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Entries tagged with “testimone del mese”.


Elio Toaff (Livorno30 aprile 1915 – Roma19 aprile 2015)

Papa Giovanni Paolo II (a sinistra) ed Elio Toaff (a destra) nella sinagoga di Roma il 13 aprile 1986

È stato considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica in Italia dal secondo dopoguerra sino ai primi anni duemila.

Elio Toaff nacque a Livorno il 30 aprile 1915. Studiò presso il Collegio Rabbinico della sua città natale sotto la guida del padre, Alfredo Toaff, rabbino della città. Frequentò al tempo stesso l’Università di Pisa presso la facoltà di Giurisprudenza, dove poté laurearsi nel 1938 nei tempi stabiliti, in quanto l’introduzione delle leggi razziali fasciste, precludeva agli ebrei l’ingresso alle università ed espelleva gli studenti fuori corso, ma consentiva di completare gli studi a chi ne fosse giunto al termine. L’anno successivo completò gli studi rabbinici laureandosi in teologia al Collegio rabbinico di Livorno, ottenendo il titolo di rabbino maggiore. Fu nominato rabbino capo di Ancona, dove rimase dal 1941 al 1943.

Dopo l’8 settembre 1943, con la recrudescenza della violenza nazista e le prime deportazioni italiane per i lager, Toaff, sua moglie Lia Luperini e il loro figlio Arielfuggirono in Versilia scampando all’assassinio in casa per l’aiuto del parroco della vicina chiesa che lo salvò avvertendolo dell’agguato, facendolo poi fuggire con l’aiuto di famiglie cattoliche e alterando le generalità sui loro documenti, girovagando tra mille insidie. Più volte Toaff scampò alla morte per mano nazista (in un’occasione scampò ai nazisti rifugiandosi a Città di Castello di cui è cittadino onorario dal 1999). Entrò nella Resistenza combattendo sui monti e vedendo con i propri occhi le atrocità ai danni di civili inermi.

Dopo la guerra fu rabbino di Venezia, dal 1946 al 1951, insegnando anche lingua e lettere ebraiche presso l’Università di Ca’ Foscari.

 Nel 1951 divenne rabbino capo di Roma. Oltre al suo ruolo spirituale, ha ricoperto diverse cariche nella comunità ebraica italiana: presidente della Consulta rabbinica italiana per molti anni, direttore del Collegio rabbinico italiano e dell’istituto superiore di studi ebraici, direttore dell’Annuario di Studi Ebraici. Inoltre è membro dell’Esecutivo della Conferenza dei rabbini europei fin dalla fondazione nel 1957 e dal 1988 è entrato a far parte del Praesidium.

Nel 1987, Toaff pubblicò una sua autobiografia: Perfidi giudei, fratelli maggiori (Mondadori, Milano).

L’8 ottobre 2001 Elio Toaff, all’età di 86 anni, annunciò le proprie dimissioni dalla carica di Rabbino Capo di Roma per lasciare spazio e opportunità ai più giovani. La decisione venne comunicata dal Toaff stesso nella Sinagoga di Roma al termine delle preghiere per il «Oshannà Rabbah». Il successore alla carica è stato Riccardo Di Segni.

Nel 2005 Elio Toaff è stato proposto alla carica di senatore a vita. Toaff si è spento il 19 aprile 2015 nella sua abitazione di Roma pochi giorni prima del suo centesimo compleanno.

 

Contributo al dialogo ebraico-cristiano

Importanti sono stati da sempre i rapporti di Toaff con il mondo cattolico e il suo impegno per il dialogo ebraico-cristiano. Scriveva Toaff:

« Grazie all’insegnamento e all’esempio di mio padre, io imparai a non avere pregiudizi nei confronti dei sacerdoti cattolici. Nel periodo delle leggi razziali e della guerra… furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole… Fra loro ci fu padre Benedetto, nobile e generoso cappuccino, che con incrollabile dedizione riuscì a salvare migliaia di ebrei. »

Il 10 ottobre 1958, nella circostanza della morte di papa Pio XII, Toaff affermò: “Più che in ogni altra occasione, abbiamo avuto l’opportunità di sperimentare la grande compassione e la grande generosità di questo papa durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando sembrava non ci fosse per noi più alcuna speranza”.

Nella sua autobiografia Toaff ricorda con particolare calore gli anni del pontificato di Giovanni XXIII, l’esperienza del Concilio Vaticano II con l’approvazione della dichiarazione Nostra aetate e l’amicizia che in quegli anni lo legò al card. Augustin Bea e a padre Cornelius Adriaan Rijk. Toaff ricorda ancora come “la notte in cui Giovanni XXIII entrò in agonia, sentii imperioso il bisogno di unirmi ai tanti cattolici che vegliavano in preghiera a piazza San Pietro”.[4]. Le associazioni per il dialogo ebraico-cristiano in Italia – dal Segretariato Attività Ecumeniche alle Amicizie ebraico-cristiane, ai Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli - troveranno sempre in Toaff un interlocutore attento, sensibile e partecipe.

Un primo incontro di Toaff con Papa Giovanni Paolo II avvenne l’8 febbraio 1981 a Roma nella canonica delle chiesa di San Carlo ai Catinari, vicina al ghetto di Roma. Nel 1986 il Papa espresse il suo desiderio di visitare la Sinagoga di Roma. L’invito fu accolto e il 13 aprile 1986 Toaff fu protagonista dello storico incontro con Papa Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma. Scriveva Toaff:

« Insieme entrammo nel Tempio. Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento… L’applauso scoppiò [nuovamente] irrefrenabile quando [il papa] disse: “Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire, i nostri fratelli maggiori“. »

 

Il rapporto di Toaff con Giovanni Paolo II si mantenne stretto fino alla morte del pontefice, in occasioni di incontri pubblici e privati. Toaff è una delle tre sole persone nominate nel testamento spirituale di Giovanni Paolo II, assieme al segretario don Stanisław Dziwisz e a Joseph Ratzinger, suo successore.

Opere

 

 

Beatificazione di padre Girotti morto nel lager di Dachau

giuseppe-girotti

Padre Girotti fu uno dei 1500 preti morti nel lager di Dachau. Nato ad Alba il 15 luglio 1905, da famiglia poverissima, fu ordinato prete nell’ordine dei Domenicani nel 1930. Negli anni 1932-1934 perfezionò gli studi biblici a Gerusalemme alla scuola di padre Lagrange e conseguì il titolo di «Prolita in Sacra Scrittura» a Roma, davanti alla Pontificia Commissione Biblica. Quindi, docente di Sacra Scrittura nello Studium domenicano di S. Maria delle Rose in Torino, dove nel 1938 pubblicò un commento ai Libri Sapienziali. Infatti, nel 1937 era stato incaricato di continuare il commento alla Sacra Bibbia, iniziato dal confratello Marco Sales. Sospeso nel 1939 dall’insegnamento e sorvegliato dal regime per il suo atteggiamento antifascista, fu trasferito nel convento di S. Domenico. Con l’occupazione tedesca dell’Italia dopo l’8 settembre 1943, la situazione degli ebrei divenne drammatica: l’ordinanza del 30 novembre della Repubblica Sociale stabilì l’arresto e l’internamento di tutti gli ebrei. La parola d’ordine nel mondo cattolico, lanciata dallo stesso Pio XII, era di aiutare e salvare gli ebrei. Padre Girotti non sottrasse al dovere morale di prestare aiuto agli ebrei perseguitati. Tradito, cadde in un tranello tesogli dalla polizia nazifascista, tramite una telefonata, sotto il pretesto di accompagnare – perché ferito – uno dei figli del prof. Diena, ebreo, nella casa del papà sulla collina torinese. Uscì dal convento il 29 agosto 1944 e non vi fece più ritorno. Fu trasferito nel lager di Dachau: era il 9 ottobre 1994.

Qui divenne promotore del dialogo interreligioso e dell’ecumenismo fino al “martirio”, riconosciuto dalla Congregazione per le Cause dei Santi con decreto del 27 marzo 2013.

Padre Girotti chiamava gli ebrei i suoi fratelli “maggiori”. Per essi sacrificò la propria vita. Il suo nome nel 1995, 50° anniversario della sua morte, venne dichiarato a Gerusalemme “Giusto fra le genti” e un albero fu piantato in suo onore nel viale dei giusti a Yad Vashem (Gerusalemme).

Padre Girotti attinse forza morale e spirituale dalla lettura e dalla meditazione della Bibbia, avuta da un pastore luterano, perché aveva intenzione di pubblicare il commento del profeta Geremia. Un’epidemia che infierì a partire dal mese di dicembre decimò gli internati. Padre Girotti non resse: dimagriva a vista d’occhio, dolori reumatici e gonfiore alle gambe sempre più pronunciati. Portato in infermeria, gli fu diagnosticato un carcinoma. Probabilmente la sua morte repentina è da attribuire a una iniezione. Le sue ultime parole ascoltate furono quelle dell’Apocalisse: “Maràna thà. Vieni Signore Gesù!” Era la Pasqua del 1° aprile 1945.

Una mano ignota scrisse a matita, presso il suo giaciglio: San Giuseppe Girotti. Nel registro di Dachau si legge: «Ragione dell’arresto: aiutò gli ebrei». E’ stato sepolto nella fossa comune di Leitenberg.

LEGGI TUTTO QUI

 

Roberto Catalano

 

 Roberto Catalano è nato a Torino dove ha completato gli studi in Filosofia. Ha conseguito anche il Dottorato in Missiologia presso la Pontificia Università Urbaniana. Dal 1980 al 2008 ha bssuto in India, dove ha prestato servizio presso l’Isituto di Cultura Italiano di Mumbai dal 1987 al 1995. Ha insegnato lingua italiana per vari anni e dal 2002 al 2008 è stato titolare della cattedra di Lingua italiana presso il Bharatya Vidhya Bhavan di Mumbai. Ha animato diversi incontri di dialogo interreligioso ed interculturale fra accademici indu e cristiani. Autore di articoli per riviste e volumi sull’India, l’induismo e le religioni orientali, nel 2010 ha pubblicato: “Spiritualità di comunione e dialogo interreligioso. L’esperienza di Chiara Lubich e del Movimento dei Focolari.”  Dal luglio del 2008 è responsabile del Centro per il Dialogo Interreligioso del Movimento dei Focolari.

DAL SUO BLOG: LET’S DIALOGUE..

 

Il silenzio, protagonista di dialogo

 

Nella vita del dialogo sto scoprendo sempre più il valore del silenzio, elemento fondante di questa esperienza. Senza silenzio, infatti, non è possibile dialogare. In questa nostra società, italiana, in particolare, si parla costantemente, tutti insieme con costanti auto-referenzialismi. Per questo il dialogo è sempre più difficile. Ma anche nel campo del dialogo interreligioso mi capita di incontrare persone che raramente riescono ad ascoltare…

 
http://whydontwedialogue.blogspot.it/#!/

Mariappan, avvocato gandhiano e amico del dialogo

Ho appena ricevuto la notizia che un grande amico, l’avvocato Mariappan di Madurai, nello stato del Tamil Nadu, sud India, è morto domenica a causa di un improvviso infarto. Ci conoscevamo da dieci anni ed avevamo vissuto momenti indimenticabile di dialogo e fraternità. Il primo incontro era stato al ristorante del Temple View Hotel a Madurai. Una cena di fonte alla vista di uno dei monumenti più belli dell’India.
 

Ospitalità strada alla Vita e alla Verità

Mi è capitato, anche non troppo tempo fa, di dare ospitalità ad amici ed amiche di altre culture e religioni che passavano per Roma. Ho, per questo, ricevuto non poche critiche da parte anche di persone impegnate nel dialogo interreligioso. Non nascondo che non me lo sarei aspettato. Eppure devo riconoscere che uno degli aspetti che questi anni di dialogo ad ogni latitudine e con persone di culture e religioni diverse mi hanno insegnato è stato proprio che nell’ospite si accoglie Dio.

Ascoltare altre culture e religioni

Non nascondo il grande interesse con cui ho seguito un convegno che si è tenuto la scorsa settimana presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma, dove insegno. Il titolo aveva una dizione accattivante: In ascolto dell’Asia: le vie per la fede, società e religioni fra tradizione e contemporaneità.

Mi ha colpito però, forse, è stata la prima volta che ho visto così tante persone di fede cristiana, fra i quali non pochi asiatici, ascoltare. Nulla di strano, forse….

 
Continua a leggere sul suo blog..
 

CARLO MARIA MARTINI

E’ morto il cardinale Carlo Maria Martini. Si è spento all’Aloisianum, l’istituto filosofico dei gesuiti di Gallarate che era diventato la casa dell’ex arcivescovo di Milano dal 2008, quando era rientrato dalla Terra Santa per curare il Parkinson.

 

 

 

 

 

 

 

 

Uomo del dialogo

L’appello di Laras: “Ora non rallenti il dialogo ebraico-cristiano”. Il rabbino Giuseppe Laras ricorda l’amico cardinal Martini, con il quale ha tessuto il dialogo tra ebrei e cattolici sfociato poi nella visita di papa Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma.

A quando risale il vostro ultimo incontro?

“Lo andai a trovare pochi mesi fa a Gallarate, all’Aloisianum. Fino all’ultimo aveva quegli occhi buoni, sereni e rassicuranti che tanto mi avevano colpito la prima volta che lo vidi, nel 1980, e che erano la sua vera forza. In quell’occasione ci guardammo negli occhi e, con l’aiuto di un interprete, parlammo dell’importanza di quello che abbiamo fatto e stiamo facendo e che bisogna continuare a fare. Era molto grato e commosso, ci siamo abbracciati e quello è stato un momento non dico storico ma importante”.

Ora che Martini non c’è più, il dialogo è secondo lei a rischio?

“Con la sua scomparsa il dialogo subirà un qualche rallentamento però non bisogna rassegnarsi . Anzi, trarre spunto da questo triste fatto per insistere e andare avanti in quella direzione. Io gli dicevo spesso che un difetto del dialogo era un eccessivo verticismo e lui, che ne era ben consapevole, mi disse: ‘Bisogna insistere e mantenere vivo il dialogo a tutti i costi’. Oggi ci sono meno persone di un tempo e anche meno motivate ma il dialogo c’è e bisogna cercare di alimentarlo. Noi lo faremo anche nel ricordo del cardinale Martini”.

CONTINUA A LEGGERE SU: http://qn.quotidiano.net/cronaca/2012/08/31/765724-cardinal-martini-morto-rabbino-laras-amico.shtml

 

DIALOGO TRA CREDENTI E NON CREDENTI

Alcune righe di una premessa del Cardinale Martini ad un libro “Cattedra dei non credenti” sono state decisive per costruire questa nuova forma di dialogo prezioso per credenti e non: Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda che rimandano continuamente domande pungenti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa. E’ importante l’appropriazione di questo dialogo interiore, poiché permette a ciascuno di crescere nella coscienza di sé. La chiarezza e la sincerità di tale dialogo si pongono come sintomo di raggiunta maturità umana.”

Dentro molte persone cova il desiderio di una comunicazione spirituale sulle ragioni fondamentali del credere e sui dubbi e la fatica che il credere comporta. Spesso questo desiderio non riusciva a trovare una forma espressiva che non fosse il dibattito o la conferenza sulla fede.

La metodologia che la “cattedra dei non credenti” propone è invece una esercitazione dello spirito, quasi una ricerca su di sé, sulle ragioni del credere e del non credere, compiendo questo esercizio senza difese, con radicale onestà, un parlarsi autenticamente che ha una sua dignità ed una sua intoccabilità che finisce per coinvolgere chi ascolta.

Il credente che è in noi, infatti, è consapevole di non poter dire tutto di Dio e avverte la necessità di un’umile ricerca, di un annuncio essenziale, di un nuovo linguaggio, di riscoprire le ragioni ultime di un suo assenso religioso. E’ più aperto al dialogo, più libero e sereno di poter esprimere con più franchezza le ragioni ed i sentimenti del cuore. Ha imparato dall’esperienza di vita che la fede non è qualcosa di commerciabile e che il dialogo, dunque, non mira a convincere ma ad ascoltare quel che c’è nella mente e nel cuore di ogni persona.

Anche il non credente che c’è in noi è più capace di esaminare, a livello di coscienza, le radici della propria lontananza e insieme disponibile a riconoscere domande, segni, tracce che ripropongono la questione decisiva e globale della vita.

Nella misura in cui ci rendiamo trasparenti alla nostra coscienza sapremo essere fino in fondo liberi nella comunicazione spirituale. Questo metodo implica alcune condizioni irrinunciabili: la volontà sincera di confrontarsi, l’accoglienza umile e benevola di ciascuno verso l’altro senza il bisogno subito di rispondere rimbeccando o correggendo o chiarendo, ma lasciando che le interrogazioni prendano la forma del proprio corpo e della propria esperienza.

 Un gruppo di amici, credenti e non, hanno ricercato insieme alcuni itinerari spirituali che ritengono essenziali e molto presenti nel pensiero e nel cuore delle persone.

Scelti gli itinerari, hanno invitato alcuni testimoni, conosciuti e apprezzati, che hanno accettato di partecipare condividendo lo stile della proposta: meno intellettuale e più intimo, senza per nulla rinunciare all’infaticabile controllo della ragione, testimonianze scelte in quella zona di confine dove il credente e il non credente in noi sinceramente si parlano.

Questo percorso della cattedra dei non credenti potrebbe aprire un dialogo nuovo nelle nostre città.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cattedra_dei_non_credenti

 

NOI E L’ISLAM, DISCORSO DI CARLO MARIA MARTINI 1990

 

 

 

 

André Chouraqui

Member of the “Angelo Giuseppe Roncalli International Committee”

 

 Ripreso da: http://www.nostreradici.it/Morselli-Chouraqui.htm

 

La lingua ebraica non consente di parlare del volto dell’uomo, ma solo dei suoi volti: la parola panim ha solo il plurale. Chouraqui costituisce un buon esempio di questa verità linguistica: è l’uomo dai molti volti, è africano, europeo, asiatico, è l’abitante delle tre culture, ebraica, greco-latina e araba, è il cittadino dei tre universi spirituali abramitici, ebraismo, cristianesimo, islamismo. I suoi tre nomi Natan André Chouraqui indicano colui che è donato e che dona (in ebraico), l’uomo (in greco) e il saraceno, l’orientale (in arabo). Ha tradotto in francese l’intero corpus delle Scritture abramitiche: la Bibbia ebraica, il Nuovo Testamento e il Corano, nella convinzione che solo la conoscenza integrale dei testi rivelati consente di ascoltare la Chiamata che il Creatore dei cieli e della terra ha inviato e continua ad inviare all’umanità. È autore di una trentina di libri, tradotti in venti lingue, e di centinaia di articoli. Tredici titoli sono stati finora tradotti in italiano, tra cui: Il pensiero ebraico; Forte come la morte è l’amore; Mosè; Gesù e Paolo figli d’Israele; I dieci comandamenti; Storia del Giudaismo; Il mio testamento. Non sono stati ancora tradotti: Lettre à un ami chrétien; Procès à Jérusalem; Théodore Herzl, l’inventeur de l’Etat d’Israël; Lettre à un ami arabe; Jérusalem; L’Etat d’Israël ; Histoire des Juifs en Afrique du Nord.

 

André nasce il 23 del mese di Av dell’anno 5677 (corrispondente all’11 agosto 1917) nella piccola Comunità ebraica di Aïn-Témouchent in Algeria, a mezzogiorno di un giorno di Shabbat, nono dei dieci figli di Isaac Chouraqui e Meléha Meyer, entrambi sefarditi. La Shabbat successiva viene circonciso: un nuovo figlio d’Israele è entrato nell’ alleanza di Abramo. Potrebbe essere il Messia o, almeno, deve contribuire alla sua opera, che è quella di avvicinare i lontani.

 

L’arabo (e il judio-espanol) erano la lingua dei suoi nonni e dei suoi genitori, a casa e con il numeroso clan dei parenti parla dunque arabo, in Sinagoga impara l’ebraico e a scuola il francese. All’età di 7 anni viene colpito dalla poliomielite. A 11 anni entra come convittore nel Liceo francese di Oran: «Di colpo venivo trapiantato in un universo geografico e culturale che non aveva nulla a che vedere con quello che lasciavo. Il mondo arabo in seno al quale ero nato, là dove i miei antenati erano vissuti per più di un millennio, di cui parlavano la lingua, condividevano i costumi, spesso le credenze e talvolta le superstizioni, questo universo così vario e così ricco era completamente sparito per me, come inghiottito da qualche cataclisma, quando mi trasferii dalla rue Pastor di Aïn-Témouchent al liceo maschile di Orano».

 

In sette anni, degli eccellenti professori erano riusciti a trasformare gli alunni in perfetti francesini, fieri della propria Patria e del proprio Impero: «I nostri maestri avevano radicalmente eliminato il nostro passato, tanto più facilmente poiché loro stessi non conoscevano nulla di Israele e del giudaismo o degli arabi e dell’Islam». La sua cara Bibbia, mai citata da quei brillanti intellettuali, venne relegata nel magazzino degli oggetti inutili: «Dall’asilo all’esame di Stato, superati tutti i gradi del sistema educativo francese, non credo di aver sentito citare la Bibbia più di due o tre volte, e in modo incidentale, a proposito di Galileo o di Voltaire».

 

A 17 anni si reca per la prima volta in Francia, per un’operazione alla gamba malata. Lo assistono due infermiere protestanti, Evelyne e Yvonne, con le quali scopre simultaneamente l’amore e la forma cristiana dell’amore di D. Le lettere di Yvonne accompagnano il suo ultimo anno di liceo ad Oran: inizia a studiare Filosofia, legge Pascal, Teresa d’Avila, Juan de la Cruz.

 

L’anno dopo la famiglia decide di inviarlo a Parigi per iniziare gli studi di Diritto. Poiché sull’Europa si stendeva già l’ombra del Terzo Reich, egli decide di seguire contemporaneamente anche i corsi dell’”Ecole Rabbinique de France”. Gli studi giuridici lo porteranno alla Licenza, al Diploma di II grado, al Dottorato.

 

A volte entra nella Cattedrale di Notre Dame per ascoltare concerti d’organo o per raccogliersi in meditazione silenziosa. Scopre in Europa «le cattedrali, le chiese, la musica sacra, l’arte cristiana, i conventi e i monasteri in cui tanti uomini e tante donne di qualità pregavano giorno e notte il Dio d’Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, il Dio dei miei antenati».

 

Si trova però in un vicolo cieco, nel quale era stato spinto dall’antisemitismo algerino, dal laicismo repubblicano, dalla propaganda antiebraica nazista. Neppure le radiosi illuminazioni mistiche di Yvonne lo aiutano, poiché quello che lei desidera per lui è la conversione: «Yvonne mi assediava con il suo esempio sconvolgente unito alle più radiose e più autentiche illuminazioni mistiche che si potessero concepire, con una soluzione: la sparizione del problema, intendo dire dell’ebreo che ero, trasformato in buon cristiano».

 

In quel momento di crisi incontra il pastore Louis Dallière che gli parla di Israele in termini per lui nuovi: «Credo nella vocazione messianica d’Israele, chiamato, sulle orme di Abramo, ad essere il primo, al centro del Regno del Messia che viene». Egli aveva fondato a Charmes una Comunità che cercava di tornare allo spirito e alle pratiche della Chiesa delle origini. Nel 1971 scriverà: «Noi, le nazioni, non dobbiamo attendere, desiderare, domandare la conversione degli ebrei. Israele è già il figlio di Dio. È il figlio maggiore della parabola, al quale il Padre dice: “Figlio mio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è anche tuo” (Lc 15)». E ancora: «Se Gesù è il Cristo, sarà Israele, il figlio primogenito, a fare l’unità della Chiesa, attorno al solo Dio, invitando tutte le nazioni a salire a Sion».

 

Chouraqui scopre un nuovo Israele attraverso gli occhi di un cristiano: il suo ebraismo non era un inutile retaggio di cui vergognarsi e liberarsi il più velocemente possibile, ma qualcosa che aveva un significato per l’intera umanità. Questa consapevolezza contribuisce a dargli la forza di entrare nella Resistenza, nascondendo le persone, soprattutto i bambini, in pericolo di essere deportate e procurando loro documenti falsi: «Mi trovavo all’improvviso nel cuore di una tragedia spaventosa. L’immagine che mi facevo dell’Ebreo cambiò bruscamente: non più l’Ebreo dei Salmi della mia infanzia, ma il Crocifisso di cui potevo vedere e toccare le piaghe sanguinanti. (…) Uccisi, scherniti, cacciati, braccati, rifiutati, vedevo sfilare ogni giorno davanti a me un popolo martire, ed ero impotente a soccorrerlo».

 

Nel 1939 incontra Colette Boyer, una musicista ammalata di tubercolosi. Viveva alla frontiera della morte e si interessava più di quello che si trova al di là che al di qua del visibile. D. e la Bibbia erano al centro dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. André aveva la Torah aperta sul suo tavolo giorno e notte e i suoi studi biblici gli portavano un’illuminazione interiore «di quelle che trasportano gli alumbrados alla soglia dell’estasi». Conoscendolo, Colette inizia a capire l’importanza dell’ebraico per comprendere la Bibbia.

 

Si sposano nel 1940 a Aïn-Témouchent, con una cerimonia ebraica che segue di qualche settimana la sua conversione all’ebraismo. Nel 1948 però Colette farà ritorno al cristianesimo, scegliendo la vita contemplativa tra le Piccole sorelle di Gesù. Morirà nel 1981, tra le sue braccia.

 

Nel 1947 Chouraqui viene nominato Segretario generale aggiunto dell’”Alliance Israélite Universelle”, di cui diventa anche lo storiografo. Inizia a compiere lunghi viaggi in Africa e in America per incontrare e ridare fiducia alle Comunità ebraiche. Inizia una collaborazione con René Cassin che durerà per trent’anni.

 

Il 15 novembre 1948 consegue il Dottorato in Diritto internazionale discutendo una tesi su La creazione dello Stato d’Israele. Contemporaneamente pubblica la sua traduzione dal giudeo-arabo de I doveri dei cuori di Bahia ibn Paquda (che considera il suo Rabbino, la sua guida spirituale), dei Salmi e del Cantico dei cantici.

 

Nel 1950 sale per la prima volta a Gerusalemme: «Sì, la scoperta di Gerusalemme fu per me sconvolgente. Questa città offriva un gusto che non avevo mai provato: per la prima volta mi sentivo a casa mia, per la prima volta appartenevo a un Paese il cui suolo non si sarebbe più allontanato dai miei piedi».

 

Dal 1950 al 1956 vi ritorna regolarmente, finché nel 1956 compie la sua alyiah insieme alla sua seconda moglie, Annette Lévy. Sarà per tre anni consigliere di David Ben Gurion per il misuy galuyot, l’integrazione delle Comunità provenienti da cento Paesi del mondo, parlanti ottanta lingue diverse, e per otto anni collaboratore di Teddy Kollek, come Vice-Sindaco di Gerusalemme.

 

Nel 1967 è tra le centinaia di migliaia di pellegrini che sfilano davanti al Muro del Pianto, trasformato in Muro della Gioia, rinnovando una tradizione che era stata interrotta dalla distruzione del Tempio, 1897 anni prima.

 

Fa parte del Consiglio comunale che si reca a far visita al Consiglio comunale della parte araba. Nessuno osa rispondere alla domanda: «Che cosa sarebbe accaduto se i vincitori foste stati voi?». Le barriere tra le due parti vengono levate il 29 giugno a mezzogiorno: «Gerusalemme visse quel giorno una delle ore commuoventi della sua storia. Decine di migliaia di arabi invasero la città ebraica, mentre la città araba vide sfilare nelle sue strade folle ebraiche senza numero: tutti erano spinti dalla curiosità di vedere o rivedere la parte proibita della città della divisione, ciascuno desiderava scoprire il volto della città riunificata».

 

È suonata l’ora della riconciliazione. Chouraqui nel 1957 aveva incontrato Pio XII, che aveva sentito estraneo alle realtà di cui era andato a parlargli. Nel 1963 aveva assistito a San Pietro all’ultima apparizione pubblica di Giovanni XXIII. Nel 1965 era stato invitato alla seduta del Concilio Vaticano II in cui era stata promulgata Nostra Aetate. Nel 1967 prende parte a una serie di incontri pubblici in dialogo con il Cardinale Jean Daniélou. Nel 1985 viene ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II. Chiede che siano stabilite regolari relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e lo Stato d’Israele, invita il Papa in Israele e chiede che venga riconosciuta personalità propria alla Cristianità di lingua ebraica stabilita in Israele.

 

Nel 1977 viene invitato dal Re del Marocco Hassan II. Nella sua qualità di Comandante dei credenti egli progetta una Conferenza mondiale dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei che dovrebbe portare a una conciliazione religiosa della Fraternità di Abramo. Quanto al problema politico viene discusso il progetto che Chouraqui aveva presentato nella Lettera a un amico arabo: la creazione di uno Stato confederale o federale che associ tre popoli, israeliani, palestinesi e giordani, all’interno dell’intero territorio del Mandato Britannico.

 

In quegli stessi anni Chouraqui inizia a collaborare con la “World Conference on Religion and Peace” e in Thailandia, India, Cina, Giappone scopre le religioni orientali, oltre i confini del “monoteismo”. Già Abramo sapeva che il suo Elokim è unico ma plurale, e un po’ provocatoriamente Chouraqui osserva: «Riconoscevo l’universo della Bibbia più nei tempietti politeisti o buddhisti dell’Asia che nelle sinagoghe, nelle chiese, nei templi o nelle università dell’Occidente».

 

Testimone della resurrezione di un popolo, della sua lingua, della sua cultura, Chouraqui è anche portatore e testimone del Nome. Il messaggio contenuto nella Torah non è che vi è un solo Dio (il mio, mentre quelli degli altri sono falsi) ma che gli Elokim sono Uno: «Shema Israel, Adonai Elokenu, Adonai Ehad». Le parole si possono tradurre, non i nomi. Eppure nelle quasi 2000 traduzioni della Bibbia esistenti il Nome non compare, sostituito dalle innumerevoli Divinità dei Panteon locali. Il testo che avrebbe dovuto portare la rivelazione del Nome all’umanità è divenuto così il ricettacolo di tutti gli idoli.

 

La quarta delle Dieci Parole proclamate da Adonai sul Sinai è: «Non porterai invano il Nome di Adonai Elokim». La vocazione d’Israele «è consistita nel portare questo Nome verso e contro tutti, fin nelle prigioni e nei forni crematori, da Faraone a Hitler, e appartiene al nostro tempo il dire se ciò sia stato fatto invano»

 

André Choraqui vive a Yerushalayim, circondato dall’amore della moglie Annette, dei suoi cinque figli e dei suoi undici nipoti. Le grandi vetrate del suo studio si aprono sul Monte Sion, nella parte della città in cui risiedevano gli esseni e i primi noserim. Se il Messia è ha-meqarew et ha-rehoqim, colui che avvicina i lontani, allora la vita di Chouraqui è una vita messianica.

 

 Biblista più che talmudista o cabbalista, Chouraqui accenna appena al tema dell’Alleanza noachide, ritenendo invece che le Dieci Parole siano state proposte all’intera umanità. Anche se tende ad affrontare in modo poetico piuttosto che teoretico i grandi nodi problematici, va evidenziata l’energia instancabile con la quale egli ha operato per far conoscere Israele alla Cristianità, per la  (riconoscimento, riconoscenza, nuova conoscenza) tra i figli di Abramo e per la pace tra tutti i figli di Adamo.

 

Accanto al sionismo culturale di Ahad ha-Am (1856-1927), politico di Theodor Herzl (1860-1904), messianico e religioso di Abraham Kook (1865-1935), il sionismo di Chouraqui potrebbe essere definito messianico e interreligioso, in quanto sottolinea il significato del ritorno a Sion non solo per Israele, ma anche per l’umanità. Per una umanità però che non si sostituisca, ma riconosca Israele.

 Leggi anche:
Couraqui, Le dieci parole che legano il mondo
Chouraqui e il dialogo tra universi culturali
Religioni sorelle non nemiche
Le dieci parole della libertà
Giudaismo e cristianesimo, falsi gemelli

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Olivier Clément (17 novembre 1921Parigi, 15 gennaio 2009)

 è stato uno scrittore, poeta e teologo francese ortodosso

Cresciuto in una famiglia agnostica, Olivier Clément si converte a Gesù Cristo all’età di trent’anni, dopo una lunga esperienza di ateismo e una stagione di ricerca fra le varie spiritualità orientali. Sotto l’influenza degli scritti di Berdiaev e di Losskij, del quale diverrà allievo ed amico, Clément aveva scoperto il pensiero dei Padri d’Oriente ed aveva ricevuto il battesimo della Chiesa cristiana ortodossa, in seno alla parrocchia francofona del Patriarcato di Mosca a Parigi. Ha raccontato la sua infanzia, le sue peregrinazioni spirituali e la sua conversione in un’autobiografia, L’altro sole. Esperto di storia, insegnò a lungo presso il lycée Louis-le-Grand a Parigi. Professore all’Istituto di Teologia Ortodossa San Sergio, divenne uno dei testimoni più stimati e fecondi del Cristianesimo ortodosso in Occidente.

Olivier Clément fu fra l’altro uno dei fondatori della Fraternità Ortodossa in Europa occidentale.
Autore di una trentina di opere focalizzate sulla storia, il pensiero e la vita della Chiesa ortodossa, e all’incontro fra questa e il Cristianesimo occidentale, le religioni non cristiane e la modernità laica. Responsabile della rivista di teologia Contacts, dottore honoris causa dell’Istituto di Teologia di Bucarest e dell’Università Cattolica di Lovanio.

Intervista di Piero Pisarra (1999)

D.: Nella sua autobiografia spirituale (L’altro sole, Jaca Book, Milano) lei ha descritto il suo itinerario. È nato in una città del Sud della Francia, in un ambiente che non era cristiano e ha scoperto il cristianesimo grazie all’Ortodossia. Come è avvenuto questo incontro?

Olivier Clément: È stata una strada lunga, non ho scoperto l’Ortodossia da un giorno all’altro. Prima ero ateo, perché tutti erano atei intorno a me, e quando facevo alcune domande importanti come: “Quando si muore, cosa succede?”, mi rispondevano: “Quando si muore, è il nulla”. Ho avuto momenti di grande angoscia a causa di questo tipo di risposta. Nello stesso tempo, ero uno del Mediterraneo, perché ero vicino al Mediterraneo, ero in una città… i miei genitori si erano stabiliti a Montpellier, a 10 chilometri dal mare, spesso ci andavo in bicicletta. Ero… meravigliato. Meravigliato della bellezza delle luci, meravigliato dei narcisi in primavera, della periferia in fiore, tutte queste cose, ed ero già dibattuto tra l’angoscia e la meraviglia. Poi, quando sono diventato, come dire?, un giovane che cerca, uno studente alla ricerca… sono stato tentato dal marxismo (in fondo, è stata una delle grandi mode del nostro secolo). Ma a un certo momento ho avuto la sensazione che non rispondesse alla domanda più profonda che mi portavo dentro, e a poco a poco in me è avvenuta una specie di conversione, di conversione a un Dio sconosciuto, come se tra tutte le religioni ci fosse una sola religione di colore diverso a seconda del luogo e dei tempi. È stata la mia prima tappa. Beninteso, il cristianesimo mi interessava, anche se mi poneva molti problemi. C’erano cose che mi inorridivano in certi cristiani. Spesso non li trovavo molto vivi, ed è così anche oggi purtroppo. Dico a me stesso che se il mondo si secolarizza così in fretta è perché i cristiani sono come morti… ma non ha molta importanza. Dopo dieci anni di ricerca attraverso le religioni, attraverso i miti, in questo universo fantastico dei miti e delle religioni (non si sa cosa si perde quando non ci si interessa a questa dimensione delle cose!) diciamo che sono stato attratto dal cristianesimo attraverso l’Ortodossia. Ho letto Dostoevskji, ho letto i grandi filosofi religiosi russi, Nicolas Berdiaev mi ha molto colpito, poi ho conosciuto alcuni grandi pensatori, alcuni grandi teologi della diaspora russa in Francia (…)

Paolo VI e il dialogo della carità

D.: Atenagora è l’uomo del dialogo ecumenico, l’uomo dell’incontro con Paolo VI, ma è anche l’uomo del dialogo dell’Ortodossia con il mondo moderno.

Olivier Clément: È vero. Pensava che il ravvicinamento dei cristiani avrebbe potuto dar senso al terzo millennio. C’è stato un millennio in cui eravamo tutti insieme, poi c’è stato un millennio in cui tutto si è scomposto, il mondo cristiano si è trovato in uno stato fissile, per usare il linguaggio della bomba atomica, o dell’energia atomica, e ora dobbiamo rimetterci in uno stato di ravvicinamento, di approfondimento comune e alla fine di unificazione, e allora daremo un senso all’unificazione del pianeta, a quella che oggi chiamiamo la mondializzazione.

D.: Che cosa le ha detto del suo incontro… dei suoi rapporti con Paolo VI?

Olivier Clément: Che Paolo VI gli piaceva molto. Che aveva per lui una vera amicizia. Il momento più buffo è stato quando, una mattina, mi ha detto: “Ha visto…?”. Aveva in mano un libretto, era l’enciclica di Paolo VI sui problemi della sessualità… D.: Humanae vitae. Olivier Clément: Sì, Humanae vitae. Allora mi ha detto: “Ammiro Paolo VI, guardi cosa ha scritto… Ma sono trenta pagine, Dio mio, perché trenta pagine? Io me la caverei con una sola pagina. Direi semplicemente che… parlerei della santità dell’amore umano, del mistero del bambino, e quanto ai metodi anticoncezionali, questo non mi interessa. Quando un uomo e una donna si amano veramente credo che sia l’essenziale, non entro nella loro camera, e a questo proposito non ho niente da dire. Ma si deve parlare dell’amore. Si deve dire che l’amore è possibile, e che è una cosa meravigliosa. Allora…”. Gli piaceva Paolo VI. “Certo, c’è tutta una tradizione… bisogna capirlo, io capisco quello che ha voluto dire…”. Aveva questo rapporto con Paolo VI, e credo che tra loro ci fosse una grande amicizia che si esprime molto bene nel libro che è stato pubblicato contemporaneamente a Costantinopoli e a Roma e che si chiama O Tómos Agapìs, il libro dell’amore, della carità, fatto dei loro discorsi, dei loro incontri, dei loro scambi di idee, dove si vede il Papa che parla tanto della Chiesa locale, della Chiesa come comunità eucaristica, e dove si vede che il Patriarca riprende le espressioni di Sant’Ignazio d’Antiochia nel II secolo, su Roma, la Chiesa che deve presiedere nell’amore. A mio avviso è un libro estremamente importante per il pensiero teologico del XX e del XXI secolo.

LEGGI TUTTA L’INTERVISTA QUI: CLIK

IL CONTRIBUTO DI OLIVIER CLEMENT ALL’ECUMENISMO, scarica il documento:  Clément

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L’uomo che vive secondo lo Spirito diffonde intorno a sé

serenità e pace, diventa un creatore di vita, di giustizia, di Bellezza.

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 L’esercito spirituale dei credenti, che porta avanti il combattimento della quaresima attraverso il digiuno e la preghiera, il duello silenzioso di un uomo solitario che lotta contro il male e contro la morte, il coraggio di un eremita che attira su di sé gli spiriti cattivi per liberare i suoi fratelli, i cristiani che intonano in questo mondo il cantico della fornace (cf Dan 3,51-90), il più umile gesto di penitenza e l’esorcismo balbettante di una preghiera, ecco ciò che conta prima di tutto nella gigantesca tensione tra il mondo decaduto e il mondo che viene…

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Riportiamo dal sito:  www.oasiscenter.eu

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«Molte volte gli estremisti hanno cercato di uccidermi e di imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Ma mio padre mi ha sempre incoraggiato. Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri». Così parlava Shahbaz Bhatti, ministro cattolico del Pakistan, qualche giorno prima di essere ucciso. Il 2 marzo 2011 un gruppo armato in pieno giorno lo trucidò con una scarica di proiettili, ponendo fine alla sua vita dedicata all’incontro con TUTTI  e alla difesa delle minoranze   religiose del suo Paese.
A un anno dalla sua morte, perché la sua testimonianza non resti sepolta dal passare del tempo, Oasis lo ricorda grazie al contributo di Romana Bashir, Direttore dei Programmi del Christian Study Center di Rawalpindi, in Pakistan: Un martire che parla a tutto il mondo

Per rileggere il testamento spirituale di Shahbaz Bhatti, clicca qui

Per ascoltare il suo messaggio registrato poco prima del suo omicidio, clicca qui

Per saperne di più:

In Pakistan le minoranze   religiose  sono nel mirino della strategia sanguinaria dell’estremismo sunnita. Un attacco sfrenato a ogni possibile convivenza che negli ultimi anni ha conosciuto una impressionante escalation e non ha risparmiato alcuna confessione. Approfondisce questo tema Lisa Curtis, Senior Research Fellow per presso il Centro di Studi Asiatici della Heritage Foundation: La blasfemia come arma di distruzione di massa

 

 

LA LIBERTA’ RELIGIOSA IN 10 PUNTI

 

1) Libertà di aderire o meno ad una determinata fede

2) Libertà di compiere, singolarmente o collettivamente, in privato o in pubblico, attività di preghiera o di culto e avere luoghi di culto corrispondenti a i bisogni dei credenti.

3) Libertà di convertirsi ad un’altra confessine religiosa.

4) Libertà di partecipare ad incontri all’estero della propria confessione religiosa.

5) Non essere costretti, sul piano personale, civico o sociale, a compiere atti contrari alla propria fede, nè riceve un’educazione o aderire a gruppi o associazioni che hanno princìpi opposti alle proprie convinzioni religiose.

6) Non subire, per motivi di fede religiosa, limiti e discriminazioni rispetto ad altri cittadini, nei diversi aspetti della vita: diritto allo studio, al lavoro, partecipazione alle responsabilità civiche e sociali ecc

7) libertà di ricevere libri religiosi riguardanti la fede e il culto, potendone fare liberamente uso.

8 ) Libertà di educare i figli secondo le convinzioni religiose che ispirano le vite dei genitori, così come la possibilità di far loro frequentare un insegnamento  religioso e catechistico

9) Libertà di scelta di scuole o altri mezzi che assicurino ai figli l’educazione religiosa senza dover subire, direttamente o indirettamente, doveri supplementari che impediscano di fatto questa libertà.

10)  Libertà di usufruire di assistenza religiosa, in particolare nei luoghi pubblici di cura, nelle caserme militari e nei luoghi di detenzione.

 

«Attualmente

Il 70%  della popolazione mondiale

vive in Paesi dove ci sono

restrizioni o persecuzioni

a causa della religione professata»

 

www.olir.it

 

 

Dal monastero di San Mosè l’Abissino, 100 km a nord di Damasco, uno sguardo a tutto campo sulla situazione siriana.

Dai confini della Siria trapelano notizie frammentarie e confuse. Come può descrivere l’attuale situazione del Paese in cui vive da trent’anni? A che punto è lo scontro?

Premetto che, accettando di rilasciare un’intervista, mi assumo una qualche responsabilità rispetto all’impegno di non agire politicamente per evitare la mia espulsione. La rinuncia a questo silenzio è dovuta alla gravità della situazione che obbliga a fare il possibile per la pacificazione, nella giustizia, del Paese. Ogni calcolo d’opportunità personale sarebbe fuori luogo. D’altronde, nelle ultime settimane, lo Stato ha scelto di lasciare uno spazio più grande alla libertà d’informazione e dunque ritengo questo mio intervento come una risposta positiva all’apertura governativa. Spero che questo gesto sia capito nella sua intenzione patriottica e solidale e come tale apprezzato nel quadro della crescita del Paese, attraverso una maggiore libertà di opinione.

La situazione resta tesa e carica di violenza. Il territorio appare diviso a macchia di leopardo tra zone in cui predomina il movimento di opposizione, tanto pacifico che più o meno violento, e quelle nelle quali lo Stato mantiene intero il controllo e addirittura è chiaramente appoggiato dalle popolazioni. Ci sono due grandi isole, Damasco e Aleppo, che restano saldamente in mano al governo centrale, ma la loro estensione si va riducendo di giorno in giorno e l’insicurezza le tocca anch’esse in profondità.

Si registrano diverse posizioni tra i cristiani? 

 C’è uno schierarsi molto esplicito per il governo di gran parte delle diverse autorità ecclesiastiche. Questa posizione tende però a lasciare il passo a una più pronunciata neutralità. Si comprendono bene, come abbiamo detto, le ragioni di chi paventa la nascita d’una repubblica islamica sunnita. Altri però insistono piuttosto sulla possibilità che la rivoluzione apra spazi alla democrazia. Comunque, è del tutto fuorviante dividere il campo semplicemente tra democratici e anti-democratici, come anche tra filo-regime e anti-regime. La realtà è più complessa. Ci sono tanti giovani, sia cristiani che musulmani, che si spendono con tutta la loro persona per favorire la nascita d’una democrazia degna di questo nome in Siria. Alcuni ritengono che quest’obiettivo possa essere raggiunto meglio e più sicuramente attraverso l’evoluzione del regime attuale. Altri invece, ugualmente impegnati per la democrazia, puntano al cambiamento subito, contro l’attuale establishment. Che le posizioni siano molto articolate l’ho percepito chiaramente quando c’è stata la questione della mia espulsione. 6600 giovani hanno aderito alla pagina Face-book «No all’espulsione di Padre Paolo». L’opposizione aderente ai Comitati di coordinazione ha promosso una “Domenica di Padre Paolo” nella quale in diverse manifestazioni in tutto il Paese si è espressa solidarietà nei miei confronti … anche da parte di gruppi di donne musulmane velate! A prescindere dall’uso politico della vicenda, è significativo che tra i giovani, che hanno preso le mie difese, tutti impegnati per la democrazia, si contavano sia filo-governativi che filo-rivoluzionari, ed erano tanto musulmani che cristiani.

E a proposito del decreto d’espulsione, com’è la Sua situazione?

 Si tratta d’una vecchia storia nella quale interagiscono questioni interne alla Chiesa locale, con ricadute politiche, e questioni direttamente collegabili con i vent’anni di lavoro culturale per l’emergenza della società civile, il dialogo interreligioso e la maturazione democratica che hanno caratterizzato la nostra azione in loco. Già nel febbraio del 2010 il Parco naturale del Monastero fu soppresso e tutte le attività sospese compresi i convegni di dialogo interreligioso. Nel marzo 2011, come si è saputo a livello internazionale e, in modo indipendente dal movimento di opposizione in Siria, fu bloccato il mio permesso di soggiorno. In pratica, se avessi lasciato la Siria, non sarei più potuto tornare. Poi in novembre è arrivato il decreto d’espulsione, che però non è stato applicato ed è attualmente congelato, anche per effetto d’una vasta e multiforme mobilitazione, soprattutto di giovani, in mia difesa. A prescindere dal mio caso personale, questa storia manifesta la qualità della società siriana che ha reagito in difesa d’un simbolo di armonia interreligiosa e di riconciliazione civile.
Sento il dovere di proporre un intervento non violento di pacificazione, arabo e internazionale, con partecipazione di volontari locali. Non capisco infatti perché Gandhi non possa essere d’ispirazione per risolvere il conflitto siriano in corso. Chiedo che si formi un corpo di 50.000 “accompagnatori” non violenti, disarmati, provenienti da tutto il mondo. Dico “accompagnatori” e non osservatori perché questi ultimi sono percepiti da molti in Siria come le avanguardie delle invasioni armate e come dei censori mossi da inimicizia. Anche la parola “internazionale” puzza in Siria di complotto e provoca reazioni negative. Dovrebbero essere invitati dalla Siria stessa, su proposta ONU, degli accompagnatori esponenti della Croce e Mezzaluna Rosse, degli scout, di Sant’Egidio, della Non Violente Peace Force, insomma di esponenti della società civile planetaria, al fine d’aiutare la maturazione democratica della Siria. Non c’è bisogno di forze armate internazionali che si percepiscono qui come forze d’occupazione golpiste, mosse da interesse economico e strategico. La violenza criminale può e dev’essere contrastata dalla polizia dello Stato in cooperazione con la popolazione locale e con il controllo della stampa libera e degli “accompagnatori”.

LEGGI TUTTA L’INTERVISTA  QUI

 

“CHIESE ORIENTALI, SACRAMENTO DI BUON VICINATO”

… … …

Se per quattordici secoli la realtà di contiguità tra Islam di popolo e cristianesimo di popolo ha garantito la convivenza ed è stata storia di tutti i giorni, ora dunque questa tradizione è a rischio.

Sì, è così. Non può più rimanere semplicemente un Islam di popolo e un cristianesimo di popolo. Entrambi devono diventare un Islam e un cristianesimo coscienti, capaci di sviluppare la propria autocoscienza teorica perché devono resistere ai due estremi: alla deriva, che Lei ha chiamato ideologica, fondamentalista, jihadista, e alle tentazioni dell’uso della violenza che rispondono al sentimento di umiliazione, di corruzione e di deriva autoritaria tipica dei regimi.

In passato questo pericolo e questo bisogno non c’erano o non erano così forti come lo sono oggi?

C’erano altri pericoli. In Siria veniamo dal colonialismo, l’impero ottomano… La cultura delle società sul piano locale restava un po’ impermeabile alle grandi questioni. Come da noi in Italia nell’Ottocento: Savoia, Garibaldi ma poi la gente rimaneva quella che era, la società profonda non era molto intaccata dalle tempeste di superficie. Oggi non si può più ragionare così. L’Islam radicato sul territorio, rurale o urbano che sia, è in piena tempesta perché gli eventi agiscono – anche a causa dei mass media – fino in profondità. E accelerano i processi, li accentuano. Senza una reazione fortemente cosciente è chiaro che il peso di questa zavorra tradizionale, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, si annullerà e diventeremo prede di movimenti rapidi, frettolosi, superficiali e poveri sul piano culturale. Se lo scatto di consapevolezza non c’è, scatta la consapevolezza jihadista oppure…

… oppure la dimenticanza, l’oblio..?

No, piuttosto la mitizzazione del passato per farne un’ideologia, come Lei dice, o un programma fondamentalista oppure una base mitologica per le aggregazioni di potere…

Una specie di nostalgia ai fini dell’egemonia… Sullo sfondo che ha delineato, come stiamo quanto a libertà religiosa in Siria, per la sua esperienza?

Nella misura in cui i movimenti islamici vittimisti si impongono (quelli che sostengono la teoria dell’Islam perennemente under attack), ciò giustifica molte reazioni, anche le più eccessive. Faccio un esempio: mi è stato di fatto rifiutato il visto per recarmi in Algeria, pellegrino sulle tracce di padre Charles de Foucauld, perché sono un religioso cattolico. Qui vedo evidente una saldatura tra potere cosiddetto moderato e deriva fondamentalista. In nome di che? Della pace sociale che deve farsi carico del sentimento islamico dell’essere sotto attacco, compreso l’attacco proselitista. E quindi, per mantenersi, i poteri moderati cedono agli istinti fondamentalisti. La Siria è abbastanza indenne da questo, però sul territorio si possono manifestare saldature tra le paure provocate dai movimenti islamisti, l’attrazione che essi possono esercitare e la possibilità che il potere voglia strumentalizzarli o strumentalizzarne la repressione a seconda delle situazioni, delle regioni, dei contesti.

 

Anche da qui si esce con una tutela della tradizione, ma rielaborata e riacquisita con un passaggio teoretico di cui diceva…

… e che fallirà se fallisce il dialogo interreligioso sia in Europa che nel sud del Mediterraneo e nel sud del mondo (Nigeria, Ciad, Sudan e via discorrendo). Bisogna immettere nel complesso conflittuale odierno dei capitali di speranza. Bisogna riuscire ad attivare valanghe, effetti-domino. Si tratta di operare in una logica di giustizia e di buon vicinato globali…

Avremo il futuro

 che avremo saputo sognare.

 

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO QUI:

 http://www.oasiscenter.eu/node/3773

 

FONTE:  Paolo Dall’Oglio, Chiese Orientali, Sacramento di Buon Vicinato , «Oasis» [on-line], 9 | Luglio 2009, on line il 28 Luglio 2009 consultato il 12 Febbraio 2012. ISSN 1258-9700

 

 

 

 

 

Secondo Wikipedia, da quando i giovani, come nei suddetti paesi, hanno iniziato a scendere in piazza contro il governo, reo di violarne i diritti, sono morti trucidati dall’esercito del presidente più di 600 civili. Altre centinaia sono rimasti feriti. Ed almeno 8000 sono stati arrestati per la colpa di aver osato esprimere pubblicamente il proprio dissenso. Solo ieri ci sono stati rastrellamenti casa per casa di 300 persone ed oggi la tensione sta salendo alle stelle per la giornata della sfida. Tuttavia, la Siria non ci minaccia con i suoi immigrati. La Siria non ha abbastanza petrolio per ambire alla prima pagina dei giornali. La Siria è un paese con una insufficiente democrazia ma finora i morti sono troppo pochi.

Forse per questa ragione per tanti, molti di più di quelli che si possa immaginare, la Siria non esiste?

Commento: “La maggioranza dei Siriana è terrorizzata all’idea che Assad cada. La fine del suo governo significherebbe la fine dei delicatissimi equilibri che permettono alla Siria di esistere. Sanno che senza dittatura militare il paese sprofonderebbe in una guerra civile. Ci sono troppi gruppi etnici e troppe minoranze religiose che altrimenti non potrebbero convivere assieme. Lo sanno i Siriani e lo sanno le potenze occidentali (e Israele, il Libano, la Turchia, l’Arabia Saudita, l’Iran…). Una guerra civile in Siria significherebbe una destablizzazione dell’interno scacchiere Mediorientale;  nell’agosto-settembre 2005 ci fu una violenta rivolta nella parte nord-occidentale del Paese: i morti furono migliaia ed in una sola notte svanirono nel nulla 5000 persone. Nessuno, fuori dalla Siria, ha mai saputo tutto questo. La cosa dovrebbe farci riflettere” …  Marta A.

FONTE: http://alessandroghebreigziabiher.blogspot.com/2011/05/siria-news-di-morti-invisibili-agli.html

 

APPROFONDIMENTI  DA   “ASIANEWS”

07/02/2012 SIRIA – UE
Gregorio III Laham: Appello all’Europa per un compromesso in Siria
di Fady Noun
Il patriarca melchita di Antiochia, di tutto l’Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme teme che il suo Paese sia diventato ostaggio di un gioco di influenze fra Stati Uniti e Russia, e chiede all’Europa del “mare nostrum” di assumere l’iniziativa che possa evitare il flagello della guerra civile.

07/02/2012 SIRIA
Serghey Lavrov a Damasco per “ammorbidire” Assad. A Homs continua la battaglia
Dopo il veto di Russia e Cina del 4 febbraio si intensificano le iniziative diplomatiche per risolvere la crisi. Obama dichiara che non ci sarà un intervento stile Libia. Belgio, Gran Bretagna e Usa chiudono le ambasciate a Damasco.

03/08/2011 SIRIA
Rivolta in Siria: le violenze non fermano il popolo assetato di libertà e dignità
di Samir Khalil Samir
09/01/2012 SIRIA
Una religiosa denuncia: In Siria, la guerra delle bugie
di Fady Noun
26/10/2011 SIRIA
La Lega Araba in Siria: “mission impossible”
di JPG
14/11/2011 SIRIA
Damasco: summit di emergenza e concessioni per evitare la sospensione dalla Lega araba
30/12/2011 SIRIA
Siria: proteste contro il capo degli osservatori implicato nel genocidio in Darfur

 

 

 

PADRE PAOLO DALL’OGLIO

 Padre Paolo dall’Oglio, monaco italiano, da 30 anni in Siria, fondatore della comunità monastica di Mar Musa  e da mesi impegnato negli sforzi di riconciliazione interna, deve essere espulso dal Paese. Lo hanno deciso le autorità di Damasco, secondo notizie confermate all’Ansa dallo stesso padre gesuita.    «La decisione riguardo alla mia persona è stata già presa ed è stata comunicata dal ministero degli esteri (siriano) al mio vescovo», ha detto padre Paolo, raggiunto telefonicamente nel convento di Mar Musa, nella regione desertica di Nebek a circa 80 km a nord di Damasco. «Già nei giorni scorsi mi era stata comunicata la decisione» ha affermato il 57enne monaco nato a Roma «ma vi è ora stata una fuga di notizie di cui non sono responsabile e che mi rammarica molto perché toglie spazio alla mediazione».

IN PRIMA LINEA DA 30 ANNI. Nei mesi scorsi, padre Paolo, dai primi anni ’80 in Siria e autore della rinascita dell’antico monastero di San Mosé l’Abissino, si era fatto promotore di un tentativo di mediazione nella difficile situazione nel Paese scosso da otto mesi e mezzo da proteste anti-regime e dalla conseguente repressione. Nel suo testo, proponeva l’approdo a un sistema politico democratico basato sul consenso tra le varie comunità confessionali, etniche, ideologiche e sociali della Siria.
«Bisogna evitare il bagno di sangue», ha aggiunto, affermando che i prossimi mesi potranno vedere un inasprirsi delle violenze rispetto a quanto avvenuto sin d’ora. Un bilancio datato dell’Onu stima in oltre 3.500 il numero di siriani uccisi dal 15 marzo ai primi di novembre. Nonostante la decisione delle autorità di Damasco nei confronti di padre Paolo sia stata già presa, il monaco gesuita non si è arreso e, in cambio della sua permanenza in Siria, ha deciso di proporre, «tramite il vescovo, di interrompere la mia attività di partecipazione alla discussione politica. Perché i miei doveri ecclesiali sono più importanti, ma anche perché  evidentemente non è apprezzata».

FONTE: http://www.lettera43.it/attualita/32503/siria-espulsione-per-padre-paolo.htm

 

Dal sito di OASIS:  Chi è P. Paolo Dall’Oglio

 

 


Il testimone del mese

Luigi Sartori 
     
luigi sartorilibri consigliati:
"Una mentalità ecumenica. Luigi Sartori a colloquio
con Giampie­tro Ziviani, Milano 2006"

" Il Dio di tutti. Intervista e scritti inediti
(a cura di L. Tallarico), Molfetta 2007".

ricordo: Luigi sartori teologo del dialogo

 

Ha dato un'anima all'associazione teologica italiana ma in particolare vanno sottolineate: "la grande fedeltà al Concilio Vaticano II come apertura di un orizzonte entro il quale si può fare teologia e si può camminare come chiesa in modo da venire incontro alle grandi esigenze del mondo e dell'umanità di oggi".
 
Quella di Sartori è una teologia del dialogo e proprio perché è aperta a 360 gradi – sottolinea Coda – è autentica teologia, radicata nell'identità cristiana. Ma è soprattutto la carità il perno attorno a cui ruota il pensiero di Sartori: "La carità – spiega il presidente dei teologi italiani – è intuita come la radice dell'essere, la luce che illumina il significato e la verità dell'esistere umano e cosmico".
 
In questa ottica Sartori ha "offerto dei semi che si possono sviluppare, facendo ritrovare al pensiero cristiano la centralità della sua ispirazione che è appunto il vangelo della carità. La carità per Sartori è la chiave di lettura dell'intera umanità: tutto ha senso se è visto e vissuto nell'amore. E l'amore è quando riconosco e tratto le cose che vedo come un dono.
 
In secondo luogo – diceva Sartori – posso realizzare questa esistenza segnata dall'amore se sono aperto a ricevere ogni volta in modo nuovo da Dio la sua presenza nella mia vita e sono pronto a ricevere dagli altri il seme di verità, di bene che portano nascosto in loro".
 
Sartori era il cultore dell'ascolto, aveva un temperamento ecumenico, era l'eterno aspirante e il metafisico dell'amore.
 
L'ecclesiologia di Sartori è ecclesiologia del dialogo – non scevra della consapevolezza delle difficoltà soprattutto sul fronte intraecclesiale nelle relazioni tra magistero e teologia, carismi e ministeri, teologie tra loro – ma è anche ecclesiologia della totalità, che sottolinea l'unità dalla diversità. E infine è ecclesiologia della fraternità poiché è nel primato della carità la chiave di volta del pensiero di questo grande teologo.

 


Il testimone del mese

Myrna Nazour_Pagina_01
Mirna Nazzour 

In questi anni la casa di Soufanieh ha accolto cordialmente i pellegrini, in tutta la sua semplicità, come ai primi giorni degli avvenimenti. Myrna, Myriam, John-Emmanuel, Nicolas e sua madre Alice, continuano ad accogliere cordialmente pellegrini di tutte le confessioni, provenienti da tutto il mondo, con semplicitá, umiltà, generosità, impregnata dello spirito del vangelo e con un dono totale che riflette la loro missione.
 

Scarica tutta l'intervista:
Myrna Nazour

 

 


Sono cattolica e mio marito è ortodosso, ma questo non ci impedisce di amarci. Tutti abbiamo una famiglia alla quale apparteniamo, ma dobbiamo amarci indipendentemente dalle nostre origini, pregare insieme, prendere parte insieme all’eucarestia, senza che nessuno impedisca all’altro di amare Cristo. Per me ci sarà unità quando vedrò un vescovo ortodosso e uno cattolico celebrare insieme la messa. Quando ci sarà unità tra i cristiani, le varie sètte si ridurranno notevolmente. Se esistono, infatti, è solo per la nostra debolezza. Dobbiamo unirci e lavorare insieme. Quando lo faremo, riusciremo ad occuparci di un maggior numero di anime. Dio è molto più contento e soddisfatto di noi se ci impegniamo a raccogliere anime piuttosto che a costruire chiese, perché non ha bisogno di una dimora di mattoni, ma dei cuori della gente.

 

 

http://www.soufanieh.com/ITALIAN/general.htm

 

                                   Testimone di  Speranza

                                                          Operatore di Pace
 

 

“È possibile per un Papa cambiare la storia andando in Marocco?
Lei può cambiare la storia?”

Papa Giovanni Paolo II: “ Cambiare la storia?
Io credo che ognuno sta cambiando la storia, ognuno!

Ogni persona sta cambiando la storia in una piccola dimensione.
E forse anche questo sarà un piccolo elemento per cambiare la storia,
io spero.
Tutti, anche voi state cambiando la  storia!”


 porziuncola centro

  

 IL  LIBRO: Dall'attacco dell'11 settembre 2001 alle Twin Towers all'attentato spagnolo
dell'11 marzo 2004, dagli episodi di guerriglia nel Medio Oriente alle
raccapriccianti decapitazioni di ostaggi da parte di miliziani islamici.
I recenti episodi di terrorismo hanno acceso inquietanti interrogativi sul
fondamentalismo religioso. Oggi più che mai occorre una decisa condanna dei
crimini contro l'umanità giustificati da ideologiche scusanti religiose: è lo
stesso Papa a prendere tale posizione, invitando l'umanità ad abbandonare ogni
cultura di morte e a ritrovare la strada della pace e della fratellanza.
 

 


 

"La pace non può regnare tra gli uomini se prima non regna nel cuore di ciascuno di loro". (Giovanni Paolo II)

"La violenza distrugge ciò che vuole difendere: la dignità, la libertà, e la vita delle persone" (Giovanni paolo II) dalai lama e G.P. II


 

 

MUSULMANIL'amore è la forza costruttiva di ogni positivo cammino per l'umanità.
(Giovanni Paolo II)

 

"Il senso religioso dell'uomo non dipende in sé dalla sua volontà, ma è iniziativa di chi l'ha creato. La scoperta del senso religioso è, dunque, il primo risultato che l'uomo consegue, se affronta seriamente l'esperienza di impotenza strutturale che lo caratterizza". (Giovanni Paolo II)

"Ci rallegriamo che la sua beatificazione
avvenga  proprio nel corso del 25° anniversario
dello storico incontro di Preghiera per la Pace,
avvenuto il 27 Ottobre 1986 in Assisi ,

quando numerosi leaders delle religioni mondiali,
da Lui invitati,
invocarono insieme il dono della Pace
ed inaugurarono di fronte al mondo
un’epoca nuova di rispetto reciproco,
dialogo e collaborazione
tra le comunità religiose".

(Religions for Peace Italia)
 

 Smile! without a reason why
                                         Love! as if you were a child
                                                  Smile! no matter what they tell you
                            Don’t listen to a word they say
                                            'Cause life is beautiful that way..

"Il 9 gennaio 1999 Giovanni Paolo II volle assistere con me alla proiezione de "la Vita è bella". Quando lo raccontai a mia madre  non ci credette! poi mi disse che il mio incontro con il papa era stata una gioia così grande che nemmeno l'oscar l'avrebbe potuto superare!"

 Io t'invoco e Ti cerco, Uomo
in cui la storia umana può trovare il suo Corpo.
Mi muovo incontro a te,
non dico "Vieni" semplicemente dico "Sii",
sii là dove non resta nessuna impronta
ma dove un tempo fu l'uomo, dove fu in cuore ed anima,
desiderio, dolore e volontà,
consumato dai sentimenti e avvampando di santa vergogna
- sii l'eterno Sismografo delle Realtà invisibili.
O Uomo in cui s'incontrano dell'uomo il fondo e il vertice,
in cui l'intimo non è pesantezza né tenebra …
ma solamente cuore.

 

 (da "Pietra di Luce", poesie di Karol Wojtyla)
 

 

 Tesimoni del mese
 

                        MARTIRE DEL DIALOGO PER LA LIBERTA' RELIGIOSA
             
Shahbaz Bhatti
, ministro pakistano per le Minoranze, ucciso mercoledi' 2 Marzo mentre usciva dalla casa della madre in Islamabad. "Lo ricordero' sempre per il suo impegno per il paese e le minoranze", ha detto il primo ministro Yousuf Reza Gilani, promettendo di fare giustizia per la morte di Bhatti.

Straordinario difensore dei diritti umani, pur consapevole dei rischi ai quali era esposto, non ha rinunciato a dedicare  la sua vita affinché fosse rispettata una libertà fondamentale, quale quella di esprimere la propria fede, in un clima di dialogo e di cooperazione con le comunità musulmane, largamente maggioritarie nel paese, anch’esse minacciate da componenti estremiste.

Il crudele assassinio del Ministro Shahbaz Bhatti avviene solo due mesi dopo l’uccisione, ad opera di una delle sue guardie del corpo, del governatore del Punjab Salaman Taseer, di religione musulmana, , che si era espresso a favore della riforma della legge sulla blasfemia, in sintonia con l’impegno di Shahbaz Bhatti, ed aveva manifestato la sua solidarietà verso Asia Bibi, tuttora in carcere e condannata a morte, una delle vittime innocenti proprio di questa legge.

RELIGIONS FOR PEACE,  mentre ripete con forza la richiesta di libertà per Asia Bibi e per tutti i perseguitati a causa della propria fede, si associa al fermo appello dell’ associazione di parlamentari italiani “Parlamentari amici del Pakistan” rivolto all’UE ed agli Organismi Internazionali per un impegno continuativo mirante a contrastare efficacemente le persecuzioni che vengono perpetrate a danno delle minoranze attraverso l’abuso strumentale di motivazioni religiose.

 

Fawzia Koofi, 35 anni,
prima donna eletta vicepresidente
del parlamento afghano

 

Abituata a girare scortata, ad essere minacciata di morte dai talebani e subire intimidazioni dei servizi segreti afgani, la signora Koofi ha 35 anni e un libro appena uscito in mano, Lettere alle mie figlie, che non ha paura a chiamare "testamento" e che è venuta a presentare a Roma.

Donne in pericolo. "In questi anni è stato fatto molto per le donne, la loro protezione da abusi e violenze, l'istruzione. Ora il governo sembra muoversi in direzione opposta. E la comunità internazionale sta considerando la possibilità di una riconciliazione con i talebani. Per come la vedo io, stanno semplicemente cercando un modo per andarsene mentre il lavoro non è finito.

Non credo che i talebani potranno mai rispettare le regole democratiche, accettare chi non la pensa come loro invece di provare a ucciderlo. Intanto, le strutture per le donne sono già a rischio. Per esempio i rifugi per chi scappa dalla violenza domestica o dalla prospettiva di un matrimonio forzato.

Basta con la tradizione, non è democrazia. Koofi pensa alla libertà che vorrebbe garantire a tutte – di non dover sposare un vecchio o uno sconosciuto perché venduta o data in dono per riparare al crimine di un proprio parente, poter andare a scuola e magari all'università, poter scegliere se coprirsi con un velo, come fa lei, o non coprirsi, poter fuggire dalla violenza domestica, senza finire arrestata dalla polizia per "intenzione di praticare sesso senza matrimonio" e venire rispedita a casa, come tuttora accade, ad essere giudicata dal villaggio. Non può non disapprovare chi, fra gli attori degli aiuti internazionali, propone di coinvolgere nella ricostruzione le autorità tradizionali dei villaggi.



"Ma perché? Ci sono gli organismi eletti. I sistemi tradizionali devono sparire. Il potere, a ogni livello, deve passare in mano alla democrazia. E invece di andare a parlare con i talebani, il governo dovrebbe occuparsi di governare. Lo so, ci vuole tempo. Come so bene che i miei obiettivi sono difficili. Ottenere la promulgazione della legge sulla violenza, ottenere un fondo per le spese di genere, la riduzione della corruzione. Ma non sono sola, in parlamento ci sono altre donne e dei giovani. Le nuove generazioni sono con noi – e oltre metà degli afgani ha meno di 25 anni".

(puoi leggere tutto l’articolo su Repubblica qui)

 

 

 

                                la testimone del mese
 

 

                                  Margherite Barankitse 
                                          L'angelo del Burundi

                        «Così ho salvato diecimila bambini»

   Proveniente da una famiglia della minoranza tutsi, nel 1994 Maggy ha fondato nel suo Burundi dilaniato dalla guerra civile la Maison Shalom, una casa di accoglienza che da allora ha ospitato   diecimila bimbi di ogni etnia e religione  , vittime della guerra, della povertà e dell'Aids. Nel Burundi travagliato dall'odio etnico, lei ha saputo creare tre "Case della pace"!  Pluripremiata per la sua attività, tra gli altri riconoscimenti, nel 2003 ha ricevuto il premio Nobel per i Bambini e il premio internazionale per i diritti umani.
 

  Per espressa volontà di Maggy, infatti, la struttura accoglie tutti insieme bimbi hutu e tutsi, bimbi malati, mutilati, traumatizzati dal ricordo di vicini divenuti improvvisamente nemici, violentati dall'una come dall'altra etnia e/o religione! 
 
              
La diversità dei bambini e delle loro storie diventa così un valore perché ognuno vede, oltre alla propria sofferenza, anche quella dell'altro: il confronto e lo scambio (il bimbo soldato capisce subito dove sta il pericolo, e sarà capace di aiutare il bimbo malato, che invece è molto meno scaltro e attento) li aiuta vicendevolmente a crescere.  Da questo incontro e scambio tra i piccoli ospiti, sarà possibile «inventare una nuova responsabilità solidale capace di educare alla pace, al perdono, al rispetto, e di costruire una nuova speranza»

 

 Maggy è fatta così, niente peli sulla lingua e un coraggio che molti suoi connazionali hanno interpretato come arroganza. Ma proprio questa sua franchezza le è costata la sospensione dalle funzioni pubbliche quando, giovane insegnante nel collegio di Ruyigi, ha rivendicato il diritto all'istruzione per tutti, hutu e tutsi. Così Maggy fu costretta a lasciare il paese, mandata a studiare in Svizzera, occasione che molti suoi connazionali avrebbero sfruttato per stabilirsi in Europa. Ma lei no. "Ho studiato per servire la mia gente" dice e ritorna alla sua collina come segretaria della diocesi di Ruyigi.

Ma c'è un momento preciso che cambia la sua vita: è quel fatidico 24 ottobre 1993, giorno in cui è assassinato il presidente Melchiorre Ndadaye, il primo hutu eletto democraticamente. Giorno che ricaccia il Burundi nei vicoli ciechi della guerra civile, da cui ancora oggi non è uscito. "Ho dovuto assistere mentre la mia famiglia trucidava i miei amici. Per nove ore hanno massacrato, ucciso, mutilato 600 persone davanti ai miei occhi. Molte mamme mi gettavano in braccio i loro bambini.  È stato allora, come in un miracolo, che ho ritrovato mia figlia Chloè.  Quando l'ho vista è stato come un segno per me, un barlume di speranza. in quel momento ho capito: l'odio non può vincere."

 

Così inizia l'avventura di Maggy; prende con sé i 25 bambini sopravvissuti al massacro.  "Ho cominciato così, senza pensarci, come una folle, senza un soldo, senza un progetto. Sono rimasta ospite del mio amico tedesco per sette mesi; intanto curavo i bambini, insegnavo loro a coltivare i campi, a fare piccoli lavori per mantenersi." Ma ogni giorno il numero dei piccoli aumenta, glieli portano da tutte le parti del Burundi, e in pochi mesi sono oltre 200.  La "folle di Ruyigi", come l'ha definita in un articolo un giornale locale, è riuscita davvero a smuovere le montagne.

                                                               Una fede incrollabile

"All'inizio mi hanno minacciata, hanno cercato di screditarmi, ma poi hanno capito che non mi spaventavo di fronte alle loro parole. Un giorno ho risposto "Se mi uccidete mi fate un grande servizio, perché da lassù farò molti più miracoli che da viva e voi sarete umiliati" – ride con la sua risata contagiosa – Da allora hanno smesso." Maggy è così, una fede incrollabile in Dio "con lui posso affrontare qualunque cosa", ma niente bigottismi "non vado molto in chiesa" dice "la preghiera per me è sulla strada, tra i miei bambini, nel cercare la giustizia.

 

Maggy, che dai bambini si fa chiamare O'ma, "nona", non vuol sentir parlare di orfanotrofio. "I bambini sono liberi di andarsene quando vogliono" spiega. E l'obiettivo finale è proprio che possano ritornare in famiglia.  "Non sono troppo idealista, so che ho bambini che erano nella strada, che hanno visto i loro genitori fatti a pezzi dai vicini di casa e la notte si svegliano urlando per gli incubi ricorrenti. Bambini che hanno conosciuto la prostituzione, che bevevano. Non posso pensare che cambino da un giorno all'altro. I problemi ci sono, soprattutto con quelli che bevono, ma l'amore perdona tutto, l'amore trasforma. Molti di loro hanno solo bisogno di affetto. Non credo tanto agli psicologi e tutte quelle cose lì. Quello che cambia il cuore dell'uomo è l'amore".  Una storia che ha dell'incredibile, davvero; ma ci può essere un lieto fine a una storia così? "Solo uno – dice Maggy- poter chiudere tutte le mie case, quando il Burundi sarà diventato un luogo di pace".

Visita il sito di Maison Shalom qui


Natività

 SI E’ MADRE PER VIVERE L’INESPLICABILE
SI E’ MADRE PER ILLUMINARE LE TENEBRE
SI E’ MADRE PER COCCOLARE..
QUANDO I LAMPI STRIANO LA NOTTE,
QUANDO IL TUONO VIOLA LA TERRA,
QUANDO IL FANGO INGHIOTTE.

SI E’ MADRE PER AMARE..
SENZA INIZIO NE’ FINE

 

 Il testimone del mese


E' uno dei più popolari cantanti iracheni. È musulmano ma di fronte alle  violenze che nelle ultime settimane hanno colpito i cristiani del suo Paese ha deciso che non poteva rimanere indifferente. Ne è nata così una canzone, scritta insieme al poeta Ali Adiwani.

Un testo in cui chiama Muhammad e Issa – il Profeta del Corano e Gesù nella tradizione islamica – a venire in soccorso del popolo iracheno per sconfiggere i violenti che attaccano moschee e chiese. Alla fine il suo è un messaggio all'unità del Paese in questo momento difficile. La canzone di Hussam Al-Rassam su YouTube è diventata questo video, che sta circolando associata alle immagini delle violenze compiute contro i cristiani nelle scorse settimane.

 
 

Il testimone del mese

 Bruno Hussar 
 

"Lasciate che mi presenti. (…)
Porto in me quattro identità:
sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo,
veramente israeliano e mi sento pure, se non proprio egiziano,
almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo!"

 

Così padre Bruno Hussar iniziò il suo intervento in una riunione presieduta dal noto rabbino-scrittore Abraham Heschel, a New York, nel 1967.  La sua storia personale lo ha portato a comprendere che il rispetto non nasce, come spesso si pensa, dall’indifferenza religiosa, ma dall’approfondimento delle radici della propria fede e da una conoscenza dell’altrui identità, attraverso il rapporto diretto e l’amicizia.

Nato in Egitto, dove visse 18 anni, ebreo da genitori ebrei, non ricevette da loro un’educazione religiosa. Per questo la scoperta del cristianesimo coincise, per lui, con l’adesione alla fede. Durante l’occupazione nazista della Francia prese coscienza di appartenere al popolo ebraico, quando si rifiutò di dichiarare di non essere ebreo. Dovette scappare, ma scoprì che "la mia fede cristiana non mi dispensava dal condividere la sorte dei miei fratelli ebrei".
Sopravvissuto, divenne domenicano nel 1945. Nel 1950 il suo provinciale, p.Avril, propose a lui, perché ebreo di nascita, di partire per Israele, per sondare la possibilità di aprire, a Gerusalemme, un centro di studi sull’ebraismo analogo al Centro di Studi Islamici dei domenicani del Cairo. Fu un invito profetico.

P.Hussar partecipò, come esperto, ai lavori del Concilio Vaticano II, invitato dal card. Bea. Il suo contributo alla stesura del paragrafo della Nostra Aetate sull’ebraismo fu tale che, sette giorni dopo, ricevette la cittadinanza d’Israele, che aveva atteso per anni.

Venne poi il 1967, con l’occupazione dei territori, e si aggravarono, negli anni, le tensioni e le violenze. P.Bruno sentì che il Signore lo chiamava a sognare ancora. Bisognava creare un luogo di convivenza dei due popoli, ebrei ed arabi, e delle tre religioni, ebraismo, cristianesimo ed islamismo. Solo questa condivisione fraterna avrebbe permesso di superare le immense distanze. Nacque, anche questa volta dopo anni di attesa e di lavoro, il villaggio Nevè Shalom/Wahat as-Salam, vicino al monastero di Latroun.

Gerusalemme: la radice di questo nome comporta due significati: shalom = pace, e shalem = intero, perfetto, uno. Nella logica biblica, il nome esprime l’essere stesso di colui che lo porta e la sua vocazione. Gerusalemme dovrebbe essere quindi la città dell’unità e la città della pace.

 

Le sue ultime parole prima di morire furono:
"ani sameach
"  io sono felice.

 

Bruno Hussar e i primi pionieri
 


Da giovane aveva studiato ingegneria, aveva progettato ponti e strade; si ritrovava ad essere al termine della sua vita "un costruttore di ponti" fra gli uomini (così amava definirsi!). Lui stesso lo rivelò nel libro autobiografico “Quando la nube si alzava”  pubblicato nel 1983, dalla Casa editrice Marietti.

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Muhammad Sayyed Tantawi
 

 Suscita ancora vasta esco la notizia della morte del Grande Imam e sceicco di Al-Azhar:  Muhammad Sayyed Tantawi, spentosi due giorni fa a Riad, in Arabia Saudita.
Ieri, in un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il Papa ha ricordato la sua figura e l’impulso dato dallo sceicco sulla strada del dialogo interreligioso.

Emer McCarthy, ha chiesto un ricordo dell’imam Tantawi a padre Samir Khalil Samir, docente di Storia della cultura araba e islamologia all’Università Saint-Joseph di Beirut:

R. – Lui doveva, da una parte, tener conto delle opinioni del governo e, dall’altra, trovare il giusto equilibrio tra le tendenze tradizionaliste salafite – come le chiamiamo in arabo – vigenti soprattutto in Arabia Saudita e che caratterizzano gran parte degli Imam del mondo. Doveva, tra l’altro, anche tener conto che i musulmani vivono sempre di più in Occidente e in Paesi che non sono di tradizione musulmana. In questo modo, le sue posizioni sono state spesso considerate controverse, come – ad esempio – sulla donna e in particolare sul velo.
Lui diceva: è giusto seguire le decisioni del Paese dove vivete. Se siete in Francia, dove il velo è vietato nelle scuole e nelle funzioni ufficiali, dovete seguire queste indicazioni perché il velo non è una questione fondamentale dell’Islam, anche se appartiene alla tradizione islamica. Prendeva, dunque, una posizione ragionevole, così come nelle questioni politiche assumeva lo stesso atteggiamento.

D. – Quale peculiarità caratterizzeranno, secondo lei, il prossimo rettore?

R. – Si può pensare che si sceglierà un imam moderato che, allo stesso tempo, non assuma posizioni contrarie a quelle del governo, e questo soprattutto in campo politico. Si aspetta con ansia il risultato delle elezioni che avranno luogo l’anno prossimo in Egitto, dopo più di 30 anni di reggenza di Hosni Mubarak. Proprio l’attuale capo dello Stato vuole proporre il figlio, mentre la popolazione vorrebbe piuttosto un’altra persona che sia sempre moderata, perché la gente teme i radicali. Non bisogna però dimenticare la spinta radicale tradizionalista che c’è in tutto il mondo islamico e in particolare in Egitto. Si può pensare, dunque, che il rettore che verrà sarà moderato di tendenza tradizionale, per tener conto dei vari impulsi della comunità politica egiziana.

 

Muhammad Sayyed Tantawi

Per approfondire: clicca quì  e quì