Crea sito

Entries tagged with “pace”.


Risultati immagini per thirst of peace assisi

 

 

Assisi, 18 – 20 Settembre 2016

SETE DI PACE – RELIGIONI E CULTURE IN DIALOGO

SPIRITO DI ASSISI 1986-2016 

30 anni di dialogo interreligioso ed ecumenico

 

Cos’è lo “Spirito di Assisi”, 30 anni di pace

Ad Assisi dal 18 al 20 settembre 2016, sarà celebrato il 30° anniversario della storica giornata del 27 ottobre 1986 voluta da san Giovanni Paolo II, che rappresentò la sorgente di quello “Spirito di Assisi” che si è diffuso da allora in tanti angoli del mondo.

A trenta anni di distanza, ancora una volta, uomini e donne di religione e di cultura si ritroveranno ad Assisi, nella città che San Giovanni Paolo II ebbe a definire “il luogo che la serafica figura di san Francesco ha trasformato in un centro di Fraternità universale”. Il meeting intende raccogliere le sfide del mondo contemporaneo attraverso un dialogo sincero e fattivo, per generare un clima di fiducia, di rispetto e collaborazione, tanto prezioso alla costruzione di un futuro migliore per l’umanità

Il meeting del 30° Spirito di Assisi” si svolge, come è ormai tradizione , attraverso un assemblea plenaria di Inaugurazione, nel pomeriggio di domenica 18 settembre, a cui faranno seguito il lunedì e il martedì mattina, in tre sessioni, circa 30 panel sui temi emergenti del dialogo interreligioso e della giustizia e pace nelle società contemporanee. i tre giorni saranno conclusi da una cerimonia finale in piazza, dove sarà proclamato e firmato un comune appello appello di pace.

I partecipanti previsti, nazionali e internazionali, saranno oltre 400 oltre ad alcune migliaia di convegnisti presenti ai diversi momenti dell’incontro.

L’evento commemorativo, quest’anno, viene promosso dalla Diocesi di Assisi, dalle famiglie Francescane, dalla comunità sant’Egidio insieme ad altri movimenti e aggregazioni ecclesiali, in collaborazione con la conferenza espiscopale Umbra, la Regione Umbria e il Comune di Assisi. Vedrà la partecipazione di leaders delle chiese cristiane e delle grandi religioni, di esponenti del mondo politico e culturale internazionale oltre a rappresentanti di governi provenienti da diverse aree del mondo.

Il meeting di Assisi 2016 avrà luogo, significativamente, nel corso dell’Anno Santo della Misericordia, voluto da Papa Francesco. Si colloca sulla scia di innumerevoli altri incontri nazionali e internazionali vissuti nel trentennio nello “spirito di Assisi”, promossi dalla Comunità Sant’Egidio e da altre aggregazioni ecclesiali.

PER TUTTE LE INFO CLICCA QUI

 

Cristiani e musulmani sono fratelli

 papa-africa

Lo ha ribadito Papa Francesco alla Moschea centrale di Bangui a Koudoukou dove ha incontrato la Comunità Musulmana nella repubblica Centro Africana.

 

Dobbiamo dunque considerarci come tali, comportarci come tali. Sappiamo bene che gli ultimi avvenimenti e le violenze che hanno scosso il vostro Paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi.

Chi dice di credere in Dio dev’essere anche un uomo o una donna di pace. Cristiani, musulmani e membri delle religioni tradizionali hanno vissuto pacificamente insieme per molti anni”

 

- LEGGI ANCHE: Il Papa in Africa, lotta alla strumentalizzazione delle religioni

 

- LEGGI ANCHE: L’Africa del viaggio di Papa Francesco

 

 

Il Papa e l'imam di Koudoukou nella Moschea di Bangui, nella Repubblica Centrafricana

Il Papa e l’imam di Koudoukou nella Moschea di Bangui, nella Repubblica Centrafricana

Il no alla ‘teologia politica’, ribadito dal Papa in Africa

02/12/2015 12:31Secondo Massimo Borghesi, docente di filosofia morale all’Università di Perugia, il filo rosso che ha legato le tre tappe del viaggio africano di Francesco è stata la condanna alla ‘teologia politica’

 

Il Papa con l'imam di Bangui

Il Papa con l’imam di Bangui

Card. Filoni: anche musulmani aprano Porta Santa della misericordia

02/12/2015 12:02Una nuova speranza per la pace, il dialogo e la giustizia: Così il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha definito il viaggio di Papa Francesco in Kenya, Uganda e Centrafrica.

 

IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO  

DELLA PROMULGAZIONE DELLA

DICHIARAZIONE CONCILIARE  

“NOSTRA AETATE”  

Piazza San Pietro Mercoledì, 28 ottobre 2015

Selfie "interreligioso" con il Papa - REUTERS

Ricordare insieme i 50 anni della Nostra Aetate
“Nelle Udienze Generali – ha esordito Papa Francesco – ci sono spesso persone o gruppi appartenenti ad altre religioni; ma oggi questa presenza è del tutto particolare, per ricordare insieme il 50° anniversario della Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra ætate sui rapporti della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane. Questo tema stava fortemente a cuore al beato Papa Paolo VI, che già nella festa di Pentecoste dell’anno precedente la fine del Concilio, aveva istituito il Segretariato per i non cristiani, oggi Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Esprimo perciò la mia gratitudine e il mio caloroso benvenuto a persone e gruppi di diverse religioni, che oggi hanno voluto essere presenti, specialmente a quanti sono venuti da lontano”.

Aggiornamento della Chiesa nella fedeltà
“Il Concilio Vaticano II è stato un tempo straordinario di riflessione, dialogo e preghiera per rinnovare lo sguardo della Chiesa Cattolica su se stessa e sul mondo. Una lettura dei segni dei tempi in vista di un aggiornamento orientato da una duplice fedeltà: fedeltà alla tradizione ecclesiale e fedeltà alla storia degli uomini e delle donne del nostro tempo. Infatti Dio, che si è rivelato nella creazione e nella storia, che ha parlato per mezzo dei profeti e compiutamente nel suo Figlio fatto uomo (cfr Eb 1,1), si rivolge al cuore ed allo spirito di ogni essere umano che cerca la verità e le vie per praticarla”.

“Il messaggio della Dichiarazione Nostra ætate è sempre attuale. Ne richiamo brevemente alcuni punti:
- la crescente interdipendenza dei popoli (cfr n. 1);
- la ricerca umana di un senso della vita, della sofferenza, della morte, interrogativi che sempre accompagnano il nostro cammino (cfr n. 1);
- la comune origine e il comune destino dell’umanità (cfr n. 1);
- l’unicità della famiglia umana (cfr n. 1);
- le religioni come ricerca di Dio o dell’Assoluto, all’interno delle varie etnie e culture (cfr n. 1);
- lo sguardo benevolo e attento della Chiesa sulle religioni: essa non rigetta niente di ciò che in esse vi è di bello e di vero (cfr n. 2);
- la Chiesa guarda con stima i credenti di tutte le religioni, apprezzando il loro impegno spirituale e morale (cfr n. 3);
- la Chiesa, aperta al dialogo con tutti, è nello stesso tempo fedele alle verità in cui crede, a cominciare da quella che la salvezza offerta a tutti ha la sua origine in Gesù, unico salvatore, e che lo Spirito Santo è all’opera, quale fonte di pace e amore”.

Fiamma accesa ad Assisi da Giovanni Paolo II
“Sono tanti gli eventi, le iniziative, i rapporti istituzionali o personali con le religioni non cristiane di questi ultimi cinquant’anni, ed è difficile ricordarli tutti. Un avvenimento particolarmente significativo è stato l’Incontro di Assisi del 27 ottobre 1986. Esso fu voluto e promosso da san Giovanni Paolo II, il quale un anno prima, dunque trent’anni fa, rivolgendosi ai giovani musulmani a Casablanca auspicava che tutti i credenti in Dio favorissero l’amicizia e l’unione tra gli uomini e i popoli (19 agosto 1985). La fiamma, accesa ad Assisi, si è estesa in tutto il mondo e costituisce un permanente segno di speranza”.

Ebrei e cristiani: da nemici ad amici e fratelli
“Una speciale gratitudine a Dio merita la vera e propria trasformazione che ha avuto in questi 50 anni il rapporto tra cristiani ed ebrei. Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli. Il Concilio, con la DichiarazioneNostra ætate, ha tracciato la via: “sì” alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo; “no” ad ogni forma di antisemitismo e condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano”.

Rapporto con i musulmani: rispetto reciproco e libertà di coscienza
“La conoscenza, il rispetto e la stima vicendevoli costituiscono la via che, se vale in modo peculiare per la relazione con gli ebrei, vale analogamente anche per i rapporti con le altre religioni. Penso in particolare ai musulmani, che – come ricorda il Concilio – «adorano il Dio unico, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini» (Nostra ætate, 5). Essi si riferiscono alla paternità di Abramo, venerano Gesù come profeta, onorano la sua Madre vergine, Maria, attendono il giorno del giudizio, e praticano la preghiera, le elemosine e il digiuno (cfr ibid.). Il dialogo di cui abbiamo bisogno non può che essere aperto e rispettoso, e allora si rivela fruttuoso. Il rispetto reciproco è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso: rispettare il diritto altrui alla vita, all’integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e di religione”.

udienza-28-10-2015

Collaborare con chi non professa alcuna religione
“Il mondo guarda a noi credenti, ci esorta a collaborare tra di noi e con gli uomini e le donne di buona volontà che non professano alcuna religione, ci chiede risposte effettive su numerosi temi: la pace, la fame, la miseria che affligge milioni di persone, la crisi ambientale, la violenza, in particolare quella commessa in nome della religione, la corruzione, il degrado morale, le crisi della famiglia, dell’economia, della finanza, e soprattutto della speranza”.

La grande risorsa della preghiera
“Noi credenti non abbiamo ricette per questi problemi, ma abbiamo una grande risorsa: la preghiera. E noi credenti preghiamo. Dobbiamo pregare. La preghiera è il nostro tesoro, a cui attingiamo secondo le rispettive tradizioni, per chiedere i doni ai quali anela l’umanità”.

No a fondamentalismo
“A causa della violenza e del terrorismo si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni. In realtà, benché nessuna religione sia immune dal rischio di deviazioni fondamentalistiche o estremistiche in individui o gruppi (cfr Discorso al Congresso USA, 24 settembre 2015), bisogna guardare ai valori positivi che esse vivono e che esse propongono, e che sono sorgenti di speranza. Si tratta di alzare lo sguardo per andare oltre. Il dialogo basato sul fiducioso rispetto può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, e soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione a chi è escluso. Possiamo camminare insieme prendendoci cura gli uni degli altri e del creato. Tutti i credenti di ogni religione. Insieme possiamo lodare il Creatore per averci donato il giardino del mondo da coltivare e custodire come un bene comune, e possiamo realizzare progetti condivisi per combattere la povertà e assicurare ad ogni uomo e donna condizioni di vita dignitose”.

Giubileo Misericordia, occasione per lavorare insieme nelle opere di carità
“Il Giubileo Straordinario della Misericordia, che ci sta dinanzi, è un’occasione propizia per lavorare insieme nel campo delle opere di carità. E in questo campo, dove conta soprattutto la compassione, possono unirsi a noi tante persone che non si sentono credenti o che sono alla ricerca di Dio e della verità, persone che mettono al centro il volto dell’altro, in particolare il volto del fratello o della sorella bisognosi. Ma la misericordia alla quale siamo chiamati abbraccia tutto il creato, che Dio ci ha affidato perché ne siamo custodi, e non sfruttatori o, peggio ancora, distruttori. Dovremmo sempre proporci di lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato (cfr Enc. Laudato si’, 194), a partire dall’ambiente in cui viviamo, dai piccoli gesti della nostra vita quotidiana”.

Pregare gli uni per gli altri
“Cari fratelli e sorelle, quanto al futuro del dialogo interreligioso, la prima cosa che dobbiamo fare è pregare. E pregare gli uni per gli altri: siamo fratelli! Senza il Signore, nulla è possibile; con Lui, tutto lo diventa! Possa la nostra preghiera – ognuno secondo la propria tradizione – possa aderire pienamente alla volontà di Dio, il quale desidera che tutti gli uomini si riconoscano fratelli e vivano come tali, formando la grande famiglia umana nell’armonia delle diversità. Grazie”.

Sintesi offerta da:

http://it.radiovaticana.va/news/2015/10/28/udienza_generale_sul_dialogo_interreligioso_ampia_sintesi/1182550

 

LEGGI TUTTO IL TESTO SU:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20151028_udienza-generale.html

 

 

*************************************

Da 29 anni camminiamo insieme

nello Spirito di Assisi

Da 29 anni camminiamo insieme nello Spirito di Assisi - Il programma

Prosegue il cammino, fatto essenzialmente di dialogo in un clima di preghiera e di confronti fraterni, partito dallo storico evento attraverso cui San Giovanni Paolo II nel 1986 radunò ad Assisi i rappresentanti delle religioni di tutto il mondo.

In attesa e in preparazione allo speciale anniversario che si avrà il prossimo anno – come annunciato dal Vescovo di Assisi in visita a Tirana – presentiamo il programma di questo 29° anno di “Spirito di Assisi”, a cui seguirà una raccolta di contenuti di approfondimento e relative alle ultime celebrazioni.

MARTEDÌ 27 OTTOBRE

Ore 15.00

Sacro Convento — Museo del Tesoro

Visita alla Mostra di acqueforti di Marc Shagall e la Bibbia

Guida la visita: P. Silvestro Bejan, Direttore del CEFID

Ore 16.30

Basilica Papale di San Francesco — Sala Frate Elia

Invocazioni dei “Figli di Abramo” per la Pace

Introduzione:

Fratel Daniele Moretto, Monastero di Bose “San Masseo” – Assisi

Guidano la Preghiera:

Per gli Ebrei: Rav Joseph Levi, Rabbino Capo di Firenze

Per i Cristiani: Mons. Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo di Assisi

Per i Musulmani:

Imam Abdel Qader, Imam di Perugia e Fondatore UCOII

Imam Nader Akkad, Imam di Trieste e Delegato nazionale per il Dialogo Interreligioso dell’UCOII

Intermezzi Musicali

Ore 21.00

Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli

Preghiera Ecumenica per la Pace

Guidano la Preghiera:

Per i Cattolici: Mons. Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi

Per gli Ortodossi:

P. Ionut Radu, Parroco della Comunità ortodossa romena di Perugia

P. Vladimir Laiba, Presbitero della Chiesa Ortodossa del Patriarcato Ecumenico, Vice Parroco a Roma

Per gli Anglicani: Father David Faulks, Francescano Anglicano e Presbitero della Diocesi di Leicester (Inghileterra)

MERCOLEDÌ 28 OTTOBRE

Ore 9.00-12.00

Basilica Papale di San Francesco – Salone Papale

Le Religioni in dialogo per ricercare percorsi di Pace

Convegno teologico sul tema: “La Pace ferita. Travisamento di Dio, sfiguramento dell’uomo. L’alternativa della Misericordia”

Saluti:

P. Mauro Gambetti, Custode del Sacro Convento

Antonio Lunghi, Sindaco di Assisi

Don Romano Piccinelli, Preside dell’ITA

Relatori:

Shahrzad Houshmand, Teologa Musulmana, Docente alla Pontificia Università Gregoriana di Roma

Francesco Testaferri, Docente Stabile Ordinario di Teologia Fondamentale all’Istituto Teologico di Assisi

Vittorio Robiati Bendaud, Coordinatore delle attività culturali della Fondazione Maimonide

Modera:

Mons. Domenico Sorrentino, Arcivescovo -Vescovo di Assisi — Nocera Umbra – Gualdo Tadino

TESTIMONIANZE e DIALOGO con i Relatori

Interventi da segnalare in precedenza al Moderatore
(AssisiOfm)

 

 

Il riconoscimento per aver cercato di costruire un dialogo democratico nel Paese dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2011

 I membri del Quartetto per il dialogo in Tunisia (Afp)

Il quartetto è formato da quattro organizzazioni della società civile: il sindacato generale dei lavoratori Ugtt, il sindacato patronale Utica, l’Ordine degli avvocati e la Lega Tunisina per i Diritti Umani. Nato nell’estate del 2013, «quando il processo di democratizzazione rischiava di frantumarsi per gli omicidi politici e un diffuso malcontento sociale», il quartetto -si legge nella motivazione del premio assegnato dal comitato norvegese dei Nobel- «ha dato vita a un processo politico pacifico alternativo in un momento in cui il Paese era sull’orlo della guerra civile»; ed è stato «determinante per consentire alla Tunisia, nel giro di pochi anni, di creare un sistema costituzionale di governo che garantisce i diritti fondamentali di un’intera popolazione, a prescindere dal sesso dalle convinzioni politiche e dal credo religioso. La Tunisia deve affrontare significative sfide politiche, economiche e di sicurezza», sottolinea il Comitato del Nobel. «Più di ogni altra cosa – si legge nella conclusione delle motivazioni – il premio vuole essere un incoraggiamento al popolo tunisino» e il Comitato spera «serva come esempio da seguire per altri paesi».
«È una grande gioia e un motivo di orgoglio per la Tunisia, ma anche una speranza per il mondo arabo», ha detto il responsabile dell’Ugtt, il potente sindacato dei lavoratori, che è uno dei componenti del quartetto. «È un messaggio che il dialogo può condurci sul giusto cammino: è un messaggio per la nostra regione, perché deponga le armi e si sieda a parlare al tavolo del negoziato».

 

PREGHIERA INTERRELIGIOSA:

BASTA VIOLENZA ANIMATA DA FONDAMENTALISMI RELIGIOSI

 Memorial di Ground Zero, New York, Venerdì, 25 settembre 2015

 Alle ore 11.30 di questa mattina, il Santo Padre Francesco si è recato al Ground Zero Memorial di New York dove ha avuto luogo l’Incontro Interreligioso. Al Suo arrivo insieme all’Arcivescovo di New York Card. Timothy M. Dolan, il Papa ha deposto una corona di fiori in prossimità della fontana sud e ha salutato individualmente 20 familiari di soccorritori caduti l’11 settembre 2001. Quindi il Santo Padre e il Cardinale sono entrati nell’edificio del Memoriale e scesi al piano -4, per raggiungere la Foundation Hall, dove si trovavano già presenti 12 leader religiosi. L’incontro interreligioso si è aperto con la presentazione del Card. Dolan e le riflessioni del Rabbino e dell’Imam Khalid Latif. Il Santo Padre ha recitato quindi la Preghiera per la Pace. Successivamente, dopo la lettura di 5 meditazioni sulla pace (indù, buddista, sikh, cristiana, musulmana) e la preghiera ebraica per i defunti, Papa Francesco ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito…

(fonte: http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2015/09/incontro-interreligioso-al-ground-zero.html)

PREGHIERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

O Dio dell’amore, della compassione e della riconciliazione,
rivolgi il Tuo sguardo su di noi, popolo di molte fedi e tradizioni diverse,
che siamo riuniti oggi in questo luogo,
scenario di incredibile violenza e dolore.

Ti chiediamo nella Tua bontà
di concedere luce e pace eterna
a tutti coloro che sono morti in questo luogo—
i primi eroici soccorritori:
i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia,
addetti ai servizi di emergenza e personale della Capitaneria di Porto,
insieme a tutti gli uomini e le donne innocenti,
vittime di questa tragedia
solo perché il loro lavoro e il loro servizio
li ha portati qui l’11 settembre 2001.

Ti chiediamo, nella Tua compassione
di portare la guarigione a coloro i quali,
a causa della loro presenza qui in quel giorno,
soffrono per le lesioni e la malattia.
Guarisci, anche la sofferenza delle famiglie ancora in lutto
e di quanti hanno perso persone care in questa tragedia.
Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza.

Ricordiamo anche coloro
che hanno trovato la morte, i feriti e quanti hanno perso i loro cari
in quello stesso giorno al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania.
I nostri cuori si uniscono ai loro
mentre la nostra preghiera abbraccia il loro dolore e la loro sofferenza.

Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento:
pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne
e pace tra le Nazioni della terra.
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio.

Dio della comprensione,
sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia,
cerchiamo la Tua luce e la Tua guida
mentre siamo davanti ad eventi così tremendi.
Concedi a coloro le cui vite sono state risparmiate
di poter vivere in modo che le vite perdute qui
non siano state perdute in vano.
Confortaci e consolaci,
rafforzaci nella speranza
e concedici la saggezza e il coraggio
di lavorare instancabilmente per un mondo
in cui pace e amore autentici regnino
tra le Nazioni e nei cuori di tutti.

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Suscita in me diversi sentimenti, emozioni, trovarmi qui a Ground Zero, dove migliaia di vite sono state strappate in un atto insensato di distruzione. Qui il dolore è palpabile. L’acqua che vediamo scorrere verso questo centro vuoto, ci ricorda tutte quelle vite che stavano sotto il potere di quelli che credono che la distruzione sia l’unico modo di risolvere i conflitti. E’ il grido silenzioso di quanti hanno sofferto nella loro carne la logica della violenza, dell’odio, della vendetta. Una logica che può causare solo dolore, sofferenza, distruzione, lacrime.

L’acqua che scorre giù è simbolo anche delle nostre lacrime. Lacrime per le distruzioni di ieri, che si uniscono a quelle per tante distruzioni di oggi. Questo è un luogo in cui piangiamo, piangiamo il dolore provocato dal sentire l’impotenza di fronte all’ingiustizia, di fronte al fratricidio, di fronte all’incapacità di risolvere le nostre differenze dialogando. In questo luogo piangiamo per la perdita ingiusta e gratuita di innocenti, per non poter trovare soluzioni per il bene comune. E’ acqua che ci ricorda il pianto di ieri e il pianto di oggi.

Qualche minuto fa ho incontrato alcune famiglie dei primi soccorritori caduti in servizio. Nell’incontro ho potuto constatare ancora una volta come la distruzione non è mai impersonale, astratta o solo di cose; ma che soprattutto ha un volto e una storia, è concreta, possiede dei nomi. Nei familiari, si può vedere il volto del dolore, un dolore che ci lascia attoniti e grida al cielo.

Ma, a loro volta, essi mi hanno saputo mostrare l’altra faccia di questo attentato, l’altra faccia del loro dolore: la potenza dell’amore e del ricordo. Un ricordo che non ci lascia vuoti. Il nome di tante persone care sono scritti qui dove c’erano le basi delle torri, e così li possiamo vedere, toccare e mai più dimenticarli.

Qui in mezzo al dolore lacerante, possiamo toccare con mano la capacità di bontà eroica di cui è anche capace l’essere umano, la forza nascosta a cui sempre dobbiamo fare appello. Nel momento di maggior dolore, sofferenza, voi siete stati testimoni dei più grandi atti di dedizione e di aiuto. Mani tese, vite offerte. In una metropoli che può sembrare impersonale, anonima, di grandi solitudini, siete stati capaci di mostrare la potente solidarietà dell’aiuto reciproco, dell’amore e del sacrificio personale. In quel momento non era una questione di sangue, di origine, di quartiere, di religione o di scelta politica; era questione di solidarietà, di emergenza, di fraternità. Era questione di umanità. I pompieri di New York sono entrati nelle torri che stavano crollando senza fare tanta attenzione alla propria vita. Molti sono caduti in servizio e col loro sacrificio hanno salvato la vita di tanti altri.

Questo luogo di morte si trasforma anche in un luogo di vita, di vite salvate, un canto che ci porta ad affermare che la vita è sempre destinata a trionfare sui profeti della distruzione, sulla morte, che il bene avrà sempre la meglio sul male, che la riconciliazione e l’unità vinceranno sull’odio e sulla divisione.

In questo luogo di dolore e di ricordo, mi riempie di speranza l’opportunità di associarmi ai leader che rappresentano le molte religioni che arricchiscono la vita di questa città.

Spero che la nostra presenza qui sia un segno potente delle nostre volontà di condividere e riaffermare il desiderio di essere forze di riconciliazione, forze di pace e giustizia in questa comunità e in ogni parte del mondo. Nelle differenze, nelle discrepanze è possibile vivere un mondo di pace.

Davanti ad ogni tentativo di rendere uniformi è possibile e necessario riunirci dalle diverse lingue, culture, religioni e dare voce a tutto ciò che vuole impedirlo. Insieme oggi siamo invitati a dire: “no” ad ogni tentativo uniformante e “sì” ad una differenza accettata e riconciliata.

Per questo scopo abbiamo bisogno di bandire i nostri sentimenti di odio, di vendetta, di rancore. E sappiamo che ciò è possibile soltanto come un dono del cielo. Qui, in questo luogo della memoria, ciascuno nella sua maniera, ma insieme. Vi propongo di fare un momento di silenzio e preghiera. Chiediamo al cielo il dono di impegnarci per la causa della pace. Pace nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole, nelle nostre comunità. Pace in quei luoghi dove la guerra sembra non avere fine. Pace sui quei volti che non hanno conosciuto altro che dolore. Pace in questo vasto mondo che Dio ci ha dato come casa di tutti e per tutti. Soltanto, pace. Preghiamo in silenzio.

Così la vita dei nostri cari non sarà una vita che finirà nell’oblio  ma sarà presente ogni volta che lottiamo per essere profeti di ricostruzione, profeti di riconciliazione, profeti di pace.

 

 

 

 

IL 29 MARZO  SCORSO

SI E’ TENUTA A ROMA

UNA IMPORTANTE INIZIATIVA:

 

http://www.federtrek.org/files/e-Locandina-Camminando-Insieme-per-Credere–2015.pdf

 

Partiremo dalla Grande Moschea di Roma , con tappe a San Pietro,   a Palazzo Giustiniani, dove fu firmata la Carta Costituzionale che sancisce i principi di pace, libertà e rispetto che sono alla base della nostra democrazia, quindi alla Sinagoga,  arrivo davanti Cimitero Acattolico,  presso la Piramide Cestia,  luogo dove riposano uomini e donne di fedi e convinzioni diverse.

Un pellegrinaggio cittadino , perché camminare è la velocità migliore per comprendere al meglio la realtà che ci circonda, per imparare a conoscere se stessi e gli altri, condividendo idealmente il percorso comune della vita.

 

http://www.romamultietnica.it/news/intercultura-sp-14179/item/12389-camminando-insieme-per-credere-dal-dialogo-all-accoglienza/12389-camminando-insieme-per-credere-dal-dialogo-all-accoglienza.html

 

 

 

Nella morsa di Isis: Milad: è il nome di un diciasettenne martirizzato da Isis in uno degli attacchi dei giorni scorsi ai villaggi cristiani del Khabour in Siria, solo l’ultimo atto di una storia antica di persecuzioni subite dagli assiri. Che fine faranno i rapiti? Forse al mercato degli schiavi dello Stato islamico, che ha pubblicato un listino prezzi con regolamento ad hoc. Pratica condannata dall’Occidente, ma anche da importanti istituzioni islamiche. In Nigeria, intanto, continuano a saltare in aria bambini trasformati in bombe senza che nessuno se ne assuma in fondo la responsabilità, e l’Europa conta i suoi figli che decidono di unirsi ai jihadisti in Siria e Iraq.

Decine di rapimenti e uccisioni: la morsa di Isis sui villaggi assiri del Khabour

Il comunicato di Aiuto alla Chiesa che soffre

Il genocidio dimenticato dei cristiani siriaci

di Paolo Maggiolini

I prezzi delle schiave di Isis e la condanna delle istituzioni egiziane

Chiara Pellegrino – Regole e prezzi del mercato delle schiave di Isis condannato da alcune istituzioni islamiche

Nigeria: i più innocenti, i più vulnerabili

Francesca Miglio – Intervista a Mons. Matthew Kukah, vescovo di Sokoto

Con Isis, perché amo la morte più di quanto tu ami la vita

Recensione di Maria Laura Conte a Dounia BOUZAR, Ils cherchent le paradis, ils ont trouvé l’enfer

DOCUMENTI

Per un Islam privo di violenza. Dichiarazione dei rappresentanti degli studi di teologia islamica in Germania sui fatti del Medio Oriente

Numero di  febbraio 2015
Fondazione Internazionale Oasis

Sacra violenza? Il nuovo numero di Oasis

Le religioni, soprattutto i monoteismi, sono davvero la causa di violenza come spesso si sostiene? O si limitano ad offrire solo un alibi alle guerre?Oggi, di fronte allo sgozzamento di innocenti per mano di Isis e alla minaccia di attacchi terroristici al cuore dell’Europa, il rapporto tra sacro e violenza torna come interrogativo dirompente, che Oasis ha deciso di indagare. L’ultimo numero (n.20), in uscita in libreria in questi giorni, approfondisce le diverse concezioni di jihad presenti nel mondo islamico, ma anche il contributo che può venire dal confronto con il congedo definitivo dalla violenza compiuto dal Cristianesimo.Per maggiori dettagli sui contenuti del nuovo numero e sulle modalità di acquisto clicca qui.

L’umile tentativo di costruire la pace

Angelo Scola – Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono. Non dovremmo mai dimenticare questa ultima verità

Una tentazione e un’ipotesi

Martino Diez – Un’introduzione alla proposta di Oasis

La politica estera al tempo di Isis e wikileaks

Maria Laura Conte – Intervista al vice Ministro degli Affari Esteri Lapo Pistelli

EVENTI

“Je suis Charlie” e dopo?, Riflessione teatrale.Con Housam Najjair, ex foreign fighter, padre Samir Khalil Samir, islamologo, Adnane Mokrani, docente di teologia islamica.Venezia, Teatro Goldoni, venerdì 20 febbraio, ore 19:00

The Golden Rule

 

QUINTA EDIZIONE DELLA  WORLD INTERFAITH HARMONY WEEK, proclamata   dall’Assemblea Generale dell’ONU , attraverso una risoluzione adottata il 20 Ottobre 2010, ed iniziata nel 2011.

Nella risoluzione si afferma che la conoscenza reciproca ed il dialogo interreligioso costituiscono dimensioni importanti della cultura di pace: una via imprescindibile per promuovere l’armonia tra i popoli.

In questo spirito si stanno svolgendo, nella prima settimana di febbraio ( periodo indicato dalla citata
risoluzione ONU ),  numerose iniziative in Italia e nel Mondo per favorire il dialogo e la cooperazione tra le  Religioni al servizio della Pace: compito quanto mai importante ed urgente dati i rischi crescenti per la coesistenza pacifica rappresentati dall’intolleranza settaria e dall’estremismo religioso che assume spesso un volto terroristico particolarmente inquietante.

Il contributo di ogni persona e di ogni comunità per un futuro migliore, orientato alla giustizia ed alla pace, è prezioso ed insostituibile.

http://worldinterfaithharmonyweek.com/

 

 

Fedeltà alla propria identità e, insieme, rispetto per le credenze altrui per una vita sociale armoniosa.

E’ a questo concetto che torna più volte Papa Francesco, che parla con sulle spalle una vistosa stola gialla donatagli dal leader indù, rivolgendosi agli esponenti delle diverse religioni al Centro Congressi  di Colombo. Il Papa apre il suo intervento sottolineando che è una grazia per lui visitare la comunità cattolica locale e confermarla nella fede in Cristo, ma che è ugualmente una grazia l’essere con tutti gli uomini e le donne delle altre grandi tradizioni religiose presenti nello Sri LanKa che condividono con i cristiani un desiderio di sapienza, di verità e di santità. Poi ricorda:

“At the Second Vatican Council, the Catholic Church declared….
Nel Concilio Vaticano II la Chiesa Cattolica ha dichiarato il proprio rispetto profondo e duraturo per le altre religioni. Ha dichiarato che «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto [quei] modi di agire e di vivere, [quei] precetti e [quelle] dottrine» (Nostra aetate, 2). Da parte mia, desidero riaffermare il sincero rispetto della Chiesa per voi, le vostre tradizioni e le vostre credenze”. E’ in questo spirito, dunque, che la Chiesa Cattolica desidera collaborare con tutti, afferma il Papa, per la prosperità di tutti gli srilankesi, così come già sta facendo in vari modi, offrendo opportunità di dialogo reciproco. Dialogo che assume una particolare importanza e urgenza nello Sri Lanka per troppi anni teatro di lotta civile e di violenza”.

 

“But, as experience has shown, for such dialogue…
Ma, come insegna l’esperienza, perché tale dialogo ed incontro sia efficace, deve fondarsi su una presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni. Spero che la collaborazione interreligiosa ed ecumenica dimostrerà che, per vivere in armonia con i loro fratelli e sorelle, gli uomini e le donne non devono dimenticare la propria identità, sia essa etnica o religiosa”.

 

LEGGI TUTTO  QUI

 

***********************************************************

 

LA VISITA AL TEMPIO BUDDISTA

Ma c’è stato anche un fuori programma. Francesco si è recato in un tempio buddista. “Il Papa – ha spiegato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi alla Radio Vaticana – aveva incontrato all’aeroporto un autorevole rappresentate di una delle organizzazioni buddiste, che gli aveva detto che desiderava vederlo e che desiderava incontrarlo. Questo personaggio era anche venuto all’incontro interreligioso di ieri, insieme a tutti gli altri monaci buddisti che erano presenti. Il Papa “ha colto la possibilità di questo tempo di questa sera per fare una rapida visita al centro, in cui c’è anche il tempio e anche la sala religiosa di preghiera di questa comunità buddista. È stato accolto con grande familiarità. Gli è stata spiegata bene la realtà di questo luogo di preghiera e gli è stato mostrato lo Stupa, che contiene reliquie e che è uno degli oggetti sacri che tengono nel tempio, davanti alla statua di Buddha; e lo hanno anche aperto per il Papa, cosa che avviene, sembra, una sola volta l’anno”.

“Quindi – ha proseguito Lombardi – è stata una apertura eccezionale in segno di rispetto, di onore, di amicizia per questa grande autorità religiosa che li ha visitati. Mentre aprivano questo contenitore delle reliquie, alcuni giovani monaci che era lì presenti, hanno recitato un canto, una preghiera con molta naturalezza e semplicità. È stato un momento breve, ma significativo della naturalezza vorrei dire, dello stile familiare con cui il Papa porta avanti i rapporti con le persone, anche delle altre religioni”.
PapaTempio600x400.jpg

LEGGI TUTTO QUI

 

************************************************************

Papa Francesco: “aberrante uccidere in nome di Dio ma le religioni non si insultano”

Non si può uccidere in nome di Dio. Ma anche la libertà di espressione ha un limite. Che è precisamente quello che “non si può insultare la religione degli altri”. Diretto ed esplicito come di consueto, Francesco non gira intorno ai problemi e ai media francesi che gli pongono la domanda sul rapporto tra libertà di pensiero e libertà religiosa (temi toccati dal Papa anche nei discorsi in Sri Lanka) risponde ribadendo da un lato il principio assoluto della non violenza, ma dall’altro invocando rispetto per le credenze religiose.

LEGGI TUTTO QUI

 

 

 

 

 

Che significato aveva la sua preghiera nella Moschea blu? «Io sono andato in Turchia come pellegrino, non da turista. Avevo un motivo religioso: condividere la festa di Sant’Andrea con Bartolomeo. Quando sono andato in moschea non potevo dire “adesso sono un turista”, sono un religioso e ho visto quella meraviglia, il Mufti che mi spiegava le cose con tanta mitezza, dove nel Corano di parlava di Maria e del Battista, e in quel momento ho sentito il bisogno di pregare: per la Turchia, per il Mufti, per me che ne ho bisogno, soprattutto per la pace: Signore, finiamola con le guerre. È stato un momento di preghiera sincera».
Intanbul, il Papa visita la Moschea Blu

 

Si è inchinato davanti al Patriarca: come affronterà le critiche dei conservatori a questi gesti di apertura? «Ci sono resistenze da parte ortodossa e nostra, in questi gruppi conservatori… Ma dobbiamo essere rispettosi con loro e non stancarci di spiegare e dialogare, senza insultare o sparlare. Tu non vuoi annullare una persona, è un figlio di Dio, se lui non vuole parlare io lo rispetto ma non sparlo: ci vuole mitezza e dialogo».

 

  • Francesco: unità con gli ortodossi ?Troppi uomini soffrono per la fame?

Turchia Papa Francesco incontra Bartolomeo I

Basta il dialogo interreligioso? «Il presidente degli Affari religiosi e la sua équipe mi hanno detto una cosa molto bella: “Adesso sembra che il dialogo interreligioso sia alla fine”. Occorre un salto di qualità, un dialogo tra persone religiose di diverse appartenenze: non si parla di teologia ma di esperienza religiosa».

 

DAL CORRIERE DELLA SERA. LEGGI TUTTO:  CLICK

ECUMENISMO

Dichiarazione comune con Bartolomeo I

Noi, Papa Francesco e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, esprimiamo la nostra profonda gratitudine a Dio per il dono di questo nuovo incontro che ci consente, in presenza dei membri del Santo Sinodo, del clero e dei fedeli del Patriarcato Ecumenico, di celebrare insieme la festa di Sant’Andrea, il primo chiamato ed il fratello dell’Apostolo Pietro. Il nostro ricordo degli Apostoli, che proclamarono la buona novella del Vangelo al mondo, attraverso la loro predicazione e la testimonianza del martirio, rafforza in noi il desiderio di continuare a camminare insieme al fine di superare, con amore e fiducia, gli ostacoli che ci dividono.

Ricordiamo anche tutti i popoli che soffrono a causa della guerra. In particolare, preghiamo per la pace in Ucraina, un Paese con un’antica tradizione cristiana, e facciamo appello alle parti coinvolte nel conflitto a ricercare il cammino del dialogo e del rispetto del diritto internazionale per mettere fine al conflitto e permettere a tutti gli Ucraini di vivere in armonia. I nostri pensieri sono rivolti a tutti i fedeli delle nostre Chiese nel mondo, che salutiamo, affidandoli a Cristo nostro Salvatore, perché possano essere testimoni instancabili dell’amore di Dio. Innalziamo la nostra fervente preghiera a Dio affinché conceda il dono della pace, nell’amore e nell’unità, a tutta la famiglia umana.

«Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi» (2 Ts 3,16).

Dal Fanar, 30 novembre 2014

LEGGI TUTTO SU AVVENIRE: CLICK

Ha detto il Papa: i musulmani, gli ebrei, i cristiani, possono fare molto perché torni la pace, possono unirsi e opporre al fanatismo e al fondamentalismo la solidarietà di tutti i credenti, che abbia come pilastri il rispetto della vita umana, della libertà religiosa, che è libertà del culto e libertà di vivere secondo l’etica religiosa.

 

 

 Condanna del fondamentalismo:

la guerra santa non ci appartiene

 (Giampiero Rossi)

 «Siamo qui per far sentire la nostra voce. Condanniamo il terrorismo dell’Isis in modo chiaro e inequivocabile, il concetto di guerra santa non ci appartiene. E questa presa di distanza non è la “nostra”, ma è quella dei cittadini di Milano di cui facciamo parte». Le parole di Davide Piccardo del Caim (Coordinamento associazioni islamiche milanesi) sono il momento centrale del messaggio dei musulmani alla città: «Siamo tutti accomunati dai principi della Costituzione italiana». Gli islamici di Milano (ma non soltanto) si sono radunati ieri in serata in piazza Affari per una fiaccolata «contro il terrorismo e contro l’Isis», come recita il manifesto dell’iniziativa promossa dalla web radio Dirittozero. Un paio di centinaia di persone, molti i giovani e ancor di più le giovanissime donne, hanno bruciato fiaccole e liberato palloncini bianchi con la scritta «No Isis».

No alla violenza

Emoziona molto l’intervento di Chaimaa Fatihi, 21 anni, minuta e sorridente sotto il velo, al primo anno di giurisprudenza a Modena: «Noi siamo contrari a ogni forma di violenza e intolleranza religiosa. Noi condanniamo e deprechiamo ogni forma, anche mascherata di antisemitismo, di persecuzione religiosa, ogni parola d’odio, ogni giustificazione della superiorità della razza o di inferiorità per motivo religioso, di sesso, di convinzione politica». E ancora, nel silenzio assoluto interrotto solo dagli applausi: «Noi rifiutiamo ogni estremismo e soprattutto il Nazismo, le sue camere degli orrori, le sue ideologie mostruose. Quell’orrore è qui che ci minaccia ancora. I criminali dell’Isis sono qui, loro sono i nuovi nazisti. Usano la fede che non gli appartiene per compiere atti ignobili». In piazza c’è anche Gad Lerner, che si è prodigato nei giorni scorsi per dare visibilità all’iniziativa: «È importante questa condanna senza eufemismi e reticenze – commenta – noi della sinistra degli anni ‘70 sappiamo cosa significhi non prendere nettamente le distanze dai “compagni che sbagliano”.

 I partiti

E invece queste persone hanno coraggio a presentarsi qui con i loro volti e a chiamare l’Isis per nome». Alla manifestazione hanno aderito anche la Comunità di Sant’Egidio, il Pd e il Psi. «Questa di fatto è la prima manifestazione milanese contro l’Isis e l’hanno promossa proprio i musulmani, fa notare l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino. «Oggi abbiamo sentito la voce chiara dell’Islam», aggiunge al microfono Stefanio Boeri. «Not in my name», grida un’altra giovanissima oratrice in jeans polo, un filo di trucco e nessun velo, prima che Hamza Piccardo, legga una dolorosa «lettera a un decapitato». Poi i più giovani inscenano un flash mob: che si conclude – sulle note di One degli U2 – con il rogo della bandiera nera dell’Isis».

LEGGI TUTTOQUI

Onu, commissario (musulmano) per i diritti umani: «Scandalo che il mondo islamico non protesti contro l’Isis»

 

zeid-al-hussein

 

Martedì scorso, informa il New York Times, «il massimo rappresentante delle Nazioni Unite sui temi dei diritti umani si è appellato al mondo musulmano perché denunci i crimini “mostruosi”» perpetrati dai banditi del califfo Al Baghdadi in Siria e in Iraq, e «ha definito le azioni dello Stato islamico violazioni sia della legge internazionale che della dottrina islamica».

IL COMMISSARIO ISLAMICO. Il discorso merita particolare attenzione perché a pronunciarlo è stato Zeid Ra’ad Al Hussein, che non solo è un membro della famiglia reale giordana, ma soprattutto è musulmano. Più precisamente, ricorda il New York Times, è «il primo musulmano a essere nominato alto commissario Onu per i diritti umani».

SCENDERE IN PIAZZA. Ma le sorprese non sono finite. Perché l’appello di Al Hussein non era destinato solo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché sostenga gli sforzi per rovesciare l’«ideologia di violenza» dello Stato islamico. L’alto commissario per i diritti umani si è rivolto anche al suo mondo, l’islam. «È inquietante – ha detto Al Hussein secondo il New York Times – che nei mondi arabo e musulmano ci siano state poche se non nessuna dimostrazione pubblica di protesta contro i crimini che si perpetrano in Iraq, nonostante l’esplicita condanna da parte di molti governi arabi e islamici».

SOSPETTI DI GENOCIDIO. Secondo il commissariato Onu per i diritti umani, lo Stato islamico avrebbe compiuto ben tre dei cinque reati catalogati come genocidio e per questo Al Hussein, prosegue il quotidiano americano, «ha invitato l’Iraq a sottoscrivere il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale o almeno a riconoscere la giurisdizione della Corte su eventuali crimini internazionali commessi nella “situazione attuale”».

Leggi di Più: «Scandalo che i musulmani non protestino contro Isis» | Tempi.it

DAL SITO “OASIS”

L’Islam, la violenza, la guerra santa e il califfato: una conversazione a tre voci per rispondere alle domande più frequenti che la cronaca degli ultimi mesi suscita in modo incalzante. Dialogo con Martino Diez e Michele Brignone, a cura di Maria Laura Conte.

Marialaura Conte, Martino Diez, Michele Brignone

Che cosa sta succedendo in Iraq?

MD: In Iraq è in atto un genocidio, da parte delle milizie sunnite dello Stato islamico, ai danni delle minoranze religiose e di chiunque non si riconosca nella loro versione di Islam. La causa immediata di questo genocidio è la guerra in Siria che è cominciata nel 2011 per rovesciare Asad. Nelle file dell’opposizione siriana infatti hanno prevalso i gruppi più fondamentalisti, appoggiati anche da molti combattenti stranieri. Ma la guerra è potuta transitare dalla Siria all’Iraq con grande facilità perché questo Paese non si è mai veramente stabilizzato dopo il rovesciamento di Saddam Hussein da parte degli americani. Più in profondità, esiste nella regione una secolare rivalità tra sunniti e sciiti, due tipi diversi di Islam, che in Iraq sono numericamente quasi alla pari. E qui entrano in gioco anche gli interessi dei Paesi vicini, in particolare dell’Iran sciita e dei sunniti wahhabiti dell’Arabia Saudita, che cercano di sfruttare questa rivalità per fini politici. L’ideologia wahhabita-saudita, dal XVIII secolo in avanti, è un grave fattore di destabilizzazione, perché insegna un Islam duro e puro che si proclama come l’unico autentico.

All’inizio si definiva sui media Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), poi Isis (Stato Islamico dell’Iraq e Siria), ora IS cioè Stato Islamico: cos’è questo califfato?

MB: Il califfato è un’istituzione classica dell’Islam. Letteralmente il termine califfo (khalîfa) indica colui che succede a Maometto nella guida della comunità islamica per “salvaguardare la religione e gestire gli affari terreni”. Dopo i primi califfi, definiti i “ben guidati”, il califfato ha assunto – prima con la dinastia omayyade (661-750), e soprattutto con quella abbaside (750- 1258) – i caratteri di un impero multietnico e multi-religioso a vocazione universale. In epoca moderna, dopo l’abolizione del califfato ottomano nel 1924, califfato è diventato sinonimo di “Stato islamico”. L’organizzazione dello Stato islamico incarna nel modo più radicale il mito della costruzione di un’entità politica fondata su un’interpretazione rigorista della Legge islamica, un’entità che probabilmente non è mai esistita nei termini in cui è proposta oggi.

Che rapporto c’è tra IS e al-Qaida di Bin Laden? Quali sono le principali differenze?

MB: Lo Stato Islamico non è mai stato un affiliato di Al-Qaida anche se al momento della sua costituzione in Iraq (2006) al-Qaida ne ha sostenuto le attività. È stata la guerra in Siria a spezzare la loro alleanza, tanto che oggi sono due soggetti concorrenti. Lo Stato Islamico punta all’istituzione immediata di un’entità politica in cui si applichi la sharî’a e vengano eliminate tutte le forme di Islam che divergano dalla sua visione rigorista. I sostenitori di Al-Qaida pensano invece a un’istituzione più graduale del califfato. Inoltre, mentre Al-Qaida ha agito e agisce soprattutto a livello globale con operazioni terroristiche spettacolari anche in Occidente (tra tutte la distruzione delle torri gemelle) e la creazione di molti fronti locali, lo Stato Islamico punta invece a concentrare gli sforzi sull’istituzione di uno Stato dotato di una propria capacità di espansione.

Come si presenta IS?

MB: Lo Stato Islamico copre un territorio a cavallo tra Siria e Iraq che conta circa 4 milioni di abitanti, è sicuramente dotato di molti mezzi tecnologici ed economici, impossibili senza ingenti finanziamenti esterni. Lo dimostrano le sue capacità propagandistiche e mediatiche e le sue dotazioni militari, al momento superiori sia a quelle delle forze governative irachene che a quelle dei combattenti curdi (peshmerga). Per fare solo un esempio, ha appena conquistato una base militare siriana grazia anche all’uso di droni. L’ambizione dello Stato islamico è sicuramente la creazione di un’entità statuale territoriale stabile in grado di pesare politicamente sulla scena mediorientale e di agire sull’immaginario dei militanti jihadisti di tutto il mondo.

Chi lo ha accolto con favore e chi invece lo contesta?

MB: Lo Stato Islamico è sostenuto da una giovane generazione di jihadisti di varia provenienza. Tra i suoi detrattori vi sono invece gli ideologi jihadisti della vecchia generazione, che fanno riferimento ad Al-Qaida, gli ideologi musulmani riconducibili all’esperienza dei Fratelli Musulmani (al momento molto più concentrati sulla questione palestinese) e i musulmani che non si riconoscono in un’interpretazione radicale e violenta dell’Islam. Ma, nonostante le tante opposizioni che lo Stato islamico incontra nello stesso mondo islamico (non mancano infatti singole prese di distanza), soprattutto le autorità religiose musulmane non riescono a pronunciarsi in modo unitario.

Si richiama all’Islam, ma i suoi detrattori dicono che fa un uso strumentale dell’Islam, che non sono veri musulmani gli jihadisti che si uniscono alla lotta del Califfo. Sono o non sono musulmani?

MD: È un fatto che questi militanti si dichiarano musulmani, così si vede già nell’aggettivo “islamico” usato per definire il loro Stato. Molti altri musulmani ritengono che il loro comportamento sia un tradimento dell’autentica fede islamica. Ma le autorità religiose non possono limitarsi a dire “quelli non sono veri musulmani”: è troppo poco. Devono dissociarsi chiaramente da questi comportamenti, contrastarli e soprattutto mostrare dove e perché i miliziani di IS sbagliano. Molti in Europa si lamentano della difficoltà a orientarsi tra i vari interlocutori islamici. Un modo molto semplice per farlo è vedere che cosa dicono o non dicono sulla vicenda irachena.

Dalle notizie di cronaca si deduce che IS è fondato sull’uso sistematico della violenza in nome del vero Islam. Ma numerosi imam e fedeli musulmani in Occidente parlano dell’Islam come pace. Chi ha ragione?

MD: L’Islam non chiama alla violenza indiscriminata, ma non insegna neppure la non-violenza. Nasce come una predicazione militante, in cui il credente è chiamato a un impegno personale per attuare la volontà di Dio sulla terra, con il rischio però di sostituirsi a Lui. Sorgono infatti due questioni: la prima è se la volontà di Dio si lascia conoscere con certezza fino ai dettagli dell’organizzazione politica di uno Stato. La seconda è sul metodo: che fare con chi si oppone a questo progetto? Tutta la questione del jihad si può ricondurre all’ampiezza dell’autorizzazione all’uso della violenza: è ammessa solo per la legittima difesa o anche per attacchi offensivi? È incoraggiante che molti fedeli musulmani in Occidente e nei Paesi a maggioranza musulmana parlino dell’Islam come di una religione pacifica, ma occorre riconoscere che la questione non è risolta a livello delle fonti. Basta andare su un sito jihadista per rendersene conto.

Molti jihadisti giungono dall’estero: come si spiega questo richiamo esercitato da IS?

MB: Da molti anni ormai il jihadismo esercita un macabro fascino globale. Il combattente jihadista gode in certi ambienti di un grande prestigio, sia quando cade come “martire”, sia nella versione del reduce del jihad, che per alcuni rappresenta una forma di iniziazione all’Islam più autentico. In questo momento il prestigio di IS supera quello di altri movimenti jihadisti e sembra aver scalzato anche quello di Al-Qaida, che dopo la morte di Bin Laden si è ristrutturata su molti fronti locali ma ha perso molta incisività dal punto di vista mediatico. Naturalmente il jihad recluta più facilmente tra persone che vivono situazioni di disorientamento o disagio, non solo economico, ma anche identitario o psicologico. Tuttavia è difficile ridurre la militanza jihadista a pure categorie sociologiche. Resta la zona d’ombra del richiamo che può esercitare la violenza in sé anche sui più insospettabili, in questo caso assumendo la forma della guerra santa.

La violenza all’opera nel conflitto siro-iracheno si manifesta in forme nuove?

MD: Sì, c’è all’opera un elemento nuovo: l’assassinio esibito sui media, pensiamo al video della decapitazione del giornalista americano James Foley. La violenza è un virus molto contagioso: all’inizio si traveste di obiettivi politici (“creare uno Stato islamico”), ma più cresce, più sfugge al controllo di chi la pratica e diventa un fine in sé stesso (“uccidere per il gusto di uccidere”). L’esibizione mediatica accelera questo contagio con il pericolo di un’escalation ulteriore della violenza.

C’è chi ritiene che si tratti di un conflitto religioso e di civiltà e chi invece è convinto che la religione non abbia nulla a che vedere con questi fatti, dovuti invece a questioni geostrategiche, economiche e sociali. Dove sta la ragione?

MD: Certamente ci sono molti motivi politici ed economici che spiegano la guerra attuale in Iraq e Siria. Ma questo non deve portare a sottovalutare l’elemento religioso. Molti dicono che le guerre hanno sempre ragioni economiche, travestite da motivazioni religiose o ideologiche. Non è vero. Le motivazioni religiose sono una forza primaria, tanto quanto i fattori economici o strategici. Inoltre insistere solo sulle cause politico-sociali può portare a sottovalutare o cancellare la responsabilità morale del singolo.

IS sta perseguitando violentemente i cristiani e le altre comunità religiose: come intervenire per frenare questa violenza?

MB: Naturalmente più IS avanza più sarà difficile fermarlo. Da un lato è necessaria un’azione politica immediata che contempli anche l’uso della forza. Più il fronte internazionale a protezione delle vittime di IS sarà ampio e multilaterale, più avrà possibilità di successo non solo dal punto di vista militare ma anche della legittimità giuridica. Lo Stato Islamico segna il punto più alto della minaccia jihadista, che dispone ora di una base territoriale e di una dimensione politica effettiva. Ma allo stesso tempo potrebbe rappresentarne la crisi, perché molti musulmani ora lo contestano e ne subiscono direttamente la violenza. Sconfiggerlo sarebbe un segno di speranza per gli stessi musulmani, ma l’impresa ha una dimensione culturale ed educativa ben più importante di quella strategica e militare.

Che lezione sta impartendo la vicenda IS all’Europa e all’Occidente in generale?

MD: La vicenda dello Stato islamico insegna per l’ennesima volta agli occidentali, ma anche ad alcune potenze mediorientali, che non è possibile usare i fondamentalisti islamici per ottenere risultati politici. Gli americani ci hanno provato in Afghanistan e Libia e sono stati a un passo dal rifarlo un anno fa in Siria. Ma i fondamentalisti religiosi obbediscono a logiche proprie: l’alleanza con loro è sempre a tempo e alla lunga controproducente.

Si parla di centinaia di migliaia di profughi mediorientali che cercano di scappare dai loro Paesi ed entrare in quelli europei: come gestire questo problema? È realistico pensare che possano un giorno tornare a casa o hanno un futuro solo all’estero?

MB: Se si guarda alla storia dell’emigrazione dal Medio Oriente, è difficile pensare a un ritorno dei profughi nei territori d’origine. Perché ciò avvenga probabilmente non basterà ristabilire delle condizioni minime di sicurezza, impresa già di per sé difficile, ma occorrerà un ripensamento radicale delle istituzioni politiche ed economiche su cui si sono retti molti Paesi del Medio Oriente.

I vescovi e patriarchi orientali chiedono da tempo aiuto e interventi ai Paesi occidentali. Come stanno rispondendo? Perché la titubanza o la lentezza?

MB: Il cristiano, diceva il teologo Balthasar, si distingue anche perché è “inerme”. I cristiani sono una componente sociale e culturale fondamentale del Medio Oriente, ma non dispongono di un peso politico autonomo e sono rimasti schiacciati dalla complessa, e spietata, situazione politica della regione. Inoltre l’Europa è incastrata in una crisi che non è solo economica e sembra renderla incapace di agire. Gli Stati Uniti di Obama non brillano per le scelte di politica estera, anche se una certa titubanza è comprensibile dopo gli anni dell’ “esportiamo la democrazia”.

Stanno definitivamente sparendo i cristiani dal Medio Oriente? O si può ancora arrestare questo processo?

MD: Siamo all’ “ultima chiamata” per tutta la cristianità irachena. I cristiani sono un fattore di pluralismo in Medio Oriente. Se scompaiono, il Medio Oriente sarà più povero. E la maggiore omogeneità non ridurrà il conflitto perché, cacciati i non-musulmani e i musulmani “eretici” o tiepidi, ci sarà sempre qualcuno “più fondamentalista di me”. È una rincorsa senza fine, che rischia di annegare l’intera regione nel sangue. Papa Francesco nei suoi interventi pubblici continua a richiamare l’attenzione su questa ferita. Già adesso chiunque può lascia il Medio Oriente perché in molte regioni sta diventando impossibile vivere, anche per i musulmani.

I fatti del Medio Oriente stanno influenzando anche il modo nostro di considerare i musulmani che vivono tra noi. Come porsi per conoscerli nel modo più corretto? Trattare con un marocchino, un tunisino, un bengalese, un egiziano è la stessa cosa?

MB: I musulmani che vivono tra noi si distinguono per tanti ragioni, come l’etnia o l’origine nazionale: per esempio l’Islam vissuto in Marocco è diverso da quello asiatico o da quello mediorientale. Ma molti musulmani hanno ormai perso il legame con l’Islam del Paese o della cultura di provenienza dando vita a un “Islam globale”, secondo l’espressione dello studioso francese Olivier Roy. È difficile perciò offrire ricette per affrontare il fenomeno islamico in generale. Da un lato è sempre più necessario crescere in una conoscenza approfondita dell’Islam e delle sue molteplici forme, che fanno ormai parte, volenti o nolenti, delle nostre società; dall’altro vale per i musulmani ciò che vale per ogni uomo: la conoscenza non può prescindere dall’incontro con un’esistenza concreta.

I musulmani che vivono nelle democrazie occidentali chiedono un maggior riconoscimento della loro presenza e dei loro bisogni, come ad esempio quello di luoghi di culto adeguati (moschea, ecc.). La risposta a questa presenza va da quella più aperta (“viva il multiculturalismo, siamo diversi, ma in fondo uguali”) a quella più chiusa (“sono i musulmani che si devono adeguare, integrare e assumere i nostri costumi”). Quale la via per costruire una città accogliente ma rispettosa di tutte le sue componenti?

MB: Occorre lasciarsi provocare dalle loro richieste, che mettono in discussione modalità di gestione della sfera pubblica ormai inadeguate e quindi costringono a mettersi tutti in gioco per rigenerare la nostra vita sociale. Ma per garantire la convivenza pacifica e costruttiva tra persone diverse è necessario che tutti riconoscano che vivere insieme è di per sé un bene.

 

Leggi anche

 

  1. 26/08/2014Appello dei vescovi tedeschi: fermare il terrore in Iraq
  2. 19/08/2014VATICANO – Dichiarazione del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso
  3. 19/08/2014Comunicato delle loro Beatitudini i Patriarchi d’Oriente

 

 

Ad Anversa, in Belgio, 300 leader religiosi

per l’Incontro Internazionale 2014

promosso dalla Comunità di Sant’Egidio

Oltre trecento leader delle grandi religioni mondiali si incontreranno da domenica 7 a martedì 9 settembre ad Anversa (Belgio) per partecipare alla XXVIII edizione dell’Incontro Internazionale Uomini e Religioni promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, che avrà per tema “La pace è il futuro: religioni e culture in dialogo cento anni dopo la prima guerra mondiale”.

La scelta della località, nel tragico anniversario di un conflitto che ha insanguinato l’intera Europa, risponde all’esigenza di portare lo “spirito di Assisi” nel mondo di oggi, senza smarrire la memoria della storia ma anche senza rinunciare all’impegno nel presente, che ci chiede di “conservare accesa la lampada della speranza, pregando e lavorando per la pace”, come disse papa Francesco ricevendo in udienza i partecipanti all’Incontro di Roma il 30 settembre 2013.

L’Incontro di quest’anno si svolge mentre scontri armati insanguinano il Medio Oriente, l’Europa dell’Est, l’Africa Settentrionale, dando luogo a tremendi drammi umanitari che provocano un flusso incessante di rifugiati e minacciano la sicurezza stessa dell’Europa e dell’intero Occidente. L’anniversario della prima Guerra Mondiale invita tutti a riflettere sull’inutilità dei conflitti e ad impegnarsi nella costruzione di una pace stabile e duratura.

Alla cerimonia di apertura, nello Stadsschouwburg di Anversa, nel pomeriggio di domenica 7 settembre, prenderanno la parola tra gli altri il vescovo di Anversa mons. Johan Bonny, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio prof. Andrea Riccardi, il Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, lo scrittore polacco Zygmunt Bauman, il patriarca siro-ortodosso di Antiochia Ignatius Aphrem II e il Gran Mufti della Repubblica araba d’Egitto Shawki Ibrahim Abdel-Karim Allam. Porterà la sua testimonianza la parlamentare irachena Vian Dakheel, rappresentante della comunità yazida perseguitata dal califfato.

Sono poi in programma 25 tavole rotonde che vedranno la partecipazione di  leader religiosi e rappresentanti del mondo politico, culturale, socio-economico di paesi come l’Iraq, la Siria, il Kurdistan, la Nigeria, l’Ucraina, le Filippine: dall’Iraq, in particolare, il patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Raphaël I SakoAnwar Hadaya, del consiglio provinciale di Ninive, Kamal Muslim, ministro per gli Affari Religiosi del Kurdistan;  dalla Siria l’arcivescovo Dionysius Jean Kawak; dal Pakistan il presidente dell’alleanza di tutte le minoranze del paese Paul Bhatti e il membro della Corte Suprema Mohammad Khalid Masud; dall’Iran il Presidente dell’Istituto per il dialogo interreligioso Sayyed Mohammad Ali Abtahi; dalla Nigeria il Cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, l’arcivescovo Ignatius Ayau Kaigama, l’emiro Mohamed Sambo Haruna, il pastore James Wuye; dall’Ucraina il vescovo Nikolaj, dalla Russia il metropolita Pavel del Patriarcato di Mosca.

L’Incontro Internazionale si concluderà martedì 9 con una Preghiera per la Pace in luoghi diversi secondo le diverse religioni presenti, una processione e la proclamazione sulla “Grote Markt”  dell’Appello di Pace 2014. Interverrà il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.   

http://it.radiovaticana.va/news/2014/09/07/ad_anversa,_i_leader_delle_religioni_di_s_egidio/1106100

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A
LL’INCONTRO INTERNAZIONALE PER LA PACE
ORGANIZZATO DALLA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO

“La pace è il futuro: religioni e culture in dialogo cento anni dopo la prima guerra mondiale

[Anversa, 7-9 settembre 2014]

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2014/documents/papa-francesco_20140826_messaggio-sant-egidio-pace-anversa.html

 

 

Capitan Zanetti da Papa Francesco

Questa sera allo Stadio Olimpico di Roma in palio c’è la pace nella Partita Interreligiosa nata dall’ispirazione di Papa Francesco: al riparo di un valore simbolico e sociale di significativo spessore, il rettangolo di gioco riunirà etnie e fedi differenti per un obiettivo comune. La capacità di creare solidarietà sarà la dimostrazione tangibile che gli steccati possono essere superati in nome di un bene superiore. E allora ecco che l’incasso della gara sarà devoluto al progetto «Un’alternativa per la vita», promosso da «Scholas Occurentes» (Ente educativo voluto da Bergoglio) e dall’Associazione «P.U.P.I. Onlus», fondata dall’attuale vice-presidente dell’Inter Javier Zanetti e dalla moglie Paula. Sullo sfondo la costruzione di una rete di interscambio di progetti educativi e di valori per favorire la cultura dell’incontro e della pace. Per sostenere l’iniziativa si può inviare un sms solidale al numero 45593.

E per chi si recherà questa sera allo Stadio Olimpico di Roma il prezzo del biglietto vale non solo per la qualità etica dell’evento, ma anche per lo straordinario ranking: mai tante stelle del calcio tutte insieme messe in campo da due grandi tecnici come Gerardo «Tata» Martino, neo ct della nazionale Argentina, e Arsene Wenger, allenatore dell’Arsenal. Tra gli altri giocheranno Messi, Simeone, Zidane, Roberto Baggio, Filippo Inzaghi, Ronaldinho, Trezeguet, Pirlo, Buffon, Nesta, lo stesso Zanetti, Etòo, Ledesma, Lavezzi, Maldini, Shevchenko, Podolski, il laziale Mauri, i romanisti Nainggolan e Iturbe. «Faranno di tutto per partecipare», come ha spiegato Zanetti, anche Totti e Del Piero. Stelle italiane e internazionali di livello mondiale unite per rappresentare culture e religioni diverse (buddista, cristiana, ebraica, induista, musulmana, shintoista), per dimostrare al mondo che si può lottare insieme per lo stesso obiettivo.

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO  QUI

anche su:

http://www.romatoday.it/sport/partita-della-pace-1-settembre-2014.html

http://www.matchforpeace.org/players?lang=it

 

“Lo sport è uno strumento per comunicare i valori che promuovono il bene della persona umana e aiutano a costruire una società più pacifica e fraterna. Pensiamo alla lealtà, alla perseveranza, all’amicizia, alla condivisione ed alla solidarietà”

cit. Papa Francesco Bergoglio

Queste le parole di Sua Santità Papa Francesco che ha manifestato in prima persona la volontà di organizzare un evento sportivo di respiro internazionale che fosse occasione di incontro e di fratellanza tra le diverse religioni del pianeta.
Il 1° settembre 2014, a Roma, i migliori calciatori del mondo – in rappresentanza di molte fedi religiose – daranno vita alla prima Partita Interreligiosa per la Pace, un appuntamento storico e coinvolgente fondato sulla spiritualità, la fratellanza e l’eccellenza sportiva, in nome del dialogo tra i popoli per la Pace nel Mondo.
L’iniziativa è promossa e organizzata da due associazioni, entrambe impegnate e attive nella diffusione dei più alti valori dello sport e nel supporto concreto all’infanzia e all’adolescenza: Fondazione Pupi (www.fondazionepupi.org) e Scholas Occurrentes (www.scholasoccurrentes.org).

 

 

 

Un momento storico, un’immagine indelebile: l’incontro di preghiera in Vaticano con Francesco e i presidenti israeliano e palestinese, Shimon Peres e Mahmoud Abbas, alla presenza del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e del custode di Terra Santa padre Pizzaballa. Le invocazioni sono risuonate in lingue diverse, ma tutte rivolte alla richiesta di pace in Medio Oriente. Dopo i discorsi di Francesco e dei due presidenti, è seguito l’incontro privato. Chiedo a tutte le persone di buona volontà – aveva scritto il Papa - di unirsi a noi nella preghiera per la pace in Medio Oriente.

 

“Spero che questo incontro sia un cammino alla ricerca di ciò che unisce, per superare ciò che divide” - ha detto Francesco – un incontro “accompagnato dalla preghiera di tantissime persone”, di religioni, culture e patrie diverse, ma che hanno pregato per un momento che, ha aggiunto Papa Francesco, “risponde all’ardente desiderio di quanti anelano alla pace e sognano un  mondo dove gli uomini e le donne possano vivere da fratelli e non da avversari o da nemici”: “Signori Presidenti, il mondo è un’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, è vero, ma è anche un prestito dei nostri figli: figli che sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di raggiungere l’alba della pace; figli che ci chiedono di abbattere i muri dell’inimicizia e di percorrere la strada del dialogo e della pace perché l’amore e l’amicizia trionfino”.

Quei figli sono caduti sotto i colpi di guerra e violenza, e in memoria di quegli stessi figli, affinché il loro sacrificio non sia vano, Francesco ha chiesto ai suoi ospiti di avere  “il coraggio della pace, di perseverare nel dialogo ad ogni costo, e di avere la pazienza di tessere la trama sempre più robusta di una convivenza rispettosa e pacifica”.

leggi tutto QUI

 

“Facciamo appello ai cristiani, ai credenti di ogni tradizione religiosa e a tutti gli uomini di buona volontà, a riconoscere l’urgenza dell’ora presente, che ci chiama a cercare la riconciliazione e l’unità della famiglia umana, nel pieno rispetto delle legittime differenze, per il bene dell’umanità intera e delle generazioni future”. Cosi Francesco e Bartolomeo I nella Dichiarazione comune, firmata a sugellare il loro incontro privato “pienamente consapevoli di non avere raggiunto l’obiettivo della piena comunione”, ribadendo l’impegno “a camminare insieme verso l’unità” dei cristiani, ricercando pure “un autentico dialogo con l’Ebraismo, l’Islam e le altre tradizioni religiose”.

“Sostiamo in devoto raccoglimento accanto al sepolcro vuoto, per riscoprire la grandezza della nostra vocazione cristiana: siamo uomini e donne di risurrezione, non di morte”.

Apprendiamo, da questo luogo, a vivere la nostra vita, i travagli delle nostre Chiese e del mondo intero nella luce del mattino di Pasqua:

“Ogni ferita, ogni sofferenza, ogni dolore, sono stati caricati sulle proprie spalle dal Buon Pastore, che ha offerto sé stesso e con il suo sacrificio ci ha aperto il passaggio alla vita eterna. Le sue piaghe aperte sono il varco attraverso cui si riversa sul mondo il torrente della sua misericordia”.

“Non lasciamoci rubare il fondamento della nostra speranza”:

“Non priviamo il mondo del lieto annuncio della Risurrezione! E non siamo sordi al potente appello all’unità che risuona proprio da questo luogo, nelle parole di Colui che, da Risorto, chiama tutti noi ‘i miei fratelli’”.

“Certo, non possiamo negare – ha ammesso Francesco – le divisioni che ancora esistono tra di noi, discepoli di Gesù” e “questo sacro luogo – ha aggiunto ce ne fa avvertire con maggiore sofferenza il dramma”, ma le divergenze “non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino”:

“Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi”.

 

L’abbraccio del Papa al Muro Occidentale

con i suoi due amici argentini:

il rabbino Skorka e l’imam Abboud

D. – Per quanto riguarda la pace, questo gesto è stato molto forte da parte del Papa: come è stato accolto da parte palestinese ed israeliana?

R. – Da quello che ho potuto percepire è stato accolto molto positivamente. Anche qui sottolineiamo, ancora una volta, la forza della preghiera. Credo che il Papa voglia sottolineare questo. Di fronte alle tante difficoltà che ci sono – politiche, diplomatiche – a quel groviglio di difficoltà e di problemi che esistono qui e che abbiamo sperimentato anche in questi due giorni che siamo rimasti qui, il Papa vuole – una volta di più – riaffermare la forza della preghiera, che può unire i cuori e dare a tutti quella capacità di prendere decisioni coraggiose. Il Papa ha parlato di questo ed io sottolineerei proprio questo: decisioni coraggiose. Da parte di tutti si deve essere capaci di fare scelte che possano davvero portare alla pace.

D. – Una conferma che la pace è un dono di Dio…

R. – La pace è un dono di Dio. Quando si parla di pace dono di Dio, io dico sempre che il dono è la trasformazione del nostro cuore: questa, è la mia interpretazione del dono di Dio. Non è un dono confezionato che viene dall’alto, ma è una trasformazione dei cuori, capaci di essere artigiani, operatori di pace giorno per giorno. Questo è il dono di Dio. Che noi sappiamo accoglierlo proprio e ci lasciamo trasformare dal suo Santo Spirito.

 

http://it.radiovaticana.va/news/2014/05/26/padre_pizzaballa_un_viaggio_storico/1100989

 

http://qn.quotidiano.net/esteri/2014/05/25/1070004-papa-terra-santa.shtml

Papa Francesco: Shimon Peres e Abu Mazen

in Vaticano per pregare per la pace

Entrambi i capi di Stato hanno subito aderito all’incontro, accettando l’invito del Papa. E poiché Peres è ormai a fine mandato e lascerà la carica nel prossimo luglio, lo storico evento in Vaticano “avverrà in tempi molto rapidi”, ha assicurato il portavoce padre Federico Lombardi. L’immediata sintonia delle due parti a incontrarsi in Vaticano sotto gli auspici di papa Francesco, per quanto in un contesto “di preghiera” (che comunque è la modalità specifica di un capo religioso come il Papa per farsi promotore e testimone di pace), fa intuire che la tessitura diplomatica era già in corso. E dipinge un quadro in cui Bergoglio, in un momento di stallo dei negoziati israeliano-palestinesi in favore dei quali aveva già lanciato diversi appelli, ha fatto sì che venisse in qualche modo scavalcato il premier israeliano Netanyahu, facendosi “regista” di una storica stretta di mano in Vaticano tra i due presidenti che non potrà non avere riflessi sulla ricerca di una accordo per la soluzione al conflitto.

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2014/05/24/il-papa-e-partito-per-la-storica-visita-in-terra-santa_32ca341f-56cc-41ee-a9c1-b49df3f57652.html

Sant’Egidio presenta il Meeting interreligioso 2013:

 ”Il coraggio della speranza”

 

 
Sarà con lo sguardo rivolto alla Siria il XXVII incontro internazionale per la pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, quest’anno a Roma dal 29 settembre al 1° ottobre. “Il coraggio della speranza”: questo il titolo dell’appuntamento 2013 presentato ieri a Roma, prevede tra l’altro incontri tra leader religiosi, uomini di cultura e della politica, che – ha anticipato il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo – saranno ricevuti in udienza dal Papa lunedì 30 settembre.
 
Negli anni, gli incontri di pace e preghiera della Comunità di Sant’Egidio non di rado si sono incrociati con eventi epocali, spesso drammatici, per la storia dei rapporti tra Paesi. Dall’11 settembre, dal rischio del conflitto tra civiltà, alla strage di Beslan, nell’Ossezia del Nord, alla “Primavera araba”. A Roma, quest’anno, l’attenzione si concentra sulla Siria, sul conflitto in quel Paese, e in generale sulla situazione nel Medio Oriente. Il titolo: “Il coraggio della speranza”, che prende spunto dagli appelli di Papa Francesco, soprattutto vuole contrastare la convinzione che oggi manchino sia la speranza sia la visione di un mondo nuovo, come ha precisato il presidente Marco Impagliazzo. Nei tre giorni del Meeting, oltre 400 rappresentanti delle grandi religioni ed esponenti della vita politica e culturale europea e mondiale alzeranno la voce in favore della convivenza pacifica tra culture e fedi diverse. La Veglia di Papa Francesco sabato scorso in Piazza San Pietro, ha aggiunto Impagliazzo, “ha dimostrato che la preghiera può spostare il mondo”. Tra i temi trattati dai panel, oltre alla crisi in Siria e in Medio Oriente, l’America Latina di Papa Francesco, il terrorismo religioso, le religioni e la violenza sulle donne, l’immigrazione dall’accoglienza all’integrazione. Ascoltiamo Marco Impagliazzo:
R. – Se c’è un significato oggi di questa preghiera per la pace, “Il coraggio della speranza”, è proprio pregare per la Siria, che sarà il cuore di uno dei momenti fondamentali, che è quello della preghiera. Poi, ci saranno personalità che verranno dal mondo del Medio Oriente e anche dalla Siria – speriamo nel Patriarca della Chiesa greco-ortodossa siriana, nella presenza di vescovi siro-ortodossi e di personalità politiche del Libano – perché occore riflettere anche sul dopo questo conflitto, cioè su come il tema della coabitazione e della difesa delle minoranze – e ribadisco: la difesa delle minoranze cristiane in Siria – debbano diventare capitale in una futura trattativa di pace.
D. – La Comunità di Sant’Egidio ha preso una posizione molto chiara sulla Siria: aprire al dialogo, non ad un’azione di forza, in linea con quello che è il pensiero di Papa Francesco. Ci sono timori, però, che questi appelli non vengano accolti dai leader mondiali…
R. – Fino ad oggi, le diplomazie hanno mostrato un grande limite nel conflitto siriano e c’è voluto l’appello di Papa Francesco per smuovere le coscienze e soprattutto per liberarci da questa empasse che vedeva la violenza e la risposta militare come inevitabili. Il Papa ci ha insegnato che la violenza non è mai inevitabile, può essere evitata, che la guerra porta soltanto altra guerra, ciò che è confermato pienamente dall’esperienza di Sant’Egidio in tante situazioni di conflitto in cui abbiamo mediato e siamo stati facilitatori. E dunque è vero che oggi la situazione è molto drammatica, ma è vero anche che si stanno aprendo degli spiragli importanti, perché la preghiera e il coraggio della speranza sono delle forze che agiscono molto più di quello che noi crediamo.
D. – Le tavole rotonde che animeranno questi giorni attraverseranno molte tematiche, come d’abitudine per gli incontri di Sant’Egidio. Ci si concentrerà molto sulla povertà, sulla fragilità, si parlerà di migrazioni, di anziani e si affronteranno argomenti mai toccati finora, come la violenza sulle donne…
R. – Sì, questo è un tema di cui si è tanto parlato in Italia quest’anno e giustamente, ma che abbiamo visto e riscontrato anche in tante altre società, come quella indiana per esempio e poi anche nelle società musulmane. Noi dobbiamo riflettere e quindi abbiamo interpellato le religioni a prendere una posizione chiara su questo discorso: non solo a prendere una posizione, ma anche a guidare i loro fedeli per un nuovo rispetto e una nuova attenzione verso la parte femminile dei loro popoli.
D. – Scorrendo la lista dei partecipanti, si vedono i nomi di esponenti politici italiani, a cominciare dal premier Letta che sarà presente alla seduta d’inaugurazione. Quale può essere un messaggio per l’Italia oggi?
R. – Il messaggio per l’Italia è proprio il titolo del Convegno “Il coraggio della speranza”. Il nostro è un Paese in cui la speranza si è molto affievolita, la crisi economica ha portato tanta disperazione da una parte e mancanza di speranza dall’altra. Oggi, la nostra gente, soprattutto i più giovani, devono avere il coraggio di sperare perché soltanto la speranza aprirà dei nuovi fattori positivi nella società. Noi non possiamo guardare soltanto al passato: il coraggio della speranza ci aiuta a guardare al futuro con fiducia. E’ vero che c’è la crisi, ma è vero anche che c’è la possibilità di uscire da questa crisi se saremo tutti più uniti e se smetteremo di litigare – troppo si sta litigando in Italia da tanti anni – superando così questo periodo di contrapposizione, anche politica, che ha portato ad un indebolimento della speranza. Il nostro è anche un appello ai leader politici, perché ritornino a far sperare i cittadini italiani.

La “chiamata” del Papa a una Giornata di preghiera e digiuno per la Siria, sabato 7 settembre, sta raccogliendo adesioni in tutto il mondo.

Il Gran mufti di Siria, Ahmad Badreddin Hassou, leader spirituale dell’islam sunnita in Siria, “ha espresso il desiderio di ESSERE PRESENTE IN SAN PIETRO per la veglia di preghiera per la pace in Siria”. Il mufti ha detto alla sua comunità musulmana a Damasco e in tutto il territorio nazionale di “accogliere l’appello”.

Gregorio III Laham, patriarca greco-cattolico di Antiochia, di tutto l’Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme dei Melchiti ha sottolineato che TUTTE LE PARROCCHIE DELLA CHIESA GRECO MELCHITA in Medio Oriente e nel mondo hanno già iniziato i preparativi per rispondere all’iniziativa.

“La preghiera è la nostra ultima possibilità di fermare la violenza”: lo riferisce Samir Nassar, Arcivescovo Maronita di Damasco informa Fides che “MOLTI MUSULMANI si uniranno a noi” e che, dunque, la preghiera a Damasco si annuncia ecumenica e interreligiosa, segno della volontà forte di pace della intera popolazione siriana.

La Chiesa cattolica nelle Filippine con le comunità musulmane del Sud, secondo l’agenzia Fides, si uniranno a papa Francesco nella giornata di preghiera e digiuno. Padre Sebastiano D’Ambra, missionario Pime e fondatore del movimento per il DIALOGO ISLAMO-CRISTIANO “Silsilah”, nella città di Zamboanga, sull’isola di Mindanao, riferisce che “nei prossimi giorni il testo dell’Angelus di Papa Francesco del 1° settembre verrà letto e meditato in INCONTRI INTERRELIGIOSI”.

L’Arcivescovo metropolita siro-ortodosso di “Jazirah e Eufrate”, nella parte orientale della Siria, afferma che lui stesso e tutta la sua comunità “aderiscono con convinzione all’appello del Papa”. Comunità ortodosse e protestanti di diverse confessioni, in Libano e in altre nazioni del Medio Oriente, si stanno mobilitando per pregare e digiunare insieme sabato 7 settembre. 

 

Il pastore Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) afferma: “La pace è una questione che riguarda tutti i cristiani, indipendentemente dalla confessione a cui appartengono. Per questo accogliamo con profonda consapevolezza cristiana l’invito di papa Francesco per una giornata di preghiera per la pace”.

Le preghiere della comunità ebraica di Roma si uniranno a quelle del Papa. Lo annuncia il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, a ridosso dell’inizio di importanti festività ebraiche (Capodanno poi Yom Kippur e Sukkot), sottolineando la “sintonia con tutti coloro” che quel giorno si raccoglieranno in preghiera.


“Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica ma che estendo a tutti:

- i cristiani di altre Confessioni,

- agli uomini e donne di ogni Religione

- anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché E’ UN BENE DI TUTTA L’UMANITA’!

Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, LA CULTURA DEL DIALOGO: questa è l’unica strada per la pace”

 

 

“Welcoming the stranger: Affirmations for faith Leaders”

è  una realtà che porta la firma, oltre che dell’UNCHR, dell’Osservatorio permanente della Santa sede, di Caritas Internationalis, dell’International Catholic migration Commission, del Jesuit Refugee Service, dell’arcivescovo di Canterbury, del Consiglio Mondiale delle Chiese (WWC), dei leaders delle comunità ebraiche, islamiche e indù.

Il documento risultante è composto da 16 impegni assunti in prima persona dai responsabili delle comunità di fede che riconoscono il dovere delle loro rispettive tradizioni religiose di accogliere lo straniero..

Nel NOVEMBRE  di quest’anno, la dichiarazione sarà lanciata ufficialmente a Vienna presso il Centro internazionale per il dialogo interreligioso e interculturale, in un convegno organizzato da Religions for Peace che riunisce più di 400 leader religiosi a livello mondiale. Il testo – che per ora è disponibile in inglese, francese, spagnolo, russo, ebraico e arabo – è reperibile

Tra le affermazioni troviamo la prima: “Io accoglierò lo straniero”

ma anche: “La mia fede mi insegna che la compassione, la misericordia, l’amore e l’ospitalità sono nei confronti di tutti, nessuno escluso: il mio compatriota e lo straniero, il membro della mia comunità alla pari del nuovo arrivato”.

“Io darò prova di ospitalità verso lo straniero perché questo si rivelerà una benedizione per la mia comunità, la mia famiglia, per lo straniero e per me stesso”.

“Difenderò la giustizia sociale nei confronti degli stranieri come farei per tutti gli altri membri della mia comunità”.

La visita di papa Francesco a Lampedusa ha riportato all’attenzione del mondo il problema dei profughi, un tema che per la Chiesa è sempre stato parte integrante della sua missione.

 

 

NOI CI RIFIUTIAMO DI ESSERE NEMICI: EBREI E PALESTINESI

Siamo nel luogo della “Tenda delle nazioni” ponte di pace  fra i popoli, esempio di resistenza non violenta, luogo di esperienze multiculturali dove si percepisce un grande amore per gli altri ed un grande rispetto per la terra che ti accoglie, ti nutre e che ti è madre!

 

“OGNI VOLTA CHE SI PARLA DI ISRAELE E PALESTINA SI PENSA SEMPRE CHE SIANO NEMICI, MA NOI VOGLIAMO USCIRE DA QUESTO CIRCOLO VIZIOSO E SE QUALCUNO VIENE E CI DICE: “TU SEI MIO NEMICO” IO RISPONDO: “TU LO DICI MA IO NON LO SONO”.

PER QUESTO HO CREATO “TENT OF NATIONS”: VOGLIAMO CHE LE PERSONE VENGANO QUI E CAPISCONO COSA ACCADE REALMENTE, NON DALLE NOTIZIE!  LA FATTORIA E’ APERTA A TUTTE LE PERSOEN DI DIVERSE NATIONI, CULTURE E RELIGIONI PER COSTRUIRE PONTI DI PACE E DI COMPRENSIONE.

SE NON SI CREA COMPRENSIONE NON PUO’ ESSERCI RICONCILIAZIONE E QUINDI PACE. PER QUESTO VOLGIAMO TRASFORMARE LA FRUSTRAZIONE IN MANIERA COSTRUTTIVA E NON DISTRUTTIVA. PER NOI E’ IMPORTANTE ESSERE POSITIVI E COSTRUTTIVI. NON SEDERCI, NON PIANGERE, NON GIUDICARE, NON LAMENTARCI, NON SENTIRCI VITTIME MA ALZARCI E COSTRUIRE INSIEME.”