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Entries tagged with “testimonianze”.


 Tre donne che lottano per la pace e per la democrazia
 

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO SU "CORRIERE INFORMAZIONE"  QUI

Ellen Johnson Sirleaf è la prima donna a esser stata eletta presidente in Africa nel 2005. Ellen, discendente degli schiavi liberati (i cosidetti “congo”) ha una laurea in economia in Colorado ha già ricoperto la carica di ex ministro delle finanze, ha lottato e lavorato molto contro la corruzione.

Leymah Roberta Gbowee, africana come la Sirleaf, per dieci anni ha lavorato come assistente sociale e avvocato per il ministero della salute presso le  strutture di accoglienza per profughi. Alla fine della Seconda Guerra Civile in Liberia nel 2003 ha lanciato una mobilitazione femminile pacifista invitando le donne a pregare e a cantare al mercato del pesce: cristiane e musulmane insieme e migliaia di loro, indossando magliette bianche come simbolo della pace, hanno formato una forza politica anti-governativa contro la violenza.

 

Tawakol Karman, yemenita, un'attivista obiettiva che sfida le autorità, lotta contro i pregiudizi di casta maschile. Ha sfidato il potere fondando l’associazione “Giornaliste senza catene” e continua a lottare per i diritti femminili, una lotta ardua in paese in cui ancora oggi gli uomini possono ottenere in spose delle bambine a scapito della legge yemenita, in un paese in cui in caso di separazione viene concesso agli uomini il divorzio e alle donne la lapidazione. "E' un premio per me, ma soprattutto per tutte le donne dello Yemen, (..) - fa sapere la Karman alla notizia di aver ottenuto il nobel per la pace.

Tre donne che lottano per un futuro migliore, (…)
Un segno di speranza per la pace”,
una speranza per lo sviluppo pacifico
non soltanto per quelle zone travagliate ma per tutto il mondo.

STATEMENT ON THE TRAGIC ATTACK
ON INNOCENT PEOPLE IN NORWAY

 
 
European Council of Religious Leaders – Religions for Peace (ECRL) condemns the morally reprehensible bombing in Oslo and massacring of a large number of youths outside the city on 22 July. This callous, cowardly and depraved act killed, injured and terrorized indiscriminately. ECRL rejects any misuse of ideology or religion to justify violence.

We mourn the innocent people killed and injured and extend to the victims and their families our solidarity in sorrow. We further give our support to the Norwegian government in their process of bringing about justice and healing.

European Council of Religious Leaders renews its commitment to its mission of helping the European religious communities to cooperate for peace with justice and mercy; and we will continue promoting tolerance through dialogue and common action.
 
Dr Gunnar Stålsett, Moderator
and
Stein Villumstad, General Secretary of
European Council of Religious Leaders

http://www.rfp-europe.eu/ 

 
 

 «La missione appartiene all'essenza profonda della Chiesa. Proclamare la parola di Dio e testimoniarla al mondo è essenziale per ogni cristiano. Nello stesso tempo, però, è necessario farlo rimanendo fedeli ai principi evangelici, amando e rispettando ogni persona».


Comincia con queste parole un breve documento di cinque cartelle intitolato:
Christian Witness in a Multi-religious World.
Recommendations and conduct

diffuso nei giorni scorsi a Ginevra dal Consiglio ecumenico delle Chiese.
Un testo molto importante dal punto di vista ecumenico:
è infatti il risultato di una riflessione sullo stile che deve assumere
la missione ad gentes in un molto multi-religioso
che ha visto per cinque anni confrontarsi insieme:

il Consiglio ecumenico delle Chiese,

il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso
della Chiesa cattolica,

e – per la prima volta – anche la
World Evangelical Alliance, l'organismo che rappresenta quei movimenti evangelical del mondo protestante che non aderiscono al Consiglio ecumenico delle Chiese. 

 Si tratta dunque di un documento rappresentativo di oltre il 90 per cento delle denominazioni cristiane presenti oggi nel mondo. Un "codice di condotta" comune.  Un apposito gruppo di lavoro  ha lavorato per cinque anni su questo tema. La riflessione prese il via a Lariano, in Italia, nel 2006 in un seminario significativamente aperto anche a rappresentanti delle altre religioni.  Un incontro in cui emerse chiara la necessità di elaborare uno stile di missione in cui sia la  libertà religiosa (e il diritto alla conversione) sia il rispetto per le altre fedi siano valori non-negoziabili. Da quella base i tre grandi organismi cristiani hanno cominciato a lavorare su un testo che è stato approvato durante un incontro svoltosi a Bangkok, in Thailandia, nel gennaio scorso.

 

Il cuore del documento sono un elenco di dodici principi
che definiscono lo stile della missione cristiana
in un contestto interreligioso.

Alla base di tutto c'è il riconoscimento del primato dell'amore di Dio: «I cristiani credono che Dio sia la sorgente di ogni amore e, di conseguenza, nella loro testimonianza sono chiamati a vivere l'amore ed amare il prossimo come se stessi».
 


Ma non c'è posto lo sfruttamento di situazioni di povertà e di bisogno nello stile del cristiano. I cristiani devono denunciare e astenersi dal praticare ogni forma di seduzione, inclusi incentivi e premi in denaro, in questo tipo di servizio».

Nel punto 6 si dice che «i cristiani sono chiamati a rifiutare ogni forma di violenza, anche psicologica e sociale, incluso l'abuso di potere nella propria testimonianza».

Il 7 afferma il valore profondo della libertà religiosa che include «il diritto di professare pubblicamente, praticare, diffondere e cambiare la propria religione».

Il punto 9 invita al rispetto per le culture dei popoli «anche là dove il Vangelo sfida alcuni loro aspetti»,

Infine vale la pena di citare la raccomandazione finale che chiude il testo: «Raccomandiamo a tutti di pregare per il prossimo e per il suo benessere, riconoscendo che la preghiera è parte integrante di ciò che siamo e di quello che facciamo, come pure della missione affidataci da Cristo»

Clicca qui per scaricare il testo integrale in inglese del documento
Christian Witness in a Multi-religious World

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO SU MISSION ON LINE QUI
 

 


 

Rivoluzione egiziana: Cristiani e Musulmani uniti
 

di Samir Khalil Samir
 

Molti si chiedono se la rivoluzione egiziana e la caduta del governo di Muhammad Hosni Mubarak, che era un presidente politicamente moderato, non rischia di far cadere l’Egitto nelle braccia dei Fratelli Musulmani o di qualche gruppo islamico estremista.

Non c’è dubbio che Mubarak si era opposto ai Fratelli Musulmani e che aspirava a uno Stato laico e a una società laica moderna (dawlah madaniyyah hadîthah, piuttosto che dawlah ‘almâniyyah, come ha detto lui stesso nel suo discorso all’Azhar del 5 settembre 2010 e di nuovo al Parlamento il 19 dicembre 2010.

Intanto, però, il movimento dei Fratelli Musulmani è un po’ cambiato: dopo aver rinunciato alla violenza, non mira più a fondare un califfato islamico, né ad applicare la sharia islamica in tutti i suoi aspetti. Mira certo a mantenere le grande linee della pratica musulmana, ma non si sa fino a che punto. Comunque, accanto a questo movimento altri ugualmente forti vogliono una società più neutrale e più libera anche riguardo alle tradizioni religiose, come appare chiaramente nel sondaggio realizzato al Cairo ed ad Alessandria nei giorni 5-8 febbraio corrente, come vedremo un’altra volta.

Si sa che il patriarca Shenuda III non era favorevole, nella prima settimana, al movimento popolare e difendeva ardentemente il presidente Mubarak. Il motivo era che non si sapeva come sarebbe andato a finire questo movimento. Il popolo copto invece è sceso per strada dai primi giorni. La  “rivoluzione”, meglio l’intifada egiziana, è stata popolare. Copti è musulmani andavano mano nella mano, senza discriminazioni. Forse proprio in reazione all’attacco selvaggio contro la chiesa dei Santi ad Alessandria nella notte del capo d’anno.

Piuttosto che farne un discorso, mi è sembrato ­più utile – una volta tanto – mostrare delle foto della Piazza della Liberazione (Midân al-Tahrîr). Sono dieci foto che mostrano musulmani e cristiani, con i loro simboli religiosi, mano nella mano. Per noi egiziani questo fatto ricorda la “Rivoluzione egiziana del 1919” contro il Regno Unito che occupava l’Egitto e il Sudan, subito dopo l’armistizio dell’11 novembre 1919 in Europa, dopo la prima guerra mondiale.

           

 Manifesto con croce e luna crescente e scritta “Gli Egiziani una mano sola”

1 – Manifesto con croce e luna crescente e scritta “Gli Egiziani una mano sola”
 

 Manifestanti con cartello che recita: “cristiani e musulmani una mano sola”

2 – Manifestanti con cartello che recita: “cristiani e musulmani una mano sola”

 Cristiani proteggono i musulmani in preghiera

3 – Cristiani proteggono i musulmani in preghiera
  
 

  Musulmano e cristiano con Croce e Corano in una manifestazione avvenuta il 6 febbraio a piazza Tahrir

4 – Musulmano e cristiano con Croce e Corano in una manifestazione avvenuta il 6 febbraio a piazza Tahrir

 

  Cristiano copto con cartello: “Musulmani e cristiani sono fratelli, vattene Mubarak sei un codardo”

5 – Cristiano copto con cartello: “Musulmani e cristiani sono fratelli, vattene Mubarak sei un codardo”

 

  Cristiano copto e imam islamico alzano le dita in segno di vittoria

6 – Cristiano copto e imam islamico alzano le dita in segno di vittoria
  
 

  Egiziani cristiani e musulmani insieme per la libertà

7 – Egiziani cristiani e musulmani insieme per la libertà
  
 

  Bambino con Croce e mezzaluna crescente

8 – Bambino con Croce e mezzaluna crescente

 

 

9 – Musulmano con croce e mezzaluna sugli occhiali da sole, prega sulla bandiera egiziana

 

 

10 – Giovani manifestanti con Croce e Corano

   
L'articolo è stato pubblicato su  Asianews (clicca qui)

 
Il luogo del mese

Nel comune di Monticelli Pavese (Pv) in Lombardia,  la Comin (http://www.coopcomin.org/ ) sta terminando la ristrutturazione di una intera cascina, recentemente avuta in comodato trentennale, dove inizia ad operare la Comunità familiare “l’albero della macedonia”  che presenta queste forti caratteristiche di coesione sociale.
E' una comunità familiare interculturale poiché fa perno su quattro famiglie conviventi a tempo pieno, di diverse fedi religiose, che  accoglie minori  a disagio. Le famiglie collaborano con due educatori professionali non residenti, è un progetto che si basa su forti sottolineature di interazione culturale ed etnica!
I minori sono accolti concretamente all’interno delle famiglie, in un contesto familiare all’interno del quale il dialogo interculturale sia vissuto come modello quotidiano di relazione tra le persone
I minori stranieri sono aiutati ad individuare un percorso di integrazione personale partendo proprio dal confronto con famiglie che sono protagoniste di un’esperienza positiva e concreta di integrazione interculturale..
Questo è il primo intervento sociale promosso insieme dalle comunità cristiane e musulmane milanesi che aderiscono al Forum delle Religioni a Milano www.forumreligionimilano.org

 

 A gennaio 2010 due coppie, una cattolica di italiani, Beppe Casolo e Margherita Valentini, e una di religione islamica originaria del Marocco Mustapha Hanich e Fatima Eddahbi, ognuna con tre figli, hanno aperto le porte di casa a quattro fratelli, tra i 6 e i 9 anni, temporaneamente allontanati dai loro genitori naturali.

Questa estate il loro esempio è stato seguito anche da un’altra famiglia italiana, Virgilio Miglietta e Arianna Iraci Sereri e i loro due figli e un’altra famiglia marocchina che di figli ne ha tre, Bekai Arbit e la moglie Saliha Chrifi, disponibili entrambe a vivere non solo un’esperienza comunitaria ma anche a diventare famiglie affidatarie.

L’Albero della Macedonia, infatti, oltre ad essere un’originale comunità di famiglie è anche il primo risultato concreto e tangibile di quel dialogo tra le fedi, promosso dalle comunità cristiane e musulmane milanesi che aderiscono al   Forum delle Religioni.

  Un dialogo iniziato dieci anni fa sotto la Tenda del Silenzio, lo spazio allestito alle Colonne di San Lorenzo a Milano e che diventa per alcuni giorni un momento di incontro tra uomini e donne di credi diversi.

Al termine della cerimonia d’inaugurazione della comunità, inoltre, un comitato promotore appositamente costituitosi ha presentato il progetto “Il Fienile dei Sogni”,  uno spazio permanente di preghiera e riflessione aperto ai diversi credi religiosi.
  

 Tesimoni del mese
 

                        MARTIRE DEL DIALOGO PER LA LIBERTA' RELIGIOSA
             
Shahbaz Bhatti
, ministro pakistano per le Minoranze, ucciso mercoledi' 2 Marzo mentre usciva dalla casa della madre in Islamabad. "Lo ricordero' sempre per il suo impegno per il paese e le minoranze", ha detto il primo ministro Yousuf Reza Gilani, promettendo di fare giustizia per la morte di Bhatti.

Straordinario difensore dei diritti umani, pur consapevole dei rischi ai quali era esposto, non ha rinunciato a dedicare  la sua vita affinché fosse rispettata una libertà fondamentale, quale quella di esprimere la propria fede, in un clima di dialogo e di cooperazione con le comunità musulmane, largamente maggioritarie nel paese, anch’esse minacciate da componenti estremiste.

Il crudele assassinio del Ministro Shahbaz Bhatti avviene solo due mesi dopo l’uccisione, ad opera di una delle sue guardie del corpo, del governatore del Punjab Salaman Taseer, di religione musulmana, , che si era espresso a favore della riforma della legge sulla blasfemia, in sintonia con l’impegno di Shahbaz Bhatti, ed aveva manifestato la sua solidarietà verso Asia Bibi, tuttora in carcere e condannata a morte, una delle vittime innocenti proprio di questa legge.

RELIGIONS FOR PEACE,  mentre ripete con forza la richiesta di libertà per Asia Bibi e per tutti i perseguitati a causa della propria fede, si associa al fermo appello dell’ associazione di parlamentari italiani “Parlamentari amici del Pakistan” rivolto all’UE ed agli Organismi Internazionali per un impegno continuativo mirante a contrastare efficacemente le persecuzioni che vengono perpetrate a danno delle minoranze attraverso l’abuso strumentale di motivazioni religiose.

 

Fawzia Koofi, 35 anni,
prima donna eletta vicepresidente
del parlamento afghano

 

Abituata a girare scortata, ad essere minacciata di morte dai talebani e subire intimidazioni dei servizi segreti afgani, la signora Koofi ha 35 anni e un libro appena uscito in mano, Lettere alle mie figlie, che non ha paura a chiamare "testamento" e che è venuta a presentare a Roma.

Donne in pericolo. "In questi anni è stato fatto molto per le donne, la loro protezione da abusi e violenze, l'istruzione. Ora il governo sembra muoversi in direzione opposta. E la comunità internazionale sta considerando la possibilità di una riconciliazione con i talebani. Per come la vedo io, stanno semplicemente cercando un modo per andarsene mentre il lavoro non è finito.

Non credo che i talebani potranno mai rispettare le regole democratiche, accettare chi non la pensa come loro invece di provare a ucciderlo. Intanto, le strutture per le donne sono già a rischio. Per esempio i rifugi per chi scappa dalla violenza domestica o dalla prospettiva di un matrimonio forzato.

Basta con la tradizione, non è democrazia. Koofi pensa alla libertà che vorrebbe garantire a tutte – di non dover sposare un vecchio o uno sconosciuto perché venduta o data in dono per riparare al crimine di un proprio parente, poter andare a scuola e magari all'università, poter scegliere se coprirsi con un velo, come fa lei, o non coprirsi, poter fuggire dalla violenza domestica, senza finire arrestata dalla polizia per "intenzione di praticare sesso senza matrimonio" e venire rispedita a casa, come tuttora accade, ad essere giudicata dal villaggio. Non può non disapprovare chi, fra gli attori degli aiuti internazionali, propone di coinvolgere nella ricostruzione le autorità tradizionali dei villaggi.



"Ma perché? Ci sono gli organismi eletti. I sistemi tradizionali devono sparire. Il potere, a ogni livello, deve passare in mano alla democrazia. E invece di andare a parlare con i talebani, il governo dovrebbe occuparsi di governare. Lo so, ci vuole tempo. Come so bene che i miei obiettivi sono difficili. Ottenere la promulgazione della legge sulla violenza, ottenere un fondo per le spese di genere, la riduzione della corruzione. Ma non sono sola, in parlamento ci sono altre donne e dei giovani. Le nuove generazioni sono con noi – e oltre metà degli afgani ha meno di 25 anni".

(puoi leggere tutto l’articolo su Repubblica qui)

 


 libro del mese

 

Nel nuovo volume l'autore ci invita a rileggere alcuni grandi pensatori del Novecento - Hannah Arendt, Vasilij Grossman, Etty Hillesum, Hans Jonas, Varlam Shalamov, Itsván Bibó, Jan Patocka, Václav Havel – che si sono interrogati sul bene possibile nelle situazioni estreme, e indaga il significato dei termini   "responsabilità", "dignità", "verità", "giudizio", "perdono", "conciliazione", cercando di individuare quale sia stata la molla che ha spinto i protagonisti a gesti di bontà apparentemente insensata. La speranza è che questo esercizio della memoria possa dare l’avvio a una sorta di staffetta della responsabilità morale che si tramandi di generazione in generazione.
 

Il termine Giusto è tratto dal passo del Talmud che afferma:
"chi salva una vita salva il mondo intero".
 

“Giusti tra le nazioni” (Righteous Among the Nations, in ebraico:  Chasidei Umot HaOlam) sono considerati   i non-ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista, dalla Shoah. Sono oltre 20.000 i Giusti nel mondo e 417 gli italiani che hanno ricevuto sinora tale riconoscimento.

“Ad ogni Giusto tra le nazioni viene dedicata la piantumazione di un albero,
poiché tale pratica nella tradizione ebraica
indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara. 
 
  Il Giardino dei Giusti di Gerusalemme è sorto nel 1962 presso il Museo di Yad Vashem, il luogo della memoria della Shoah, in applicazione del punto 9 della sua legge istitutiva, approvata dal parlamento israeliano nel 1953, che recita: "Con la presente legge è istituita la fondazione Yad Vashem a Gerusalemme, per commemorare (…) i giusti tra le nazioni, che hanno rischiato la loro vita per aiutare degli ebrei."  Nel 1963 viene istituita la Commissione dei Giusti per scegliere le persone a cui assegnare l'onorificenza e dedicare l'albero. Nella sua attività la Commissione ha nominato circa ventimila giusti. Il primo presidente della Commissione è stato Moshe Landau, il famoso presidente del Tribunale che ha condannato a morte Adolf Eichmann nel 1961. Nel 1970 gli è subentrato Moshe Bejski, che ha tenuto la presidenza fino al 1995, segnando il lavoro della commissione con un'interpretazione aperta e complessa della legge del '53. (da Wikipedia)

 

I GIUSTI ITALIANI

Le figure simbolo della solidarietà del popolo italiano agli ebrei sono il questore di Fiume Giovanni Palatucci e il diplomatico Giorgio Perlasca (poi riconosciuti come Giusti dallo Stato israeliano). Va ricordato anche l'eroismo del paese di Nonantola (Modena).  

Buona parte di coloro che salvarono gli ebrei in Italia durante l’occupazione tedesca furono uomini e donne appartenenti alla Chiesa, e non solo quella cattolica. Susan Zuccotti cita i casi di padre Maria Benedetto a Roma; di molti parroci come don Francesco Repetto e don Carlo Salvi a Genova; don Enzo Boni Baldoni a Quara, nel reggiano; don Leto Casini e padre Cipriano Ricotti a Firenze; don Angelo Dalla Torre e Giuseppe Simioni a Treviso;  monsignor Giacomo Meneghello di Firenze, monsignor Vincenzo Barale di Torino o Giuseppe Sala di Milano. Nel '43-44 Mons. Angelo Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII) aiutò migliaia di ebrei a salvarsi quando era nunzio ad Istanbul. Il pastore avventista Daniele Cupertino prestò assistenza a molti ebrei a Roma.

Pio XII, il Papa Giusto, di David G. Dalin (rabbino di New York). Un’accurata documentazione in difesa di papa Pacelli. Cinquant’anni di apprezzamenti da parte di ebrei di tutto il mondo e la richiesta che venga riconosciuto come “giusto”.

Tra il '43 e il '45, secondo i calcoli di Michele Sarfatti, gli ebrei perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città, grazie all'aiuto di tanti italiani che opposero una "resistenza non armata" alla barbarie tedesca e fascista.  (portale dei siti di storia italiana) 

             
          Comitato per la foresta dei giusti:

http://www.gariwo.net/
 

 


Ho imparato attraverso amare esperienze
una lezione suprema:
a preservare la mia rabbia
e come il calore che non si disperde
si converte in energia,
così la nostra rabbia dominata,
come quando si portano dei cavalli selvaggi, 
può trasformarsi in una  forza di pace
capace di muovere il mondo.


"Beati gli operatori di pace
perchè saranno chiamati Figli di Dio"

(vangelo secondo Matteo. Le Beatitudini)
 

libro del mese
 

Oggetto del volume è il contributo che la vita consacrata può dare al dialogo interreligioso, partendo dal convincimento che il dialogo tra le religioni possa essere proficuamente fecondato dalla collaborazione tra persone consacrate cristiane e persone appartenenti ad altre religioni.

«La relazione tra il dialogo interreligioso e la vita consacrata è un argomento inconsueto e poco affrontato all'interno della teologia sulla vita consacrata. Per questo ho cercato non solo di riflettere tenendo presente alcune considerazioni teologiche, ecclesiologiche e pastorali, proprie della teologia cristiana del dialogo interreligioso  ma anche di valorizzare alcune esperienze concrete di comunione che in molteplici occasioni le religiose e i religiosi hanno messo in atto e che permettono di riscoprire la carica profetica e carismatica della vita e dell'azione missionaria delle persone consacrate, uomini e donne» (dall'Introduzione dell'autore).

Il testimone del mese

 Bruno Hussar 
 

"Lasciate che mi presenti. (…)
Porto in me quattro identità:
sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo,
veramente israeliano e mi sento pure, se non proprio egiziano,
almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo!"

 

Così padre Bruno Hussar iniziò il suo intervento in una riunione presieduta dal noto rabbino-scrittore Abraham Heschel, a New York, nel 1967.  La sua storia personale lo ha portato a comprendere che il rispetto non nasce, come spesso si pensa, dall’indifferenza religiosa, ma dall’approfondimento delle radici della propria fede e da una conoscenza dell’altrui identità, attraverso il rapporto diretto e l’amicizia.

Nato in Egitto, dove visse 18 anni, ebreo da genitori ebrei, non ricevette da loro un’educazione religiosa. Per questo la scoperta del cristianesimo coincise, per lui, con l’adesione alla fede. Durante l’occupazione nazista della Francia prese coscienza di appartenere al popolo ebraico, quando si rifiutò di dichiarare di non essere ebreo. Dovette scappare, ma scoprì che "la mia fede cristiana non mi dispensava dal condividere la sorte dei miei fratelli ebrei".
Sopravvissuto, divenne domenicano nel 1945. Nel 1950 il suo provinciale, p.Avril, propose a lui, perché ebreo di nascita, di partire per Israele, per sondare la possibilità di aprire, a Gerusalemme, un centro di studi sull’ebraismo analogo al Centro di Studi Islamici dei domenicani del Cairo. Fu un invito profetico.

P.Hussar partecipò, come esperto, ai lavori del Concilio Vaticano II, invitato dal card. Bea. Il suo contributo alla stesura del paragrafo della Nostra Aetate sull’ebraismo fu tale che, sette giorni dopo, ricevette la cittadinanza d’Israele, che aveva atteso per anni.

Venne poi il 1967, con l’occupazione dei territori, e si aggravarono, negli anni, le tensioni e le violenze. P.Bruno sentì che il Signore lo chiamava a sognare ancora. Bisognava creare un luogo di convivenza dei due popoli, ebrei ed arabi, e delle tre religioni, ebraismo, cristianesimo ed islamismo. Solo questa condivisione fraterna avrebbe permesso di superare le immense distanze. Nacque, anche questa volta dopo anni di attesa e di lavoro, il villaggio Nevè Shalom/Wahat as-Salam, vicino al monastero di Latroun.

Gerusalemme: la radice di questo nome comporta due significati: shalom = pace, e shalem = intero, perfetto, uno. Nella logica biblica, il nome esprime l’essere stesso di colui che lo porta e la sua vocazione. Gerusalemme dovrebbe essere quindi la città dell’unità e la città della pace.

 

Le sue ultime parole prima di morire furono:
"ani sameach
"  io sono felice.

 

Bruno Hussar e i primi pionieri
 


Da giovane aveva studiato ingegneria, aveva progettato ponti e strade; si ritrovava ad essere al termine della sua vita "un costruttore di ponti" fra gli uomini (così amava definirsi!). Lui stesso lo rivelò nel libro autobiografico “Quando la nube si alzava”  pubblicato nel 1983, dalla Casa editrice Marietti.

Se vuoi  approfondire clicca  qui  e  qui 
 
 

                                 
             LETTERA DI UNA MAMMA  ALGERINA  MUSULMANA

«Riposino in pace, a casa loro, in Algeria»

Dopo la tragedia e il sacrificio vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore e di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian, ad alta voce e con profonda commozione, ai miei figli perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte.

Volevo dire loro il messaggio di amore per Dio e per gli uomini.
La solidarietà umana e l’amore dell’altro è un itinerario che va fino al sacrificio, fino al riposo eterno, fino in fondo.
Io e i miei figli siamo molto toccati da una così grande umiltà, un così grande cuore, dalla pace dell’anima e dal perdono.
Il testamento di Christian è molto più di un messaggio: è come un sole che ci è trasmesso, ha l’inestimabile valore del sangue versato.
Nostro compito è quello di continuare il cammino di pace, di amore di Dio e dell’uomo nelle sue differenze.
Nostro compito è innaffiare i semi affidatici dai nostri fratelli monaci affinché i fiori crescano un po’ ovunque, belli nella loro varietà di colori e profumi.
La chiesa cristiana con la sua presenza tra noi continui a costruire con noi l’Algeria della libertà delle fedi e delle differenze, l’universale e l’umanità.
Sarà un bel mazzo di fiori per noi e una grande opportunità per tutti e per tutte.
Grazie alla chiesa di essere presente in mezzo a noi oggi.
Grazie a ciascuno e a ciascuna.
Grazie a voi monaci per il vostro grande cuore: continui a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi…
E ora riposino tutti in pace, a casa loro, in Algeria. (lettera firmata. 01.06.96)

 

     Dal testamento del Priore, Fr. Christian 

   «Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. [...] Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. [...] Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria del Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze. [...] E anche a te, amico dell’ultimo minuto [...] Ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!».      

Dal blog: "CARTOLINE DALL'ALGERIA" (quì)
   

 

Da dieci anni vivo a Tibhirine quattro giorni la settimana, per continuare la produzione agricola con Youcef e Samir, perché questo monastero abbia sempre la porta aperta a tutti gli ospiti e per mantenere questo luogo di preghiera cristiana in mezzo ai fratelli musulmani. Ancora oggi, i monaci accompagnano le genti di Tibhirine, che evocano molto spesso le loro memorie condivise, con grande rispetto per monaci come Luc o Christophe, ma anche per Amédée e Jean Pierre: essi amavano profondamente la gente e oggi ancora la popolazione di qui è loro riconoscente.
Ancora oggi continuiamo a vivere queste relazioni molto fraterne attraverso lo scambio, i servizi reciproci,  il vivere insieme, le gioie condivise delle feste musulmane e cristiane. Questo rinviarsi dei tempi di preghiera e degli orari di lavoro manuale àncora la vita monastica nel tempo e nello spazio, così come la voce del muezzin che echeggia dinanzi al monastero scandisce la giornata e fa sì che le nostre umili occupazioni abbiano un respiro più alto.  Il villaggio è cresciuto insieme con il monastero e la gente è come gli uccelli che si riposano sui rami rappresentati dai monaci.    Se dovessero partire, dove "ci poseremo"?

Dalla testimonianza: "Vivere a Tibirne oggi" (quì)

 

   …AL DI LA' DI….
DIVISIONI, VIOLENZA E MORTE
RESTANO LA FRATELLANZA  E LA PACE,  
BUONI SEMI SPARSI TRA PERSONE
DI DIFFERENTI RELIGIONI,  
LUNGO I SENTIERI QUOTIDIANI
CHE PARTONO DAL CUORE E
CONDUCONO AL CUORE
DI DIO E DEGLI UOMINI.

 

 …la stessa scelta: dare alla PACE una possibilità!

 Dal blog: "in cammino"

A gennaio la società acquistò un calciatore musulmano: Mohamed Sissokò, da noi tutti soprannominato, per comodità e con affetto, “Momo”.
I giornali ovviamente andarono a nozze con questo fatto. Il cristiano e il giocatore di fede islamica.
Cosa sarebbe potuto accadere nello spogliatoio?

Appena Momo venne a sapere che io ero cristiano, cominciò a leggere qualche intervista sui giornali e su internet per farsi un’idea. Poi mi avvicinò e mi disse: “Nicola, quando parlerò un po’ meglio l’italiano voglio discutere con te di queste cose per capire meglio”. “Quando vuoi, Momo” gli dissi.
Oggi siamo ottimi compagni di squadra.
La religione non ci divide!
Possiamo confrontarci, restiamo nei nostri spazi, ma non per questo non ci rispettiamo. Lo stimo come professionista e come persona.
In piccolo, davvero in piccolo, credo che il nostro rapporto possa essere un esempio di come sia possibile un dialogo, che alla fine vede tutti rimanere della propria opinione, ma che comunque arricchisce entrambi!”

(Nicola Legrottaglie)

 

 

Abbiamo riportato questa breve intervista
perchè  spesso  le religioni  sono vissute
letteralmente come l'appartenere a squadre diverse, 
che gareggiano, fino a farsi guerra,
 l'una contro l'altra.
Anche nel mondo del calcio scopriamo invece 
persone e scelte  che vanno  "al di là" …
di una  religione  vissuta come 
mera  tifoseria da stadio.

Grazie a Nicola e a Momo!

 

Muhammad Sayyed Tantawi
 

 Suscita ancora vasta esco la notizia della morte del Grande Imam e sceicco di Al-Azhar:  Muhammad Sayyed Tantawi, spentosi due giorni fa a Riad, in Arabia Saudita.
Ieri, in un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il Papa ha ricordato la sua figura e l’impulso dato dallo sceicco sulla strada del dialogo interreligioso.

Emer McCarthy, ha chiesto un ricordo dell’imam Tantawi a padre Samir Khalil Samir, docente di Storia della cultura araba e islamologia all’Università Saint-Joseph di Beirut:

R. – Lui doveva, da una parte, tener conto delle opinioni del governo e, dall’altra, trovare il giusto equilibrio tra le tendenze tradizionaliste salafite – come le chiamiamo in arabo – vigenti soprattutto in Arabia Saudita e che caratterizzano gran parte degli Imam del mondo. Doveva, tra l’altro, anche tener conto che i musulmani vivono sempre di più in Occidente e in Paesi che non sono di tradizione musulmana. In questo modo, le sue posizioni sono state spesso considerate controverse, come – ad esempio – sulla donna e in particolare sul velo.
Lui diceva: è giusto seguire le decisioni del Paese dove vivete. Se siete in Francia, dove il velo è vietato nelle scuole e nelle funzioni ufficiali, dovete seguire queste indicazioni perché il velo non è una questione fondamentale dell’Islam, anche se appartiene alla tradizione islamica. Prendeva, dunque, una posizione ragionevole, così come nelle questioni politiche assumeva lo stesso atteggiamento.

D. – Quale peculiarità caratterizzeranno, secondo lei, il prossimo rettore?

R. – Si può pensare che si sceglierà un imam moderato che, allo stesso tempo, non assuma posizioni contrarie a quelle del governo, e questo soprattutto in campo politico. Si aspetta con ansia il risultato delle elezioni che avranno luogo l’anno prossimo in Egitto, dopo più di 30 anni di reggenza di Hosni Mubarak. Proprio l’attuale capo dello Stato vuole proporre il figlio, mentre la popolazione vorrebbe piuttosto un’altra persona che sia sempre moderata, perché la gente teme i radicali. Non bisogna però dimenticare la spinta radicale tradizionalista che c’è in tutto il mondo islamico e in particolare in Egitto. Si può pensare, dunque, che il rettore che verrà sarà moderato di tendenza tradizionale, per tener conto dei vari impulsi della comunità politica egiziana.

 

Muhammad Sayyed Tantawi

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