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La nascita di Is non è un’improvvisa casualità, ma è l’esito non calcolato di decenni di retorica e propaganda islamista, generata anche dalle ambiguità di un secolo di riflessione riformista. L’analisi controcorrente dello studioso egiziano Sherif Younis.

È bene che i pensatori islamici condannino l’esperienza traumatica dello Stato islamico. Ma è importante soprattutto che quest’ultimo sia pensato. Senza un giudizio adeguato, i progetti islamisti potranno essere temporaneamente contrastati, ma mai veramente superati. 

Michele Brignone| mercoledì 17 settembre 2014

Mappa del progetto dello Stato Islamico

L’imporsi dello Stato islamico sulla scena mediorientale e la feroce persecuzione messa in atto dai suoi militanti contro le minoranze non islamiche (cristiani, yazidi) e i musulmani “eretici” (sciiti e sunniti tiepidi) ripropone con inedita drammaticità una domanda che periodicamente investe lo spazio pubblico: l’islamismo violento è un prodotto dell’islam tout court o un mostruoso accidente della storia solo strumentalmente connesso con il Corano? Un’interessante chiave di lettura del fenomeno jihadista emerge dal dibattito che l’avanzata di Isil ha suscitato all’interno dello stesso mondo islamico.

Da quando il 29 giugno scorso è stato proclamato il califfato non sono mancate reazioni contrarie da parte di personalità musulmane di diversa provenienza e sensibilità, in un fronte variegato che comprende tra gli altri importanti pensatori riconducibili ai Fratelli musulmani ed ideologi di al-Qaeda. Pur nella differenza di accenti, tutti contestano sia le ambizioni “califfali” dello Stato islamico sia i suoi metodi efferati.

Tra le voci critiche hanno avuto una certa eco mediatica quelle di due importanti autorità islamiche istituzionali: il Mufti d’Egitto, Shawki Allam, e il Mufti d’Arabia Saudita Abd al-Aziz Al al-Shaykh. Allam ha affermato che «l’organizzazione dello Stato islamico è un pericolo per l’Islam», specificando che «è un grave errore descriverla come Stato Islamico perché essa contraddice tutti i valori islamici e le finalità della sharî‘a». A queste parole, usate dal Mufti anche in una recente intervista a questo giornale, è seguita una campagna lanciata dalla Dar al-Ifta egiziana (l’istituzione, presieduta dal Mufti, preposta ad emettere fatwe) affinché nei mezzi di informazione la dicitura “Stato islamico” sia sostituita con “l’organizzazione terrorista Isil”. Con toni simili si è espresso il Mufti d’Arabia Saudita, il quale ha dichiarato che «l’estremismo e la violenza non hanno niente a che fare con l’Islam, che essi sono il suo primo nemico e che i musulmani le loro prime vittime».

Naturalmente è confortante sapere che molti musulmani non si riconoscono nelle idee e nelle azioni dello Stato islamico. Ma le affermazioni di una sua generica estraneità al “vero” islam rischiano di essere oggettivamente insoddisfacenti, come ha mostrato lo studioso egiziano Sherif Younis, uno dei più acuti e competenti interpreti del pensiero arabo e islamico moderno (anche se pressoché ignoto in Occidente), in due articoli pubblicati rispettivamente il 18 agosto e il 1° settembre scorsi sull’importante quotidiano egiziano Al-Ahram. Nel primo, intitolato “L’ideologia dello Stato islamico e il risveglio islamista”, Younis scrive senza reticenze e con una franchezza rara nel dibattito pubblico dei Paesi arabo-islamici che «accusare organizzazioni violente come questa [lo Stato islamico] di ignorare semplicemente l’Islam è una sorta di grave semplificazione, se non di connivenza. La realtà è che la violenza fa parte del risveglio islamista e si fonda sulla riattivazione di elementi tradizionali esistenti. Gli amplificatori giganteschi nelle moschee, soprattutto in quelle dei quartieri che ospitano una popolazione cristiana, il boicottaggio delle piccole botteghe di proprietà dei cristiani, l’accusa di empietà lanciata contro i pensatori liberali critici verso i discorsi o i libri islamisti, che implica l’invito a ucciderli, i tentativi reiterati di inserire il reato di apostasia nella legislazione egiziana e in generale i discorsi istigatori contro tutti i diversi, sia per religione che per idee, costituiscono negli anni gli elementi ideali che riconosciamo oggi nella pratica dello Stato islamico. E si sa che i metodi d’insegnamento di Al-Azhar [l’importante moschea-università del Cairo] usati nelle madrase sono pieni di idee simili. L’ideologia dello Stato islamico non è altro che il coronamento del movimento di risveglio islamista dal momento che esso applica ciò che gli altri islamisti dicono».

Ultima tappa di un lungo processo, il radicalismo di Isil va situato secondo Younis nell’ «egemonia ideologica del risveglio islamista», nata dall’incontro, nella prima metà degli anni ’60, tra gli scritti takfiristi (incentrate sul takfîr, l’accusa di empietà lanciata contro i musulmani “devianti”) di Sayyid Qutb e la gioventù universitaria egiziana. Ma se il “bombardamento ideologico” islamista ha una storia ormai quarantennale, le sue premesse sono precedenti. È il tema del secondo articolo di Younis, intitolato “Lo shaykh Muhammad ‘Abduh e il fondamentalismo”, in cui lo studioso mette in discussione una lettura consolidata del pensiero islamico moderno, individuando nella riflessione del riformista egiziano ‘Abduh (m. 1905) la radice dei problemi dell’Islam contemporaneo e non, come molti sostengono, la loro soluzione.

Secondo le interpretazioni più diffuse anche in Occidente, il movimento di riforma dell’Islam che prende avvio alla fine del XIX secolo si sviluppa in due fasi: la prima, progressiva e illuminata, inizia con ‘Abduh e culmina nel grande intellettuale liberale Taha Husayn; la seconda, regressiva e oscurantista, parte dal fondatore dei Fratelli musulmani Hasan al Banna e sfocia nell’islamismo violento. Younis contesta tale lettura collocando ‘Abduh all’origine di entrambe le traiettorie. ‘Abduh non sarebbe il responsabile diretto della nascita del fondamentalismo, ma ne avrebbe creato i presupposti teorici attraverso la combinazione di un duplice meccanismo: il superamento delle differenze (storicamente ammesse) tra le diverse scuole giuridiche sunnite a favore di un’interpretazione unitaria ed esclusiva dell’Islam e il ritorno alle origini come strada per il rinnovamento non solo religioso ma anche sociale e politico. Utilizzati da ‘Abduh in senso modernista (sono note le aperture del pensatore egiziano su temi come i diritti delle donne o l’attività economica), questi due assi avrebbero preparato il terreno alla mitizzazione e all’assolutizzazione ideologica dell’unità islamica – intesa come omogeneità – e dell’esperienza delle prime generazioni di musulmani. In questo modo lo sviluppo dell’islamismo non sarebbe solo la perversione accidentale di un percorso virtuoso inaugurato dall’islam liberale, ma l’esito necessario dell’impostazione con cui i pensatori musulmani hanno tematizzato il complesso rapporto tra islam e modernità.

Per capire, al di là degli aspetti più specialistici, i termini della questione, si può paragonare tale dibattito a quello che a partire dagli anni ’40 ebbe luogo in Italia intorno all’interpretazione del fascismo. Per Croce il fascismo era il frutto di una crisi culturale momentanea, una “parentesi” irrazionale nello sviluppo razionale della storia europea. Secondo Del Noce, che riprendeva le idee di Noventa, esso non rappresentava «un errore contro la cultura», ma un «errore della cultura», e solo questa prospettiva avrebbe impedito la nascita di nuovi fascismi.

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Siria, le europee che sposano i jihadisti. “Matrimoni via chat prima di partire”

L’ultimo caso è quello delle gemelle 16enni di origini somale partite da Manchester. L’intelligence francese ha ricevuto decine di segnalazioni di giovani che vorrebbero volare a Damasco per offrirsi ai combattenti

Siria, le europee che sposano i jihadisti. “Matrimoni via chat prima di partire”

Lasciano l’Europa per andare in Siria e sposare jihadisti che combattono contro il regime diBashar al-Assad o contro i ribelli. E spesso si sposano via videochat prima di partire, per potere viaggiare da sole senza violare la morale islamica. E’ l’”esercito” delle musulmane occidentali, che secondo una ricerca dell’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) di Londra è in aumento e continua a ricevere richieste di affiliazione. Nello studio sono citati numerosi casi di donne partite dal Regno Unito, ma anche dalla Francia, dal Belgio, dalla Svezia e dalla Serbia. Ultimo caso è quello delle gemelle 16enni di origini somale partite da Manchester e giunte in Siria per offrirsi in spose ai combattenti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil). Secondo ilDaily Mail, il loro fratello era già stato arruolato dai miliziani mentre le due ragazze sono fuggite di casa in piena notte e salite su un aereo per Istanbul. Da lì hanno poi chiamato i genitori per dire che non avevano intenzione di tornare in patria.

Si stima che siano 1.500 i cittadini britannici a combattere contro il regime di Assad. Il capo della polizia di Manchester, Peter Fahy, ha denunciato il ”lavaggio del cervello” fatto ai giovani che “stanno tentando di entrare in Siria”. In particolare, le ragazze “credono di andare là per diventare spose del jihad, lasciando a casa genitori disperati”. Tra i casi citati dal rapporto del centro inglese, quello di quattro donne britanniche, due di Portsmouth, una di Londra e una del Surrey, che sono andate in Siria per sposare jihadisti anglofoni. Tre delle donne, pur vivendo nelRegno Unito, sono originarie di paesi arabi, mentre una di loro è una britannica convertita all’Islam. Poi, secondo lo studio, ci sono altre decine di donne e ragazze in altri Paesi europei.

 

“Sono amori nati via chat o su forum online“, spiega Shiraz Maher, uno degli autori dello studio inglese. “Spesso i matrimoni sono celebrati via videochat, in modo che le donne possano viaggiare sole verso la Siria, senza violare la rigida morale islamica”. L’Icsr ha creato un database del profilo di 190 europee che nell’ultimo anno si sono unite a gruppi jihadisti: due su tre hanno preferito andare tra le fila del nascente Califfato islamico dell’Isil. Se al conto si uniscono gli uomini, “fra 2011 al 2013 dall’occidente fino a 11mila persone sono andate in Siria per combattere il governo di Assad”.

Non mancano aspiranti jihadiste anche in Francia, dove metà dei militanti che partono alla volta dei Paesi arabi è donna. Dati che arrivano dalla nuova piattaforma telefonica lanciata a fine aprile dal governo di Parigi per raccogliere segnalazioni sui “combattenti” che cercano di andare tra le fila degli eserciti islamici in Siria. Aperta da poco più di due mesi, la piattaforma ha ricevuto oltre 200 chiamate, e di queste oltre il 45% riguarderebbe donne prevalentemente di nazionalità francese.

Nelle fila dei combattenti estremisti in Siria, spiegano alcuni esperti dell’intelligence transalpina citati dal sito di Le Figaro, le donne francesi sarebbero oggi tra 100 e 150, oltre un terzo dei militanti arrivati dalla Francia. Ma rispetto alle segnalazioni, quelle di potenziali guerriglieri donne sono maggiori rispetto a quelle maschili. “I genitori di queste ragazze, in gran parte musulmaniprovenienti da zone svantaggiate, sono più attenti alle derive delle loro figlie che a quelle dei ragazzi”, spiega l’ex capo della sicurezza dei servizi segreti interni Alain Chouet al quotidiano francese. Così, per i ragazzi, che godono di “una libertà abbastanza ampia”, diventa più facile avvicinarsi agli ambienti islamici radicali e organizzare una partenza per la Siria, rispetto a quanto lo sia per le figlie femmine. Ai casi delle spose europee, secondo il quotidiano Asharq al-Awsat, devono aggiungersi quelle che ad Aleppo, secondo i ribelli, sono costrette a sposare gli jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante.

DAL SITO “OASIS”

L’Islam, la violenza, la guerra santa e il califfato: una conversazione a tre voci per rispondere alle domande più frequenti che la cronaca degli ultimi mesi suscita in modo incalzante. Dialogo con Martino Diez e Michele Brignone, a cura di Maria Laura Conte.

Marialaura Conte, Martino Diez, Michele Brignone

Che cosa sta succedendo in Iraq?

MD: In Iraq è in atto un genocidio, da parte delle milizie sunnite dello Stato islamico, ai danni delle minoranze religiose e di chiunque non si riconosca nella loro versione di Islam. La causa immediata di questo genocidio è la guerra in Siria che è cominciata nel 2011 per rovesciare Asad. Nelle file dell’opposizione siriana infatti hanno prevalso i gruppi più fondamentalisti, appoggiati anche da molti combattenti stranieri. Ma la guerra è potuta transitare dalla Siria all’Iraq con grande facilità perché questo Paese non si è mai veramente stabilizzato dopo il rovesciamento di Saddam Hussein da parte degli americani. Più in profondità, esiste nella regione una secolare rivalità tra sunniti e sciiti, due tipi diversi di Islam, che in Iraq sono numericamente quasi alla pari. E qui entrano in gioco anche gli interessi dei Paesi vicini, in particolare dell’Iran sciita e dei sunniti wahhabiti dell’Arabia Saudita, che cercano di sfruttare questa rivalità per fini politici. L’ideologia wahhabita-saudita, dal XVIII secolo in avanti, è un grave fattore di destabilizzazione, perché insegna un Islam duro e puro che si proclama come l’unico autentico.

All’inizio si definiva sui media Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), poi Isis (Stato Islamico dell’Iraq e Siria), ora IS cioè Stato Islamico: cos’è questo califfato?

MB: Il califfato è un’istituzione classica dell’Islam. Letteralmente il termine califfo (khalîfa) indica colui che succede a Maometto nella guida della comunità islamica per “salvaguardare la religione e gestire gli affari terreni”. Dopo i primi califfi, definiti i “ben guidati”, il califfato ha assunto – prima con la dinastia omayyade (661-750), e soprattutto con quella abbaside (750- 1258) – i caratteri di un impero multietnico e multi-religioso a vocazione universale. In epoca moderna, dopo l’abolizione del califfato ottomano nel 1924, califfato è diventato sinonimo di “Stato islamico”. L’organizzazione dello Stato islamico incarna nel modo più radicale il mito della costruzione di un’entità politica fondata su un’interpretazione rigorista della Legge islamica, un’entità che probabilmente non è mai esistita nei termini in cui è proposta oggi.

Che rapporto c’è tra IS e al-Qaida di Bin Laden? Quali sono le principali differenze?

MB: Lo Stato Islamico non è mai stato un affiliato di Al-Qaida anche se al momento della sua costituzione in Iraq (2006) al-Qaida ne ha sostenuto le attività. È stata la guerra in Siria a spezzare la loro alleanza, tanto che oggi sono due soggetti concorrenti. Lo Stato Islamico punta all’istituzione immediata di un’entità politica in cui si applichi la sharî’a e vengano eliminate tutte le forme di Islam che divergano dalla sua visione rigorista. I sostenitori di Al-Qaida pensano invece a un’istituzione più graduale del califfato. Inoltre, mentre Al-Qaida ha agito e agisce soprattutto a livello globale con operazioni terroristiche spettacolari anche in Occidente (tra tutte la distruzione delle torri gemelle) e la creazione di molti fronti locali, lo Stato Islamico punta invece a concentrare gli sforzi sull’istituzione di uno Stato dotato di una propria capacità di espansione.

Come si presenta IS?

MB: Lo Stato Islamico copre un territorio a cavallo tra Siria e Iraq che conta circa 4 milioni di abitanti, è sicuramente dotato di molti mezzi tecnologici ed economici, impossibili senza ingenti finanziamenti esterni. Lo dimostrano le sue capacità propagandistiche e mediatiche e le sue dotazioni militari, al momento superiori sia a quelle delle forze governative irachene che a quelle dei combattenti curdi (peshmerga). Per fare solo un esempio, ha appena conquistato una base militare siriana grazia anche all’uso di droni. L’ambizione dello Stato islamico è sicuramente la creazione di un’entità statuale territoriale stabile in grado di pesare politicamente sulla scena mediorientale e di agire sull’immaginario dei militanti jihadisti di tutto il mondo.

Chi lo ha accolto con favore e chi invece lo contesta?

MB: Lo Stato Islamico è sostenuto da una giovane generazione di jihadisti di varia provenienza. Tra i suoi detrattori vi sono invece gli ideologi jihadisti della vecchia generazione, che fanno riferimento ad Al-Qaida, gli ideologi musulmani riconducibili all’esperienza dei Fratelli Musulmani (al momento molto più concentrati sulla questione palestinese) e i musulmani che non si riconoscono in un’interpretazione radicale e violenta dell’Islam. Ma, nonostante le tante opposizioni che lo Stato islamico incontra nello stesso mondo islamico (non mancano infatti singole prese di distanza), soprattutto le autorità religiose musulmane non riescono a pronunciarsi in modo unitario.

Si richiama all’Islam, ma i suoi detrattori dicono che fa un uso strumentale dell’Islam, che non sono veri musulmani gli jihadisti che si uniscono alla lotta del Califfo. Sono o non sono musulmani?

MD: È un fatto che questi militanti si dichiarano musulmani, così si vede già nell’aggettivo “islamico” usato per definire il loro Stato. Molti altri musulmani ritengono che il loro comportamento sia un tradimento dell’autentica fede islamica. Ma le autorità religiose non possono limitarsi a dire “quelli non sono veri musulmani”: è troppo poco. Devono dissociarsi chiaramente da questi comportamenti, contrastarli e soprattutto mostrare dove e perché i miliziani di IS sbagliano. Molti in Europa si lamentano della difficoltà a orientarsi tra i vari interlocutori islamici. Un modo molto semplice per farlo è vedere che cosa dicono o non dicono sulla vicenda irachena.

Dalle notizie di cronaca si deduce che IS è fondato sull’uso sistematico della violenza in nome del vero Islam. Ma numerosi imam e fedeli musulmani in Occidente parlano dell’Islam come pace. Chi ha ragione?

MD: L’Islam non chiama alla violenza indiscriminata, ma non insegna neppure la non-violenza. Nasce come una predicazione militante, in cui il credente è chiamato a un impegno personale per attuare la volontà di Dio sulla terra, con il rischio però di sostituirsi a Lui. Sorgono infatti due questioni: la prima è se la volontà di Dio si lascia conoscere con certezza fino ai dettagli dell’organizzazione politica di uno Stato. La seconda è sul metodo: che fare con chi si oppone a questo progetto? Tutta la questione del jihad si può ricondurre all’ampiezza dell’autorizzazione all’uso della violenza: è ammessa solo per la legittima difesa o anche per attacchi offensivi? È incoraggiante che molti fedeli musulmani in Occidente e nei Paesi a maggioranza musulmana parlino dell’Islam come di una religione pacifica, ma occorre riconoscere che la questione non è risolta a livello delle fonti. Basta andare su un sito jihadista per rendersene conto.

Molti jihadisti giungono dall’estero: come si spiega questo richiamo esercitato da IS?

MB: Da molti anni ormai il jihadismo esercita un macabro fascino globale. Il combattente jihadista gode in certi ambienti di un grande prestigio, sia quando cade come “martire”, sia nella versione del reduce del jihad, che per alcuni rappresenta una forma di iniziazione all’Islam più autentico. In questo momento il prestigio di IS supera quello di altri movimenti jihadisti e sembra aver scalzato anche quello di Al-Qaida, che dopo la morte di Bin Laden si è ristrutturata su molti fronti locali ma ha perso molta incisività dal punto di vista mediatico. Naturalmente il jihad recluta più facilmente tra persone che vivono situazioni di disorientamento o disagio, non solo economico, ma anche identitario o psicologico. Tuttavia è difficile ridurre la militanza jihadista a pure categorie sociologiche. Resta la zona d’ombra del richiamo che può esercitare la violenza in sé anche sui più insospettabili, in questo caso assumendo la forma della guerra santa.

La violenza all’opera nel conflitto siro-iracheno si manifesta in forme nuove?

MD: Sì, c’è all’opera un elemento nuovo: l’assassinio esibito sui media, pensiamo al video della decapitazione del giornalista americano James Foley. La violenza è un virus molto contagioso: all’inizio si traveste di obiettivi politici (“creare uno Stato islamico”), ma più cresce, più sfugge al controllo di chi la pratica e diventa un fine in sé stesso (“uccidere per il gusto di uccidere”). L’esibizione mediatica accelera questo contagio con il pericolo di un’escalation ulteriore della violenza.

C’è chi ritiene che si tratti di un conflitto religioso e di civiltà e chi invece è convinto che la religione non abbia nulla a che vedere con questi fatti, dovuti invece a questioni geostrategiche, economiche e sociali. Dove sta la ragione?

MD: Certamente ci sono molti motivi politici ed economici che spiegano la guerra attuale in Iraq e Siria. Ma questo non deve portare a sottovalutare l’elemento religioso. Molti dicono che le guerre hanno sempre ragioni economiche, travestite da motivazioni religiose o ideologiche. Non è vero. Le motivazioni religiose sono una forza primaria, tanto quanto i fattori economici o strategici. Inoltre insistere solo sulle cause politico-sociali può portare a sottovalutare o cancellare la responsabilità morale del singolo.

IS sta perseguitando violentemente i cristiani e le altre comunità religiose: come intervenire per frenare questa violenza?

MB: Naturalmente più IS avanza più sarà difficile fermarlo. Da un lato è necessaria un’azione politica immediata che contempli anche l’uso della forza. Più il fronte internazionale a protezione delle vittime di IS sarà ampio e multilaterale, più avrà possibilità di successo non solo dal punto di vista militare ma anche della legittimità giuridica. Lo Stato Islamico segna il punto più alto della minaccia jihadista, che dispone ora di una base territoriale e di una dimensione politica effettiva. Ma allo stesso tempo potrebbe rappresentarne la crisi, perché molti musulmani ora lo contestano e ne subiscono direttamente la violenza. Sconfiggerlo sarebbe un segno di speranza per gli stessi musulmani, ma l’impresa ha una dimensione culturale ed educativa ben più importante di quella strategica e militare.

Che lezione sta impartendo la vicenda IS all’Europa e all’Occidente in generale?

MD: La vicenda dello Stato islamico insegna per l’ennesima volta agli occidentali, ma anche ad alcune potenze mediorientali, che non è possibile usare i fondamentalisti islamici per ottenere risultati politici. Gli americani ci hanno provato in Afghanistan e Libia e sono stati a un passo dal rifarlo un anno fa in Siria. Ma i fondamentalisti religiosi obbediscono a logiche proprie: l’alleanza con loro è sempre a tempo e alla lunga controproducente.

Si parla di centinaia di migliaia di profughi mediorientali che cercano di scappare dai loro Paesi ed entrare in quelli europei: come gestire questo problema? È realistico pensare che possano un giorno tornare a casa o hanno un futuro solo all’estero?

MB: Se si guarda alla storia dell’emigrazione dal Medio Oriente, è difficile pensare a un ritorno dei profughi nei territori d’origine. Perché ciò avvenga probabilmente non basterà ristabilire delle condizioni minime di sicurezza, impresa già di per sé difficile, ma occorrerà un ripensamento radicale delle istituzioni politiche ed economiche su cui si sono retti molti Paesi del Medio Oriente.

I vescovi e patriarchi orientali chiedono da tempo aiuto e interventi ai Paesi occidentali. Come stanno rispondendo? Perché la titubanza o la lentezza?

MB: Il cristiano, diceva il teologo Balthasar, si distingue anche perché è “inerme”. I cristiani sono una componente sociale e culturale fondamentale del Medio Oriente, ma non dispongono di un peso politico autonomo e sono rimasti schiacciati dalla complessa, e spietata, situazione politica della regione. Inoltre l’Europa è incastrata in una crisi che non è solo economica e sembra renderla incapace di agire. Gli Stati Uniti di Obama non brillano per le scelte di politica estera, anche se una certa titubanza è comprensibile dopo gli anni dell’ “esportiamo la democrazia”.

Stanno definitivamente sparendo i cristiani dal Medio Oriente? O si può ancora arrestare questo processo?

MD: Siamo all’ “ultima chiamata” per tutta la cristianità irachena. I cristiani sono un fattore di pluralismo in Medio Oriente. Se scompaiono, il Medio Oriente sarà più povero. E la maggiore omogeneità non ridurrà il conflitto perché, cacciati i non-musulmani e i musulmani “eretici” o tiepidi, ci sarà sempre qualcuno “più fondamentalista di me”. È una rincorsa senza fine, che rischia di annegare l’intera regione nel sangue. Papa Francesco nei suoi interventi pubblici continua a richiamare l’attenzione su questa ferita. Già adesso chiunque può lascia il Medio Oriente perché in molte regioni sta diventando impossibile vivere, anche per i musulmani.

I fatti del Medio Oriente stanno influenzando anche il modo nostro di considerare i musulmani che vivono tra noi. Come porsi per conoscerli nel modo più corretto? Trattare con un marocchino, un tunisino, un bengalese, un egiziano è la stessa cosa?

MB: I musulmani che vivono tra noi si distinguono per tanti ragioni, come l’etnia o l’origine nazionale: per esempio l’Islam vissuto in Marocco è diverso da quello asiatico o da quello mediorientale. Ma molti musulmani hanno ormai perso il legame con l’Islam del Paese o della cultura di provenienza dando vita a un “Islam globale”, secondo l’espressione dello studioso francese Olivier Roy. È difficile perciò offrire ricette per affrontare il fenomeno islamico in generale. Da un lato è sempre più necessario crescere in una conoscenza approfondita dell’Islam e delle sue molteplici forme, che fanno ormai parte, volenti o nolenti, delle nostre società; dall’altro vale per i musulmani ciò che vale per ogni uomo: la conoscenza non può prescindere dall’incontro con un’esistenza concreta.

I musulmani che vivono nelle democrazie occidentali chiedono un maggior riconoscimento della loro presenza e dei loro bisogni, come ad esempio quello di luoghi di culto adeguati (moschea, ecc.). La risposta a questa presenza va da quella più aperta (“viva il multiculturalismo, siamo diversi, ma in fondo uguali”) a quella più chiusa (“sono i musulmani che si devono adeguare, integrare e assumere i nostri costumi”). Quale la via per costruire una città accogliente ma rispettosa di tutte le sue componenti?

MB: Occorre lasciarsi provocare dalle loro richieste, che mettono in discussione modalità di gestione della sfera pubblica ormai inadeguate e quindi costringono a mettersi tutti in gioco per rigenerare la nostra vita sociale. Ma per garantire la convivenza pacifica e costruttiva tra persone diverse è necessario che tutti riconoscano che vivere insieme è di per sé un bene.

 

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