente. Sono assolutamente certo che pagheremo il prezzo tra poco, a meno che ogni coscienza libera non si risvegli e ogni patriota desideroso di veder progredire il proprio Paese gridi con quanta voce ha in gola: “No! No allo Stato religioso! No al rifiuto della laicità! No al mescolare le carte tra politica e religione!” E tutte queste espressioni sono alla fine sinonimi.

Grideranno alla miscredenza. Ma per favore, chi sono loro per giudicare se uno è miscredente o no,chi sono loro per escludere le persone da una religione in cui crediamo e a cui ci consacriamo nel nostro intimo, non vedendo in essa altro che amore e tolleranza, non spade sguainate, sudari insanguinati e distese di tombe!

Loro hanno il loro modo di ragionare e noi il nostro, loro hanno un passato verso cui fuggono e da cui noi fuggiamo, loro hanno un futuro da cui fuggono e verso cui noi ci protendiamo. In comune tra noi e loro c’è solo una patria che noi sogniamo unita e che loro sognano dilacerata e di cui anzi detestano la semplice esistenza. E non potrebbero detestarla non fosse che… e ahimè per questo “non fosse che”!”

(Farag Foda, Hiwârât hawl al-‘almâniyya [Dialoghi sulla laicità], Cairo 1986, pp. 12-15, trad. Martino Diez)

 

 

 

“Sotto la spada di Cesare”

Roma, 10-12 dicembre 2015, Pontificia Università Urbaniana

Incontro internazionale

sulla risposta dei cristiani alla persecuzione.

L’incontro è organizzato dal:

 Centro per i Diritti Civili e Umani dell’università di Notre Dame

e dal

Progetto per la Libertà Religiosa

presso il

Centro Berkley per la Religione, la Pace e gli Affari Mondiali

della Georgetown University.

 

Parteciperà all’incontro anche l’organizzazione  Oasis, per il dialogo cristiano-islamico nel Mediterraneo.

 

L’integrazione in Europa passa attraverso il dialogo

Comprendere meglio la propria identità religiosa per sanare i conflitti interconfessionali; la guerra in Siria “rischia di continuare anche più di dieci anni”; in Giordania un laboratorio per il confronto tra fedi. Sono questi i temi affrontati nel corso dell’incontro Raccontarsi e lasciarsi raccontare. A che serve il dialogo interreligioso realizzato nell’ambito del progetto Conoscere il meticciato, governare il cambiamento.

 

“In Siria la guerra potrebbe durare più di dieci anni”

Francesca Miglio - Intervista a Bassam Tibi, professore emerito all’università di Goettingen

“Il mondo arabo ha bisogno dei cristiani”, parola di musulmano

Bishara Ebeid - parla il vice direttore del Royal Institute for Inter-Faith Studies Amer al-Hafi

Il dialogo islamo-cristiano e le sue influenze sulla Chiesa di oggi

Andrea Pacini - Cristiani e musulmani devono imparare a “guardarsi negli occhi” in modo nuovo

Islam in Europa: senza il dialogo non ci sarà una vera integrazione

Giorgio Bernardelli - Una relazione costruttiva può nascere soltanto da identità solide e capaci di riconoscersi a vicenda

 

 

Musulmane in Oslo

 

OSLO – Mano nella mano, col calare della sera e la fine del giorno di shabbat centinaia di musulmani norvegesi hanno formato un ‘anello di pace’ a protezione della principale sinagoga di Oslo. Un gesto simbolico lanciato quasi casualmente su Facebook da giovani scandinavi di fede islamica all’indomani degli attacchi terroristici di Copenaghen che hanno colpito uno dei tempi ebraici della capitale danese causando anche la morte di un uomo.

All’appello postato sul social network da una giovane musulmana, Hajdar Ashrad, 17 anni, hanno risposto anche non islamici in una mobilitazione che è andata al di là delle aspettative, soprattutto se si pensa che in Norvegia gli ebrei sono una netta minoranza (non più di un migliaio) a fronte dei musulmani che sono arrivati a contare quasi 200 mila presenze in un Paese di neanche 5.5 milioni di abitanti.

Organizzata in modo da finire con il termine dello shabbat, per consentire anche agli ebrei usciti dalla sinagoga di unirsi al cerchio di pace, la manifestazione ha preso il via in un clima di solidarietà e unione, fra strette misure di sicurezza che il governo di Oslo ha deciso dopo gli attentati di Copenaghen, stabilendo anche che la strada che conduce al tempio resterà per sempre chiusa al traffico.

Su Facebook del resto i giovani organizzatori erano stati chiari e determinati: Se i jihadisti vogliono usare violenza nel nome dell’Islam – avevano scritto a inizio settimana – devono prima passare attraverso noi musulmani. Poiché l’Islam significa proteggere i nostri fratelli e sorelle a prescindere dalla loro religione, significa superare l’odio e non sprofondare allo stesso livello dei nemici… Noi musulmani vogliano dimostrare che disprezziamo profondamente ogni tipo di odio nei confronti degli ebrei formando un cerchio umano attorno alla sinagoga“.

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Nella morsa di Isis: Milad: è il nome di un diciasettenne martirizzato da Isis in uno degli attacchi dei giorni scorsi ai villaggi cristiani del Khabour in Siria, solo l’ultimo atto di una storia antica di persecuzioni subite dagli assiri. Che fine faranno i rapiti? Forse al mercato degli schiavi dello Stato islamico, che ha pubblicato un listino prezzi con regolamento ad hoc. Pratica condannata dall’Occidente, ma anche da importanti istituzioni islamiche. In Nigeria, intanto, continuano a saltare in aria bambini trasformati in bombe senza che nessuno se ne assuma in fondo la responsabilità, e l’Europa conta i suoi figli che decidono di unirsi ai jihadisti in Siria e Iraq.

Decine di rapimenti e uccisioni: la morsa di Isis sui villaggi assiri del Khabour

Il comunicato di Aiuto alla Chiesa che soffre

Il genocidio dimenticato dei cristiani siriaci

di Paolo Maggiolini

I prezzi delle schiave di Isis e la condanna delle istituzioni egiziane

Chiara Pellegrino – Regole e prezzi del mercato delle schiave di Isis condannato da alcune istituzioni islamiche

Nigeria: i più innocenti, i più vulnerabili

Francesca Miglio – Intervista a Mons. Matthew Kukah, vescovo di Sokoto

Con Isis, perché amo la morte più di quanto tu ami la vita

Recensione di Maria Laura Conte a Dounia BOUZAR, Ils cherchent le paradis, ils ont trouvé l’enfer

DOCUMENTI

Per un Islam privo di violenza. Dichiarazione dei rappresentanti degli studi di teologia islamica in Germania sui fatti del Medio Oriente

Numero di  febbraio 2015
Fondazione Internazionale Oasis

Sacra violenza? Il nuovo numero di Oasis

Le religioni, soprattutto i monoteismi, sono davvero la causa di violenza come spesso si sostiene? O si limitano ad offrire solo un alibi alle guerre?Oggi, di fronte allo sgozzamento di innocenti per mano di Isis e alla minaccia di attacchi terroristici al cuore dell’Europa, il rapporto tra sacro e violenza torna come interrogativo dirompente, che Oasis ha deciso di indagare. L’ultimo numero (n.20), in uscita in libreria in questi giorni, approfondisce le diverse concezioni di jihad presenti nel mondo islamico, ma anche il contributo che può venire dal confronto con il congedo definitivo dalla violenza compiuto dal Cristianesimo.Per maggiori dettagli sui contenuti del nuovo numero e sulle modalità di acquisto clicca qui.

L’umile tentativo di costruire la pace

Angelo Scola – Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono. Non dovremmo mai dimenticare questa ultima verità

Una tentazione e un’ipotesi

Martino Diez – Un’introduzione alla proposta di Oasis

La politica estera al tempo di Isis e wikileaks

Maria Laura Conte – Intervista al vice Ministro degli Affari Esteri Lapo Pistelli

EVENTI

“Je suis Charlie” e dopo?, Riflessione teatrale.Con Housam Najjair, ex foreign fighter, padre Samir Khalil Samir, islamologo, Adnane Mokrani, docente di teologia islamica.Venezia, Teatro Goldoni, venerdì 20 febbraio, ore 19:00

Che significato aveva la sua preghiera nella Moschea blu? «Io sono andato in Turchia come pellegrino, non da turista. Avevo un motivo religioso: condividere la festa di Sant’Andrea con Bartolomeo. Quando sono andato in moschea non potevo dire “adesso sono un turista”, sono un religioso e ho visto quella meraviglia, il Mufti che mi spiegava le cose con tanta mitezza, dove nel Corano di parlava di Maria e del Battista, e in quel momento ho sentito il bisogno di pregare: per la Turchia, per il Mufti, per me che ne ho bisogno, soprattutto per la pace: Signore, finiamola con le guerre. È stato un momento di preghiera sincera».
Intanbul, il Papa visita la Moschea Blu

 

Si è inchinato davanti al Patriarca: come affronterà le critiche dei conservatori a questi gesti di apertura? «Ci sono resistenze da parte ortodossa e nostra, in questi gruppi conservatori… Ma dobbiamo essere rispettosi con loro e non stancarci di spiegare e dialogare, senza insultare o sparlare. Tu non vuoi annullare una persona, è un figlio di Dio, se lui non vuole parlare io lo rispetto ma non sparlo: ci vuole mitezza e dialogo».

 

  • Francesco: unità con gli ortodossi ?Troppi uomini soffrono per la fame?

Turchia Papa Francesco incontra Bartolomeo I

Basta il dialogo interreligioso? «Il presidente degli Affari religiosi e la sua équipe mi hanno detto una cosa molto bella: “Adesso sembra che il dialogo interreligioso sia alla fine”. Occorre un salto di qualità, un dialogo tra persone religiose di diverse appartenenze: non si parla di teologia ma di esperienza religiosa».

 

DAL CORRIERE DELLA SERA. LEGGI TUTTO:  CLICK

ECUMENISMO

Dichiarazione comune con Bartolomeo I

Noi, Papa Francesco e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, esprimiamo la nostra profonda gratitudine a Dio per il dono di questo nuovo incontro che ci consente, in presenza dei membri del Santo Sinodo, del clero e dei fedeli del Patriarcato Ecumenico, di celebrare insieme la festa di Sant’Andrea, il primo chiamato ed il fratello dell’Apostolo Pietro. Il nostro ricordo degli Apostoli, che proclamarono la buona novella del Vangelo al mondo, attraverso la loro predicazione e la testimonianza del martirio, rafforza in noi il desiderio di continuare a camminare insieme al fine di superare, con amore e fiducia, gli ostacoli che ci dividono.

Ricordiamo anche tutti i popoli che soffrono a causa della guerra. In particolare, preghiamo per la pace in Ucraina, un Paese con un’antica tradizione cristiana, e facciamo appello alle parti coinvolte nel conflitto a ricercare il cammino del dialogo e del rispetto del diritto internazionale per mettere fine al conflitto e permettere a tutti gli Ucraini di vivere in armonia. I nostri pensieri sono rivolti a tutti i fedeli delle nostre Chiese nel mondo, che salutiamo, affidandoli a Cristo nostro Salvatore, perché possano essere testimoni instancabili dell’amore di Dio. Innalziamo la nostra fervente preghiera a Dio affinché conceda il dono della pace, nell’amore e nell’unità, a tutta la famiglia umana.

«Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi» (2 Ts 3,16).

Dal Fanar, 30 novembre 2014

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Ha detto il Papa: i musulmani, gli ebrei, i cristiani, possono fare molto perché torni la pace, possono unirsi e opporre al fanatismo e al fondamentalismo la solidarietà di tutti i credenti, che abbia come pilastri il rispetto della vita umana, della libertà religiosa, che è libertà del culto e libertà di vivere secondo l’etica religiosa.

 

 

 Condanna del fondamentalismo:

la guerra santa non ci appartiene

 (Giampiero Rossi)

 «Siamo qui per far sentire la nostra voce. Condanniamo il terrorismo dell’Isis in modo chiaro e inequivocabile, il concetto di guerra santa non ci appartiene. E questa presa di distanza non è la “nostra”, ma è quella dei cittadini di Milano di cui facciamo parte». Le parole di Davide Piccardo del Caim (Coordinamento associazioni islamiche milanesi) sono il momento centrale del messaggio dei musulmani alla città: «Siamo tutti accomunati dai principi della Costituzione italiana». Gli islamici di Milano (ma non soltanto) si sono radunati ieri in serata in piazza Affari per una fiaccolata «contro il terrorismo e contro l’Isis», come recita il manifesto dell’iniziativa promossa dalla web radio Dirittozero. Un paio di centinaia di persone, molti i giovani e ancor di più le giovanissime donne, hanno bruciato fiaccole e liberato palloncini bianchi con la scritta «No Isis».

No alla violenza

Emoziona molto l’intervento di Chaimaa Fatihi, 21 anni, minuta e sorridente sotto il velo, al primo anno di giurisprudenza a Modena: «Noi siamo contrari a ogni forma di violenza e intolleranza religiosa. Noi condanniamo e deprechiamo ogni forma, anche mascherata di antisemitismo, di persecuzione religiosa, ogni parola d’odio, ogni giustificazione della superiorità della razza o di inferiorità per motivo religioso, di sesso, di convinzione politica». E ancora, nel silenzio assoluto interrotto solo dagli applausi: «Noi rifiutiamo ogni estremismo e soprattutto il Nazismo, le sue camere degli orrori, le sue ideologie mostruose. Quell’orrore è qui che ci minaccia ancora. I criminali dell’Isis sono qui, loro sono i nuovi nazisti. Usano la fede che non gli appartiene per compiere atti ignobili». In piazza c’è anche Gad Lerner, che si è prodigato nei giorni scorsi per dare visibilità all’iniziativa: «È importante questa condanna senza eufemismi e reticenze – commenta – noi della sinistra degli anni ‘70 sappiamo cosa significhi non prendere nettamente le distanze dai “compagni che sbagliano”.

 I partiti

E invece queste persone hanno coraggio a presentarsi qui con i loro volti e a chiamare l’Isis per nome». Alla manifestazione hanno aderito anche la Comunità di Sant’Egidio, il Pd e il Psi. «Questa di fatto è la prima manifestazione milanese contro l’Isis e l’hanno promossa proprio i musulmani, fa notare l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino. «Oggi abbiamo sentito la voce chiara dell’Islam», aggiunge al microfono Stefanio Boeri. «Not in my name», grida un’altra giovanissima oratrice in jeans polo, un filo di trucco e nessun velo, prima che Hamza Piccardo, legga una dolorosa «lettera a un decapitato». Poi i più giovani inscenano un flash mob: che si conclude – sulle note di One degli U2 – con il rogo della bandiera nera dell’Isis».

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Onu, commissario (musulmano) per i diritti umani: «Scandalo che il mondo islamico non protesti contro l’Isis»

 

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Martedì scorso, informa il New York Times, «il massimo rappresentante delle Nazioni Unite sui temi dei diritti umani si è appellato al mondo musulmano perché denunci i crimini “mostruosi”» perpetrati dai banditi del califfo Al Baghdadi in Siria e in Iraq, e «ha definito le azioni dello Stato islamico violazioni sia della legge internazionale che della dottrina islamica».

IL COMMISSARIO ISLAMICO. Il discorso merita particolare attenzione perché a pronunciarlo è stato Zeid Ra’ad Al Hussein, che non solo è un membro della famiglia reale giordana, ma soprattutto è musulmano. Più precisamente, ricorda il New York Times, è «il primo musulmano a essere nominato alto commissario Onu per i diritti umani».

SCENDERE IN PIAZZA. Ma le sorprese non sono finite. Perché l’appello di Al Hussein non era destinato solo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché sostenga gli sforzi per rovesciare l’«ideologia di violenza» dello Stato islamico. L’alto commissario per i diritti umani si è rivolto anche al suo mondo, l’islam. «È inquietante – ha detto Al Hussein secondo il New York Times – che nei mondi arabo e musulmano ci siano state poche se non nessuna dimostrazione pubblica di protesta contro i crimini che si perpetrano in Iraq, nonostante l’esplicita condanna da parte di molti governi arabi e islamici».

SOSPETTI DI GENOCIDIO. Secondo il commissariato Onu per i diritti umani, lo Stato islamico avrebbe compiuto ben tre dei cinque reati catalogati come genocidio e per questo Al Hussein, prosegue il quotidiano americano, «ha invitato l’Iraq a sottoscrivere il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale o almeno a riconoscere la giurisdizione della Corte su eventuali crimini internazionali commessi nella “situazione attuale”».

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Kamel Layachi, Imam nelle comunità islamiche del Veneto e responsabile del dipartimento dialogo interreligioso e formazione del Consiglio delle relazioni islamiche italiane, lancia un appello contro le persecuzioni dei cristiani nel nord dell’Iraq da parte dei miliziani dell’Isil. «Le comunità musulmane – scrive – non possono rimanere passive davanti a questa palese ingiustizia». Il riconoscimento della libertà religiosa e l’impegno per il dialogo sono elementi fondamentali anche per il credente musulmano.

«Le notizie che arrivano dall’Iraq sono sconvolgenti e inaccettabili. Migliaia di Cristiani sono costretti a lasciare le loro città e le loro case dove hanno vissuto per anni e anni. I miliziani del sedicente stato “Islamico” (che in realtà di Islamico ha davvero poco) stanno commettendo atti non islamici e disumani nei confronti dei Cristiani di quel paese.

Io da Imam e da Musulmano mi dissocio da quegli atti ed esprimo la mia massima solidarietà vicinanza alle Comunità Cristiane dell’Iraq. Lo stesso metro di misura che abbiamo usato per denunciare la violenza israeliana contro il popolo palestinese a Gaza lo adoperiamo oggi per condannare, con la stessa convinzione e chiarezza , i crimini di questo gruppo estremista e violento. La comunità internazionale, i paesi del mondo islamico e della Lega araba devono agire in fretta per fermare questi criminali senza scrupoli e senza una briciola di umanità.

Ricordo nuovamente a chi mi legge in queste righe che l’Unione mondiale degli scolari e sapienti musulmani ha duramente condannato le decisioni e gli atti non islamici di questo fantomatico stato chiamato ingiustamente islamico. Chiedo alle Comunità islamiche d’Italia e d’Europa , agli Imam d’Italia e d’Europa , a chi un ruolo di responsabilità nelle Comunità musulmane di denunciare queste pratiche. E di non rimanere passive davanti a questa evidente ingiustizia».

Non ammettono dubbi le parole di Kamel Layachi, imam del consiglio islamico del Veneto, che proprio in queste ore ha diramato un appello sui fatti che stanno avvenendo nell’Iraq settentrionale a opera degli adepti di Abu Baqr al-Baghdadi, autonominatoso califfo dello stato islamico dell’Iraq e del Levante, che come dice l’imam di islamico ha ben poco.

Le sue posizioni Kamel Layachi, vincitore del premio “Fraternità e giustizia – Città di Campobasso” nel 2013 assieme al vescovo Giancarlo Bregantini per il suo impegno in favore del dialogo interreligioso in Italia, le spiega chiaramente in un recente articolo intitolato La libertà religiosa : diritto di ogni persona , dovere di ogni società.

«Il principio su cui si fonda tutto l’insegnamento islamico è l’unicità di Dio “Al tawhid“ – scrive l’imam – Sulla conoscenza profonda di questo principio si basa tutta la vita del musulmano il quale, illuminato da questa fede, si rende conto che il pluralismo e la diversità sono la volontà dell’Unico Dio che ha creato e amato tutti gli esseri e ci chiede di amare tutti come Lui ha amato. Grazie a questa fede, il musulmano riesce a dare un senso alla sua esistenza, a comprendere il senso del creato così diverso e variegato e ad
entrare in relazione con esso in uno spirito di amore scambievole, lealtà e collaborazione: “A ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi” (Corano V,48)».

Questo, scrive Layachi (nella foto con mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina già segretario generale della Cei), è anche il punto di partenza di ogni fedele musulmano per comprendere il suo ruolo all’interno del dialogo interreligioso: «Il musulmano , incontrando credenti di altre religioni , non è coinvolto in un’attività marginale per la propria fede poiché il dialogo interreligioso non esprime una stagione , una moda o una tattica ma un suo modo irrinunciabile di essere. Il dialogo nella vita del musulmano non ha senso soltanto quando i tempi sono favorevoli , quando incontra il consenso di tutti o quando è capace di raggiungere obbiettivi e risultati visibili Le stagioni cambiano , gli umori e i contesti sociali cambiano ma la scelta del dialogo per il musulmano è irreversibile perché il dialogo è religione. Il vero credente che si apre agli altri è colui che dice: ”non sono ancora contento di me stesso”, è colui che dice agli altri: “aiutatemi , ho bisogno anch’io di essere più uomo, più credente in Dio”. I veri credenti sono coloro che cercano di perfezionare, anche attraverso il dialogo , la loro fede e il loro rapporto con Dio convinti che si diventa migliori grazie alle persone che si incontrano, alle parole che si ascoltano, alla vita che si condivide , alle decisioni che si prendono , ai sogni che si custodiscono nei cuori».

Un dialogo che è anche impegno comune, continua l’imam: «La stima reciproca, la lealtà, la fiducia e il mutuo rispetto sono certamente ingredienti e basi fondamentali per un dialogo interreligioso autentico ed utile ma costituiscono solo una tappa in questo importante percorso comune. Per le persone e le comunità impegnate nel dialogo interreligioso vi è quindi la necessità di andare oltre verso un lavoro in rete in settori come la difesa della sacralità della vita, la tutela dei diritti fondamentali della persona (e in primo luogo la libertà religiosa per ogni individuo), la tutela e la promozione della famiglia basata sul matrimonio naturale tra uomo e donna, la bioetica, la salvaguardia del creato, l’economia eco-solidale, la difesa della pace e della giustizia, la condanna di ogni forma di violenza di stampo religioso, la difesa e il rispetto di tutti i simboli religiosi (luoghi di culto , libri sacri , Profeti , leader religiosi, ecc … )».

Ma è la libertà religiosa primo impegno comune. Secondo Layachi questo è un punto di prova fondamentale per le comunità inpegnate nel dialogo interreligioso. Se non si perseguono chiarezza e trasparenza sul diritto fondamentale di professare le proprie convinzioni religiose il dialogo può essere addirittura interrotto. È quanto accade a molte minoranze (e non solo) religiose in molti paesi del mondo contemporaneo. «Per questo motivo – continu al’imam – Musulmani , credenti di altre famiglie religiose e tutti gli uomini liberi ovunque si trovino oggi sono chiamati ad assumere un ruolo sempre più attivo a difesa di questo diritto fondamentale della persona umana. Le istituzioni e le comunità musulmane in particolare, partendo dai propri testi sacri, hanno il dovere di denunciare ogni abuso in questo ambito , rompere il silenzio e assumere una posizione chiara a difesa della libertà religiosa basata sulla dignità di ogni persona».

Riflettendo sull’islam Layachi continua: «Iddio nel Corano riconosce a ogni persona umana una dignità la quale non deve mai essere violata: “In verità abbiamo onorato i figli di Adamo, li abbiamo condotti sulla terra e sul mare e abbiamo concesso loro cibo eccellente e li abbiamo fatti primeggiare su molte delle Nostre Creature” (Corano XVII, 70). “Invero creammo l’uomo nella forma migliore, quindi lo riducemmo all’infimo dell’abiezione” (Corano XCV, 4-5). Il rispetto di tale dignità umana passa attraverso il pieno riconoscimento del diritto alla libertà di cui la libertà religiosa è indubbiamente una delle forme più importanti».

In conclusione Kamel Layachi spiega che «l’Islam considera la libertà religiosa una condizione fondamentale per l’autentica ricerca della verità perciò la fede che si basa sulla costrizione non è autentica e non è valida e considera la libertà religiosa un diritto per ogni individuo e un dovere per ogni società. Per questo motivo , questa libertà fondamentale inerente all’uomo implica che debba essere riconosciuta dal diritto civile e tutelata da ogni violazione dall’ordine civile. Essa deve essere garantita nei giusti limiti e comprende molti aspetti, in particolare, sul piano personale, la libertà di aderire o meno ad una determinata fede religiosa, la libertà di esercizio del proprio culto, la libera scelta da parte dei genitori di educare i propri figli in base alle loro convinzioni religiose, il diritto all’assistenza spirituale in ogni luogo, il diritto all’obiezione di coscienza basata sulla propria fede». Sul piano collettivo invece la libertà religiosa chiede «autonomia organizzativa dell’ente di culto, il libero esercizio del ministero, la libertà della formazione e dell’insegnamento religioso, la libertà di associazione in nome delle proprie convinzioni religiose, la libertà, nei limiti delle leggi vigenti e nel rispetto delle regole di trasparenza, di compiere opere di beneficenza e raccogliere fondi e finanziamenti da destinare a progetti inerenti alla propria attività religiosa».

«I diritti umani fondamentali sono il perno di ogni società civile; e tra questi diritti la libertà religiosa è indubbiamente uno dei più importanti. Conoscere, mettere in pratica e tutelare questi principi nella vita di ogni giorno significa migliorare il mondo in cui viviamo: “Quanto a coloro che fanno uno sforzo per Noi, li guideremo sulle Nostre vie. In verità Allah è con coloro che fanno il bene” (Corano XXIX,69).

La nascita di Is non è un’improvvisa casualità, ma è l’esito non calcolato di decenni di retorica e propaganda islamista, generata anche dalle ambiguità di un secolo di riflessione riformista. L’analisi controcorrente dello studioso egiziano Sherif Younis.

È bene che i pensatori islamici condannino l’esperienza traumatica dello Stato islamico. Ma è importante soprattutto che quest’ultimo sia pensato. Senza un giudizio adeguato, i progetti islamisti potranno essere temporaneamente contrastati, ma mai veramente superati. 

Michele Brignone| mercoledì 17 settembre 2014

Mappa del progetto dello Stato Islamico

L’imporsi dello Stato islamico sulla scena mediorientale e la feroce persecuzione messa in atto dai suoi militanti contro le minoranze non islamiche (cristiani, yazidi) e i musulmani “eretici” (sciiti e sunniti tiepidi) ripropone con inedita drammaticità una domanda che periodicamente investe lo spazio pubblico: l’islamismo violento è un prodotto dell’islam tout court o un mostruoso accidente della storia solo strumentalmente connesso con il Corano? Un’interessante chiave di lettura del fenomeno jihadista emerge dal dibattito che l’avanzata di Isil ha suscitato all’interno dello stesso mondo islamico.

Da quando il 29 giugno scorso è stato proclamato il califfato non sono mancate reazioni contrarie da parte di personalità musulmane di diversa provenienza e sensibilità, in un fronte variegato che comprende tra gli altri importanti pensatori riconducibili ai Fratelli musulmani ed ideologi di al-Qaeda. Pur nella differenza di accenti, tutti contestano sia le ambizioni “califfali” dello Stato islamico sia i suoi metodi efferati.

Tra le voci critiche hanno avuto una certa eco mediatica quelle di due importanti autorità islamiche istituzionali: il Mufti d’Egitto, Shawki Allam, e il Mufti d’Arabia Saudita Abd al-Aziz Al al-Shaykh. Allam ha affermato che «l’organizzazione dello Stato islamico è un pericolo per l’Islam», specificando che «è un grave errore descriverla come Stato Islamico perché essa contraddice tutti i valori islamici e le finalità della sharî‘a». A queste parole, usate dal Mufti anche in una recente intervista a questo giornale, è seguita una campagna lanciata dalla Dar al-Ifta egiziana (l’istituzione, presieduta dal Mufti, preposta ad emettere fatwe) affinché nei mezzi di informazione la dicitura “Stato islamico” sia sostituita con “l’organizzazione terrorista Isil”. Con toni simili si è espresso il Mufti d’Arabia Saudita, il quale ha dichiarato che «l’estremismo e la violenza non hanno niente a che fare con l’Islam, che essi sono il suo primo nemico e che i musulmani le loro prime vittime».

Naturalmente è confortante sapere che molti musulmani non si riconoscono nelle idee e nelle azioni dello Stato islamico. Ma le affermazioni di una sua generica estraneità al “vero” islam rischiano di essere oggettivamente insoddisfacenti, come ha mostrato lo studioso egiziano Sherif Younis, uno dei più acuti e competenti interpreti del pensiero arabo e islamico moderno (anche se pressoché ignoto in Occidente), in due articoli pubblicati rispettivamente il 18 agosto e il 1° settembre scorsi sull’importante quotidiano egiziano Al-Ahram. Nel primo, intitolato “L’ideologia dello Stato islamico e il risveglio islamista”, Younis scrive senza reticenze e con una franchezza rara nel dibattito pubblico dei Paesi arabo-islamici che «accusare organizzazioni violente come questa [lo Stato islamico] di ignorare semplicemente l’Islam è una sorta di grave semplificazione, se non di connivenza. La realtà è che la violenza fa parte del risveglio islamista e si fonda sulla riattivazione di elementi tradizionali esistenti. Gli amplificatori giganteschi nelle moschee, soprattutto in quelle dei quartieri che ospitano una popolazione cristiana, il boicottaggio delle piccole botteghe di proprietà dei cristiani, l’accusa di empietà lanciata contro i pensatori liberali critici verso i discorsi o i libri islamisti, che implica l’invito a ucciderli, i tentativi reiterati di inserire il reato di apostasia nella legislazione egiziana e in generale i discorsi istigatori contro tutti i diversi, sia per religione che per idee, costituiscono negli anni gli elementi ideali che riconosciamo oggi nella pratica dello Stato islamico. E si sa che i metodi d’insegnamento di Al-Azhar [l’importante moschea-università del Cairo] usati nelle madrase sono pieni di idee simili. L’ideologia dello Stato islamico non è altro che il coronamento del movimento di risveglio islamista dal momento che esso applica ciò che gli altri islamisti dicono».

Ultima tappa di un lungo processo, il radicalismo di Isil va situato secondo Younis nell’ «egemonia ideologica del risveglio islamista», nata dall’incontro, nella prima metà degli anni ’60, tra gli scritti takfiristi (incentrate sul takfîr, l’accusa di empietà lanciata contro i musulmani “devianti”) di Sayyid Qutb e la gioventù universitaria egiziana. Ma se il “bombardamento ideologico” islamista ha una storia ormai quarantennale, le sue premesse sono precedenti. È il tema del secondo articolo di Younis, intitolato “Lo shaykh Muhammad ‘Abduh e il fondamentalismo”, in cui lo studioso mette in discussione una lettura consolidata del pensiero islamico moderno, individuando nella riflessione del riformista egiziano ‘Abduh (m. 1905) la radice dei problemi dell’Islam contemporaneo e non, come molti sostengono, la loro soluzione.

Secondo le interpretazioni più diffuse anche in Occidente, il movimento di riforma dell’Islam che prende avvio alla fine del XIX secolo si sviluppa in due fasi: la prima, progressiva e illuminata, inizia con ‘Abduh e culmina nel grande intellettuale liberale Taha Husayn; la seconda, regressiva e oscurantista, parte dal fondatore dei Fratelli musulmani Hasan al Banna e sfocia nell’islamismo violento. Younis contesta tale lettura collocando ‘Abduh all’origine di entrambe le traiettorie. ‘Abduh non sarebbe il responsabile diretto della nascita del fondamentalismo, ma ne avrebbe creato i presupposti teorici attraverso la combinazione di un duplice meccanismo: il superamento delle differenze (storicamente ammesse) tra le diverse scuole giuridiche sunnite a favore di un’interpretazione unitaria ed esclusiva dell’Islam e il ritorno alle origini come strada per il rinnovamento non solo religioso ma anche sociale e politico. Utilizzati da ‘Abduh in senso modernista (sono note le aperture del pensatore egiziano su temi come i diritti delle donne o l’attività economica), questi due assi avrebbero preparato il terreno alla mitizzazione e all’assolutizzazione ideologica dell’unità islamica – intesa come omogeneità – e dell’esperienza delle prime generazioni di musulmani. In questo modo lo sviluppo dell’islamismo non sarebbe solo la perversione accidentale di un percorso virtuoso inaugurato dall’islam liberale, ma l’esito necessario dell’impostazione con cui i pensatori musulmani hanno tematizzato il complesso rapporto tra islam e modernità.

Per capire, al di là degli aspetti più specialistici, i termini della questione, si può paragonare tale dibattito a quello che a partire dagli anni ’40 ebbe luogo in Italia intorno all’interpretazione del fascismo. Per Croce il fascismo era il frutto di una crisi culturale momentanea, una “parentesi” irrazionale nello sviluppo razionale della storia europea. Secondo Del Noce, che riprendeva le idee di Noventa, esso non rappresentava «un errore contro la cultura», ma un «errore della cultura», e solo questa prospettiva avrebbe impedito la nascita di nuovi fascismi.

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Siria, le europee che sposano i jihadisti. “Matrimoni via chat prima di partire”

L’ultimo caso è quello delle gemelle 16enni di origini somale partite da Manchester. L’intelligence francese ha ricevuto decine di segnalazioni di giovani che vorrebbero volare a Damasco per offrirsi ai combattenti

Siria, le europee che sposano i jihadisti. “Matrimoni via chat prima di partire”

Lasciano l’Europa per andare in Siria e sposare jihadisti che combattono contro il regime diBashar al-Assad o contro i ribelli. E spesso si sposano via videochat prima di partire, per potere viaggiare da sole senza violare la morale islamica. E’ l’”esercito” delle musulmane occidentali, che secondo una ricerca dell’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) di Londra è in aumento e continua a ricevere richieste di affiliazione. Nello studio sono citati numerosi casi di donne partite dal Regno Unito, ma anche dalla Francia, dal Belgio, dalla Svezia e dalla Serbia. Ultimo caso è quello delle gemelle 16enni di origini somale partite da Manchester e giunte in Siria per offrirsi in spose ai combattenti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil). Secondo ilDaily Mail, il loro fratello era già stato arruolato dai miliziani mentre le due ragazze sono fuggite di casa in piena notte e salite su un aereo per Istanbul. Da lì hanno poi chiamato i genitori per dire che non avevano intenzione di tornare in patria.

Si stima che siano 1.500 i cittadini britannici a combattere contro il regime di Assad. Il capo della polizia di Manchester, Peter Fahy, ha denunciato il ”lavaggio del cervello” fatto ai giovani che “stanno tentando di entrare in Siria”. In particolare, le ragazze “credono di andare là per diventare spose del jihad, lasciando a casa genitori disperati”. Tra i casi citati dal rapporto del centro inglese, quello di quattro donne britanniche, due di Portsmouth, una di Londra e una del Surrey, che sono andate in Siria per sposare jihadisti anglofoni. Tre delle donne, pur vivendo nelRegno Unito, sono originarie di paesi arabi, mentre una di loro è una britannica convertita all’Islam. Poi, secondo lo studio, ci sono altre decine di donne e ragazze in altri Paesi europei.

 

“Sono amori nati via chat o su forum online“, spiega Shiraz Maher, uno degli autori dello studio inglese. “Spesso i matrimoni sono celebrati via videochat, in modo che le donne possano viaggiare sole verso la Siria, senza violare la rigida morale islamica”. L’Icsr ha creato un database del profilo di 190 europee che nell’ultimo anno si sono unite a gruppi jihadisti: due su tre hanno preferito andare tra le fila del nascente Califfato islamico dell’Isil. Se al conto si uniscono gli uomini, “fra 2011 al 2013 dall’occidente fino a 11mila persone sono andate in Siria per combattere il governo di Assad”.

Non mancano aspiranti jihadiste anche in Francia, dove metà dei militanti che partono alla volta dei Paesi arabi è donna. Dati che arrivano dalla nuova piattaforma telefonica lanciata a fine aprile dal governo di Parigi per raccogliere segnalazioni sui “combattenti” che cercano di andare tra le fila degli eserciti islamici in Siria. Aperta da poco più di due mesi, la piattaforma ha ricevuto oltre 200 chiamate, e di queste oltre il 45% riguarderebbe donne prevalentemente di nazionalità francese.

Nelle fila dei combattenti estremisti in Siria, spiegano alcuni esperti dell’intelligence transalpina citati dal sito di Le Figaro, le donne francesi sarebbero oggi tra 100 e 150, oltre un terzo dei militanti arrivati dalla Francia. Ma rispetto alle segnalazioni, quelle di potenziali guerriglieri donne sono maggiori rispetto a quelle maschili. “I genitori di queste ragazze, in gran parte musulmaniprovenienti da zone svantaggiate, sono più attenti alle derive delle loro figlie che a quelle dei ragazzi”, spiega l’ex capo della sicurezza dei servizi segreti interni Alain Chouet al quotidiano francese. Così, per i ragazzi, che godono di “una libertà abbastanza ampia”, diventa più facile avvicinarsi agli ambienti islamici radicali e organizzare una partenza per la Siria, rispetto a quanto lo sia per le figlie femmine. Ai casi delle spose europee, secondo il quotidiano Asharq al-Awsat, devono aggiungersi quelle che ad Aleppo, secondo i ribelli, sono costrette a sposare gli jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante.

Mercoledì 29 maggio 2013

presso  il Monastero di Santa Cecilia  in Trastevere/Roma

una delegazione del Coordinamento Italiano di RELIGIONS FOR PEACE incontrerà la delegazione  della: INTERCULTURAL DIALOGUE PLATFORM di Istanbul per uno scambio di esperienze sul ruolo della cooperazione  tra le religioni per la coesistenza pacifica nel Mediterraneo.

L’incontro è aperto.

Al termine chi lo desideri potrà partecipare alla celebrazione dei vespri presso la basilica di Santa Cecilia.

 

L’incontro è co-organizzato da:

 Intercultural  Dialogue Platform– Istanbul, 

 Religions for Peace – Italia,  

Istituto Tevere – Roma (DIALOGO TRA CRISTIANI E MUSULMANI A ROMA)

 

Carissime sorelle e fratelli

sono fra Antonio Salinaro OFM, 

che insieme al consiglio nazionale per il dialogo ecumenico e interreligioso dell’ordine dei frati minori, (COMPI)

vi informiamo che dal 8 aprile al 10 aprile ad Assisi “casa Leonori,- Santa Amria degli Angeli-, 

ci sarà un convegno di dialogo interreligioso dal titolo “io Credo”:  un cristiano, un musulmano e un ebreo,  testimoniano cosa significa credere nella loro fede.

vi ringrazio calorosamente e fraternamente!

fra Antonio Salinaro OFM

Depliant:

Io credo

esecutivo

 

 

Mi sono imbattuta in una storia che, di questi tempi in cui l’attualità non fa altro che rimarcare incomunicabilità culturali e settarismi vari, mi ha fatto tirare un po’ il fiato. È la storia di un’amicizia e di un’impresa “alla moda” che però già dal nome, “A Peace treaty”, cioè “trattato di pace”, rivela la sua peculiarità. L’amicizia è quella tra Dana Arbib, ebrea libica nata in Israele, e Farah Malik, musulmana pakistana, entrambe vissute per alcuni anni in Canada (ma incontratesi casualmente a Roma, cinque anni fa, per un matrimonio di amici) e oggi giovani imprenditrici newyorkesi, dove hanno realizzato il loro sogno comune.

Pur provenendo da contesti culturali completamente diversi, infatti, Dana e Farah hanno scoperto di condividere due passioni: l’impegno sociale – la prima attraverso l’attività filantropica di famiglia, la seconda con il suo lavoro in un’organizzazione non profit di educazione sui i diritti umani – e la creatività. Due ingredienti che hanno unito in un’idea con cui, nel 2008, hanno deciso di buttarsi sul mercato: una linea di gioielli e foulard fatti a mano che valorizza tecniche artigianali tradizionali di varie zone del mondo, offrendo una chance economica ai produttori locali in crisi e permettendo di mantenere in vita abilità a rischio di scomparire.

L’aspetto più interessante del progetto A peace treaty è che non si tratta di un’esperienza di nicchia, destinata a un mercato alternativo di consumatori particolarmente sensibili. Forse grazie alla notevole professionalità delle due imprenditrici – Dana proveniva da una collaborazione con il marchio di moda DKNY, mentre Farah aveva completato un master in Media politici e cambiamento sociale alla London School of Economics – i gioielli e gli accessori della loro linea hanno da subito trovato accesso anche alle pagine delle riviste patinate di massa, da InStyle a New York Magazine e Marie Claire.

CONTINUA A LEGGERE QUI:

http://zappa.missionline.org/?p=99

 

 

LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE E L’ECUMENISMO

Convegno nazionale dei Delegati diocesani
Napoli, 19-21 novembre 2012
Il prossimo Convegno nazionale dei Delegati diocesani per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso sarà dedicato a “La nuova evangelizzazione e l’ecumenismo”. Si svolgerà a Napoli, presso il Grand Hotel Oriente, da lunedì 19 a mercoledì 21 novembre 2012.

La settima Parola: «Non commettere adulterio»

Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei
17 gennaio 2013
Pubblichiamo il testo del Sussidio per la Giornata ed il modulo con cui i delegati diocesani possono fare richiesta delle copie.

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

18-25 gennaio 2013
“Quest’anno la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci invita a riflettere sull’importantissimo e ben noto testo del profeta Michea …” Pubblichiamo i testi utili per la prossima Settimana di preghiera.

 

I giovani di Taizé in diocesi di Roma a fine dicembre


La comunità di Taizé, in stretta collaborazione con il Vicariato di Roma e la pastorale giovanile, sta organizzando un incontro europeo di giovani a Roma, che sarà la 35a tappa di un “pellegrinaggio di fiducia sulla terra”. Per parteciparvi, dal 28 dicembre 2012 fino al 2 gennaio 2013 saranno riunite nella capitale italiana diverse decina di migliaia di giovani.
leggi tutto »

                                                       

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LA NEWSLETTER DI MISSIONLINE.ORG – 23 OTTOBRE 2012

LA TESTIMONIANZA: «CRISTIANI E MUSULMANI: CHE COSA ABBIAMO IMPARATO IN NIGERIA»

 Che cosa hanno detto al Sinodo due vescovi del Paese da mesi scosso dagli attentati dei Boko Haram: «La nostra esperienza ci insegna che esistono molti tipi di musulmani. Dobbiamo riconoscerli e non chiuderci»

SIRIA E LIBANO: I GIORNI PIU’ DIFFICILI

L’autobomba di Beirut e i rischi di un’estensione del conflitto. Gli attentati e i rapimenti contro i cristiani a Damasco. E intanto i profughi continuano ad aumentare

 IO MUSULMANA E LO «SPIRITO» DI TIBHIRINE

Amal, una ragazza marocchina che vive in Italia, è tornata in Marocco per incontrare il monaco sopravvissuto nel monastero di Midelt. Il suo racconto sul blog di Luigi Accattoli

 

Beirut (Agenzia Fides) – “La visita di Benedetto XVI in Libano ha mostrato al mondo che il popolo libanese, cristiani e musulmani, è tutto dalla stessa parte, mentre i partiti e le fazioni si dividono e generano conflitti. La speranza è che anche gli uomini politici in Libano imparino qualcosa dallo spettacolo di unità che si è visto nei giorni della visita papale”. Così spiega all’Agenzia Fides Muhammad Sammak, consigliere politico del gran Mufti del Libano e Segretario generale del Comitato libanese per il dialogo islamico-cristiano. I giorni del Papa in Libano sono stati per tutti una parentesi di sollievo nella fase a rischio di nuove lacerazioni vissuta dal Paese dei cedri. Sammak racconta questa percezione condivisa attraverso un aneddoto: “Le reti televisive per qualche giorno si sono concentrate sulla visita papale, e i politici con le loro contrapposizioni sono spariti dagli schermi. Tutti erano felici di ciò, e si auguravano anche per questo che il viaggio papale in Libano durasse più a lungo”.
Sammak confida a Fides di essere l’autore del messaggio che il gran Mufti Mohammed Rashid Gabbani ha consegnato al Santo Padre Benedetto XVI durante il suo incontro con i rappresentanti delle comunità islamiche: “Ho espresso in quel testo il concetto che ogni male fatto a un cristiano è una male fatto a tutti i musulmani, e ogni attacco portato a una chiesa è un attacco contro tutte le moschee. Un messaggio che si può ritrovare negli insegnamenti stessi del Profeta Muhammad”. Il consigliere del gran Mufti definisce “fenomenale” lo spirito con cui tutte le componenti musulmane hanno preso parte ai diversi momenti della visita papale: “Le relazioni tra sunniti e sciiti ora in Libano non sono buone, eppure tutti hanno partecipato insieme agli incontri ufficiali, alla Messa, ai momenti di benvenuto e di arrivederci”.

Sammak valorizza l’approccio alle relazioni tra cristiani e musulmani espresso da Benedetto XVI nei suoi discorsi: “Il Papa ha presentato la libertà religiosa come la madre di tutti i diritti. E mi colpisce quando dice che l’antidoto agli estremismi non è la tolleranza. Non vogliamo relazioni islamo-cristiane basate solo sulla tolleranza. Esse si devono fondare sui diritti di cittadinanza condivisi tra tutti i cittadini, e poi sulla mutua fiducia e l’amore reciproco. La tolleranza, da sola non è sufficiente”.
LEGGI TUTTO SU:  http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=39861&lan=ita

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Papa Benedetto ha definito la primavera araba «positiva», ma ha dato una strigliata agli estremismi: «Il fondamentalismo è sempre una falsificazione delle religioni». Con questa frase, dettata in aereo, è atterrato.

LEGGI TUTTO SU: http://www.ilgiornale.it/news/interni/papa-libano-sfida-lintegralismo-falsifica-fede-837572.html

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Tre giorni di viaggio, otto discorsi, incontri ecumenici e interreligiosi (oltre che ovviamente con la comunità cattolica), un documento di magistero da consegnare (l’esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Medio Oriente) e una parola che riassume tutto l’itinerario: pace. Pax vobis è infatti il tema scelto dagli organizzatori.
LEGGI TUTTO SU: http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/benedetto-XVI-pellegrino-di-pace.aspx
 
 

 

 Amnesty International ha sollecitato il Consiglio supremo delle forze armate egiziane a spiegare come mai una manifestazione contro la discriminazione religiosa sia finita in un bagno di sangue, che domenica 9 ottobre 2011 al Cairo ha causato almeno 25 morti e oltre 200 feriti. 

L'organizzazione per i diritti umani pretende di sapere chi abbia dato l'ordine di inseguire e investire i manifestanti coi blindati lanciati a tutta velocità nelle strade del Cairo; se la polizia militare e le altre forze di sicurezza non hanno ricevuto ordini del genere, la domanda riguarda la loro capacità di gestire l'ordine pubblico nel corso delle manifestazioni.

Amnesty International si è detta inoltre preoccupata per il comportamento della televisione di stato, che ha incitato gli egiziani a sostenere e "difendere" le forze armate dagli attacchi dei manifestanti. Gli studi di due emittenti televisive che stavano facendo la cronaca delle proteste in modo evidentemente diverso, 25TV e Al Hurra, sono stati oggetto di un'irruzione dei militari.

I copti costituiscono il dieci per cento della popolazione e subiscono una discriminazione ufficiale, che comprende la negazione di luoghi di culto. Le proteste del 9 ottobre erano scaturite da un attacco contro una chiesa copta nella provincia di Assuan il 30 settembre.

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO SU AMNESTY INTERNATIONAL QUA

Mentre le cronache riportano il numero crescente di morti e feriti che rimangono a terra durante le manifestazioni dei copti e monta la tentazione – soprattutto dei media – di spiegare troppo frettolosamente quello che accade,

Oasis propone una testimonianza di una giovane musulmana che, dall’interno della manifestazione, racconta quello che ha visto e udito.

Rileggere questa esperienza diretta è un modo per entrare in un mondo che è stato letteralmente scompaginato dalle rivolte dell’inizio del 2011.

Clicca qui per leggere la testimonianza

Della mia testimonianza desidero chiarire quanto segue:

- Il corteo dei copti era pacifico fin dall’inizio e c’erano molti musulmani e gente comune che solidarizzava con i manifestanti;

- I teppisti hanno attaccato la gente due volte, una al tunnel Ahmed Helmy e la seconda vicino al Ramsis Hilton;

- L’esercito ha sparato a salve e con proiettili veri sulla gente e i blindati hanno schiacciato i giovani che stavano nelle prime file. Così testimoniano moltissime persone. Ho visto i segni dei proiettili sui loro corpi;

- La questione all’inizio non era per niente confessionale al contrario di quanto dicono televisione e Consiglio militare per incendiare gli animi. Sono loro che cercano di farla apparire così.


Questa è la mia testimonianza davanti a nostro Signore. Chi vuole crederci, è benvenuto. Chi non vuole, vada a guardarsi il Primo Canale, si faccia un bel lavaggio del cervello e si tolga dai piedi.

(originale: dialetto egiziano. Traduzione Martino Diez)

Per approfondire la comprensione  della cosiddetta  "primavera egiziana" , con riflessioni riguardanti anche l'aspetto religioso clicca  qua

Il mix di regimi non democratici, incapaci di governare e sempre più impopolari, e di ingerenze straniere che scatenano conflitti dallo Yemen, all’Iraq, al Libano, alla Palestina, non può che portare alla progressiva disgregazione delle società arabe e a indicibili sofferenze per tutti i gruppi che le compongono – siano essi maggioritari o minoritari.

A questo proposito un’ultima osservazione appare doverosa: quando l’Europa si indigna per gli attacchi ai danni dei cristiani in Egitto o altrove in Medio Oriente, definendo tali attacchi come vere e proprie “persecuzioni”, mentre ignora le sofferenze di intere popolazioni nella regione; quando denuncia i massacri di cristiani in Iraq mentre dimentica le continue stragi di sunniti e sciiti, in gran parte dovute al contributo determinante dell’intervento “occidentale” in quel paese; quando condanna l’estremismo “islamico” mentre tace dei massacri di musulmani afghani che avvengono per opera delle forze NATO dispiegate in Asia centrale, o distoglie gli occhi quando vengono trucidati palestinesi e libanesi per mano dei bombardamenti israeliani; quando agisce in questo modo, lungi dal “proteggere” i cristiani in Medio Oriente, l’Europa favorisce la logica dello “scontro di civiltà” e fa apparire tali cristiani come “alleati” di un Occidente ostile, invece che come una componente essenziale di un mondo – quello arabo-islamico – che storicamente è sempre stato caratterizzato da un tessuto multiconfessionale e multietnico.

 
  

  • 1

    • Lammas - Christian
    • Fast in honor of Holy Mother of Lord Jesus - Orthodox Christian
    • Ramadan begins * ** - Islam
  • 6

    • Transfiguration of the Lord - Orthodox Christian
  • 9

    • Tisha B'Av * - Jewish
  • 13

    • Raksha Bandhan ** - Hindu
  • 13-15 **

    • Obon - Shinto
  • 15

    • Assumption of Blessed Virgin Mary - Catholic Christian
    • Dormition of the Theotokos - Orthodox Christian
  • 22

    • Krisha Janmashtami ** - Hindu
  • 26

    • Lailat al Kadr * ** - Islam
  • 29

    • Beheading of John the Baptist - Christian
  • 31-September 2

    • Eid al Fitr * ** - Islam

*

*

Auguriamo alle amiche ed agli amici musulmani
un Ramadan 1432 ricco di benedizioni.

Esprimiamo la vicinanza spirituale
nell’armonia delle preghiere
i ogni tradizione religiosa.

Invochiamo il coraggio
di superare le diffidenze reciproche
e lavorare insieme per giustizia e pace

RELIGIONS FOR PEACE

Monsignor Celata in un messaggio rivolto ai musulmani per l’inizio del mese di digiuno:
“Assicuriamo la nostra vicinanza spirituale”

di Redazione Vatican Insider, 1/08/2011
 

In occasione dell’inizio del Ramadan, il mese di digiuno dei musulmani, Monsignor Pier Luigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ha rivolto loro un augurio: “Ai nostri fratelli musulmani assicuriamo anzitutto la nostra vicinanza spirituale, formulando l’augurio che essi possano realizzare tutto quello che il loro cuore di credenti in Dio desidera per se stessi e per tutti gli uomini, come una maggiore attenzione ai poveri e agli emarginati, una maggiore solidarietà, il rispetto per la vita di tutti e la pace”.

“I cristiani – ha detto l’arcivescovo ai microfoni della Radio Vaticana – sono chiamati in particolare, in questo periodo, ad essere testimoni diquella premura per l’uomo, per ogni uomo e per ogni donna, di cui li fa capaci Gesù, morto e risorto per tutti. Quindi è naturale la loro attesa che le nuove strutture istituzionali previste in alcuni Paesi siano espressione di un autentico rispetto per la dignità di ogni persona e dei suoi diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto a un’effettiva libertà religiosa”.

leggi qui


Il testimone del mese

Myrna Nazour_Pagina_01
Mirna Nazzour 

In questi anni la casa di Soufanieh ha accolto cordialmente i pellegrini, in tutta la sua semplicità, come ai primi giorni degli avvenimenti. Myrna, Myriam, John-Emmanuel, Nicolas e sua madre Alice, continuano ad accogliere cordialmente pellegrini di tutte le confessioni, provenienti da tutto il mondo, con semplicitá, umiltà, generosità, impregnata dello spirito del vangelo e con un dono totale che riflette la loro missione.
 

Scarica tutta l'intervista:
Myrna Nazour

 

 


Sono cattolica e mio marito è ortodosso, ma questo non ci impedisce di amarci. Tutti abbiamo una famiglia alla quale apparteniamo, ma dobbiamo amarci indipendentemente dalle nostre origini, pregare insieme, prendere parte insieme all’eucarestia, senza che nessuno impedisca all’altro di amare Cristo. Per me ci sarà unità quando vedrò un vescovo ortodosso e uno cattolico celebrare insieme la messa. Quando ci sarà unità tra i cristiani, le varie sètte si ridurranno notevolmente. Se esistono, infatti, è solo per la nostra debolezza. Dobbiamo unirci e lavorare insieme. Quando lo faremo, riusciremo ad occuparci di un maggior numero di anime. Dio è molto più contento e soddisfatto di noi se ci impegniamo a raccogliere anime piuttosto che a costruire chiese, perché non ha bisogno di una dimora di mattoni, ma dei cuori della gente.

 

 

http://www.soufanieh.com/ITALIAN/general.htm

 


Il libro del mese

 Il testo accompagna alla scoperta di come Maria
non sia soltanto nel cuore della fede, pietà e arte del mondo cattolico
ma sia presente anche nell'Islam
,
attraverso testimonianze, racconti e prassi che a volte differiscono
dalla tradizione cristiana e tuttavia ne mantengono
le caratteristiche fondamentali
di madre vergine di Gesù, l'eletta da Dio.

Luigi Bressan, in due ampi capitoli, mostra l'evoluzione storica
nell'iconografia musulmana della figura di Maryam,
arricchendo la ricerca con la riproduzione di oltre settanta immagini
che vanno dal Bangladesh all'India,
alla Persia e all'Impero ottomano, (..)
Molte miniature, difficilmente rintracciabili,
sono qui raccolte per la prima volta.
 
Unica per la ricchezza di testimonianze pittoriche
e la multidisciplinarità delle prospettive,

quest'opera non mancherà di suscitare sorprese,
offrendo un contributo
al dialogo interculturale e interreligioso.


Molti sono i santuari mariani dell'Oriente
dove cristiani e musulmani
venerano Maria, madre di Gesù


 PAKISTAN,
"MARIAMABAD"

 
Cristiani, musulmani e indù pellegrini a
Mariamabad, il villaggio di Maria
Nel 2009 ha compiuto 60 anni la festa dedicata alla Madonna in una delle più antiche località cristiane del Paese.  Nella storia del luogo anche il racconto della mucca portata da una famiglia islamica per ringraziare di un miracolo.

 SIRIA
"SANTUARIO
DI SEDNAYA"

 
30 km a sud di Damasco e si afferma che di tutto il Medio Oriente sia la località più visitata da pellegrini, dopo Gerusalemme.  Essa è considera­ta anzitutto il posto dove Noè piantò la prima vigna e spremet­te il primo vino dopo il diluvio u­niversale. Ma soprattutto vi si ve­nera un’immagine della Madon­na, dipinta – si afferma – dallo stesso evangelista san Luca, at­torno alla quale nel 594 fu co­struito un santuario per volere dell’imperatore Giustiniano, do­po che ebbe una visione della Vergine mentre egli era a caccia.    Il monastero è retto da ortodossi ed è frequentatissimo; molte so­no le donne di diverse religioni che ci vengono, an­che perché è fede condivisa che chi passa una notte in preghiera in quel santuario otterrà di sicu­ro il dono della maternità.

 

 LIBANO
"NOSTRA SIGNORA
                              DEL LIBANO"

La devozione islamica verso la Madonna si riscontra in modo evi­dente a chi visiti il Santuario di Nostra Signora del Libano sopra Beirut, ma essa è un fatto presen­te nel mondo intero e corrispon­de all’eccezionalità della figura di Maryam secondo lo stesso Cora­no. Recentemente, cristiani e musulmani del Libano hanno proposto di proclamare il 25 marzo, festa dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria, festa nazionale. L’idea è stata uf­ficialmente accolta dal primo mi­nistro Saad Hariri, sunnita mu­sulmano, e dichiarata, a partire dal 2010, ricorrenza festiva «na­zionale islamo-cristiana». La na­zione che più riscontra una tale realtà è la Siria.

 Per approfondire clicca   qui  e    qui